Di Giovanni Urro (da Milano Anticapitalista)

Barcolla ma non molla la ministra Azzolina, sotto il peso crescente di un’impopolarità che va di pari passo con la sua vaghezza, i ripensamenti, i puntigli decisionisti, l’incapacità di immaginare il futuro. Eppure proprio di un futuro ci sarebbe tanto bisogno per la scuola italiana! Lo dimostrano i dati che fotografano un crescente analfabetismo funzionale, che relega sempre più cittadini ai margini della socialità, privi di strumenti per costruire la propria emancipazione culturale e sociale, preda di deliri complottisti nel mare magnum della controinformazione ad usum delphini.

L’emergenza sanitaria ha imposto un’altrettanto emergenziale didattica a distanza. Oggi che l’abbiamo scoperta possiamo dirlo con certezza: no, questa non è la Scuola. È stato un palliativo, un pallido simulacro per non troncare del tutto il filo esiguo della relazione educativa. Pensare, come ha sostenuto la ministra, che essa possa diventare una riforma di sistema (metà studenti a casa collegati, metà a scuola in presenza: questa la sua boutade) è semplicemente risibile oltre che oltraggioso. Risibile perché ignora la straordinaria creatività della popolazione studentesca nel mettere in campo strumenti di resilienza alle soverchianti richieste dei docenti. (E sia chiaro: non si vuole qui fare agli studenti una colpa di ciò. Anzi, tutt’altro!) Oltraggioso perché la DaD ha drammaticamente evidenziato un altro divario che è a monte di quello digitale e lo sottende: si tratta dei limiti di ordine socio-economico che sono così drammaticamente emersi in questi mesi e hanno tagliato fuori dal diritto all’istruzione migliaia di studenti in tutta Italia. Connessioni blande e incapaci di reggere l’urto di device multipli, spazi di lavoro e convivenza troppo stretti, giga che venivano troppo velocemente assorbiti, supporti inutili se non pericolosi per la salute (non si può restare per ore allo schermo di uno smartphone!)… per non parlare di chi ha preferito oscurare una camera, togliere l’audio o oscurarsi totalmente pur di non consentire a docenti e compagni di aprire una finestra sulla sua quotidianità. Perché essere poveri non è bello da esibire.

Sono solo alcune delle spie più evidenti di un progressivo deteriorarsi delle condizioni materiali di vita in un paese che da anni conosceva la deriva inarrestabile di un impoverimento delle fasce sociali più deboli, mentre negli stessi anni sono cresciuti i profitti per un nucleo sempre più ristretto di privilegiati. Si è detto che la crisi sarebbe stata un’occasione per ripartire. È vero, è così anche per la scuola, soprattutto per la scuola! Del resto, ora che anche i vincoli della famigerata stabilità europea sono stati allentati, ci si sarebbe aspettati un poderoso balzo in avanti. Facciamo un esempio. In quest’anno scolastico gli incarichi di supplenza sono stati, come sempre, intorno ai duecentomila. In tante scuole i docenti (persino quelli più importanti per gli studenti più fragili, gli insegnanti di sostegno!) sono stati nominati fino a novembre. Vuol dire che per migliaia di studenti è stato negato il diritto all’istruzione per almeno due mesi di scuola. Per le classi con allievi disabili ciò ha comportato i disagi che potete immaginare per loro, per la classe e per i docenti curricolari. A settembre, infine, si parla di un rientro in spazi e tempi più dilatati. Ora, aldilà dell’infelice uscita della ministra di cui sopra, non si capisce davvero come mai il decisore politico non abbia pensato ad un poderoso e rapido piano di assunzioni in grado di consentire una ripresa a settembre con classi dimezzate, in grado di rispettare i protocolli dell’INAIL ma anche di garantire alla popolazione studentesca un ambiente di apprendimento e soprattutto di relazione (fondamento di ogni apprendimento) reale e non imprigionato in uno schermo.

Il governo, in realtà, sta proclamando ai quattro venti le decine di migliaia di assunzioni cui intende provvedere a seguito dei concorsi. Ma quando ci sarà la possibilità di svolgerli? Quando termineranno le procedure? Quando effettivamente i docenti vincitori potranno entrare in classe? Allo stato attuale, non prima del settembre 2021 (nella migliore delle ipotesi!). Sarebbe stato ben più rapido un piano di stabilizzazioni di coloro che la scuola la fanno già, di quelle decine di migliaia di precari senza i quali la scuola​ogni anno non potrebbe ripartire. Ma la ministra ha pronunciato il suo NO! È arrivata all’assurdo di voler pubblicare bandi di concorso senza indicare date per lo svolgimento. Si è trincerata nel suo dogma mentre la sua stessa maggioranza le hanno indicato strade differenti. Così è… se vi pare.

A noi pare (e anche all’INPS, a dire il vero) che l’anno prossimo andranno in pensione 9.000 insegnanti e il Governo, in perfetta linea di continuità con i precedenti, prevede di assumerne in sostituzione solo 4.500. Non solo! A fronte di un fabbisogno di personale sempre più assillante, il buon Conte ha pensato bene di vendersi le 4.500 nuove assunzioni per turn over (quindi obbligate!) come parte dei 16.000 nuovi insegnanti di cui ha parlato in occasione della presentazione del Decreto Rilancio! Ve la ricordate la storia degli aerei di Mussolini? Come dire? La classe politica italiana perde il duce ma non il vizio…

Con altrettanta veemenza degna di miglior causa la ministra Azzolina ha pontificato: la maturità deve essere in presenza! Su questo sembra che improvissamente la ormai proverbiale prudenza del governo Conte (in realtà, ipocrita visto il numero di fabbriche e attività che i prefetti del governo hanno lasciato funzionare nella prima fase) sia stata improvvisamente oscurata. La ministra è certa: i protocolli non servono, gli indici di contagio non interessano, la sicurezza e la salute di studenti e lavoratori possono attendere: l’importante è… guardare negli occhi gli studenti al momento dell’esame. Bello… Suggestivo… Pittoresco… Peccato che la classe docente italiana abbia un’età media tra le più avanzate tra i paesi occidentali, che la espone terribilmente ai rischi del contagio. Su questo, però, la ministra passa oltre. Oltre i suoi più stretti collaboratori. Oltre il parere del suo viceministro. Oltre la sua stessa maggioranza. Persino oltre il parere del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione che le ha sonoramente bocciato l’impianto complessivo dell’esame. Una débacle imbarazzante che ha gettato la titolare del Ministero di viale Trastevere nel più cupo isolamento.

Meraviglia (ma si fa per dire…) in questa fase la titubanza dei sindacati confederali a prendere decisioni chiare e univoche. La tanto decantata unità sindacale si è di fatto trasformata in un bavaglio per la CGIL, schiacciata dalla morsa delle altre due sigle e dalla loro atavica connivenza concertatoria con il governo. Relegata ai margini del tavolo dal decisionismo della ministra, esautorata di qualsiasi facoltà persino, a tratti, anche di quella puramente consultiva, la Triplice annaspa tra la necessità di lanciare una mobilitazione sempre più necessaria e l’imbarazzo di non disturbare il manovratore per timore di trovarsene davanti uno peggiore.

E se a Sparta si piange, Atene di certo non ride. Non brillano, infatti, neanche i sindacati di base i cui stucchevoli battibecchi non sono mai cessati, nemmeno in tempo di coronavirus. Insomma, non si capisce davvero come poter immaginare una mobilitazione vera ed ampia dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola, capace di costruire la scuola del domani se l’oggi di chi quella mobilitazione dovrebbe promuoverla traccheggia tra inerzia e conflittualità interna. E così si viaggia verso settembre, tra insegnanti che mancano, deliri d’onnipotenza ministeriali, inettitudine sindacale ed edifici scolastici inadeguati. L’iceberg è in vista. L’orchestrina sta suonando. Allegria!!!