In questi due mesi ci siamo tutti, ovviamente, interrogati sul nostro sistema sanitario e su quello degli altri paesi. Molti commentatori hanno notato gli effetti ben diversi, in termini di letalità, tra, per esempio, il Giappone e la Corea del Sud da un lato e l’Italia, la Spagna o il Belgio dall’altro. Uno dei bisogni fondamentali di ogni essere umano (e di una società che vuol essere civile) è quello di essere curato. Probabilmente mai prima d’ora, per le generazioni nate dopo il 1945, si è posto così drammaticamente il problema. E gli articoli, i video, le chat abbondano di riflessioni sull’attualità ed anche sulla storia delle pandemie del passato, dalle grandi ondate di “peste” dell’antichità e del Medio Evo fino all’aviaria di pochi anni fa, passando dalla più tremenda di tutte, la “spagnola” di un secolo fa. Mi sembrano un po’ meno diffuse, paradossalmente, le riflessioni su come è organizzata la difesa della salute pubblica nei vari paesi, nonostante sia sotto gli occhi di tutti il relativo successo di giapponesi, coreani o taiwanesi paragonato al disastro lombardo o nordamericano. Certo, i numeri sono tuttora poco affidabili, sia in termini di contagio che di decessi. Ma varrebbe la pena di approfondire di più l’argomento visto che, temo, i prossimi mesi (se non anni) vedranno il dibattito sanitario al primo posto nelle preoccupazioni della gente. Ma come si valuta il “successo” di un sistema sanitario? Non certo dal livello della spesa pro-capite in dollari o euro, come a volte si sente sottolineare. Gli USA, per esempio, sono il paese che spende di più al mondo (un cittadino nordamericano medio spende più del doppio di un italiano) ma con scarsi risultati, visto che la mortalità infantile – indice tra i più sensibili della salute pubblica – negli USA è più del doppio di quella italiana, mentre l’aspettativa di vita media è inferiore di circa 4 anni a quella di un cittadino del Belpaese. Ormai lo sanno anche i sassi (ma non molti politici e imprenditori, purtroppo): sanità privata vuol dire ovviamente ricerca del profitto e quindi sanità di buon livello solo per chi è ricco. Di conseguenza crollo di tutti gli indici sanitari, dalla mortalità infantile all’aspettativa di vita alla morbilità. Ho cercato quindi, con i miei modesti mezzi, di stilare una “classifica” dei sistemi sanitari dei vari paesi, basandomi su 4 indicatori: 1) Il numero di medici ogni 1000 abitanti. 2) Il numero di posti letto ospedalieri ogni 1000 abitanti. 3) La mortalità infantile. 4) L’aspettativa di vita alla nascita. Ho raddoppiato il peso dell’indice n. 3 perché, come ho detto sopra, è il più diretto indicatore del buono o scarso livello della salute pubblica. Ne è uscita la seguente graduatoria, che non pretende di essere super-scientifica né esaustiva, ma solo un primo approccio ad una riflessione che dovrà essere approfondita. Ci sono conferme che era facile aspettarsi, come il ruolo leader del Giappone e la situazione drammatica dei paesi dell’Africa sub-sahariana. Altre che, seppur non inaspettate, sono poco presenti nella comunicazione mainstream, come il fatto che gli USA sono ormai il fanalino di coda tra i paesi a capitalismo sviluppato o che Cuba risulta il paese più avanzato del cosiddetto “Terzo Mondo”, ammesso che questa espressione abbia ancora un senso. Accanto ai vari paesi troverete un numero, che è la somma dei posti nelle 4 graduatorie citate sopra. I dati vengono dal Calendario Atlante De Agostini 2020, e si riferiscono solitamente al 2017, massimo 2018. Ci sono solo i paesi con oltre un milione di abitanti.
1 Giappone 7
2 Corea del Sud 26
3 Austria 38
4 Norvegia 39
5 Spagna 42
6 Singapore 44
7 Germania 45
8 Svezia, Finlandia 47
9 Slovenia 48
10 Rep. Ceca 50
11 Grecia, Belgio 57
12 Italia, Estonia 60
13 Svizzera 61
14 Francia, Australia 63
15 Bielorussia 65
16 Israele 66
17 Cuba, Portogallo 68
16 Irlanda 70
17 Paesi Bassi, Lituania 71
18 Taiwan, Ungheria 81
19 Polonia 84
20 Croazia 87
21 Nuova Zelanda 90
22 Danimarca 94
22 Canada, Regno Unito 98
24 Slovacchia, Lettonia 99
26 Serbia 117
27 Russia, USA 122
28 Romania 124
29 Uruguay 125
30 Bulgaria, Libano 127
31 Bosnia-Erzegovina 130
32 Argentina 135
33 Ucraina, Bahrein 138
34 Cina, Qatar 139
35 Albania 146
36 Cile 147
37 Georgia 149
38 Kazakistan, Arabia Saudita 150
39 Emirati Arabi Uniti 151
40 Costa Rica, Sri Lanka 158
41 Armenia 160
42 Kuwait 161
43 Malaysia 166
44 Oman 168
45 Moldavia, Turchia 169
46 Macedonia 173
47 Thailandia 181
48 Messico 182
49 Corea del Nord 184
50 Mauritius, Tunisia 191
51 Libia 194
52 Panamà 197
53 Ecuador 198
54 Mongolia 203
55 Azerbaigian 205
56 Iran, Perù 206
57 Brasile 207
58 Colombia, Kosovo 210
59 Giamaica 217
60 El Salvador 218
61 Algeria, Uzbekistan 220
62 Kirghizistan 225
63 Vietnam 227
64 Giordania 230
65 Tagikistan 231
66 Nicaragua 235
67 Honduras 239
68 Siria 240
69 Marocco 244
70 Paraguay 245
71 Egitto 248
72 Rep. Dominicana 255
73 Venezuela 259
74 Trinidad e Tobago 261
75 Guatemala 268
76 Indonesia 282
77 Turkmenistan, Iraq 283
78 Bangladesh 285
79 Filippine 291
80 Bolivia 296
81 Cambogia 298
82 Nepal 299
83 Timor Est 300
84 Botswana 306
85 Gabon 308
86 Ruanda 310
87 Namibia 313
88 India 315
89 Kenya 322
90 Senegal 332
91 Sudafrica, Congo, Eritrea 335
92 Papua Nuova Guinea 338
93 Madagascar 339
94 Myanmar 342
95 Tanzania 344
96 Ghana 356
97 Zimbabwe 357
98 Malawi 359
99 Uganda 360
100 Etiopia 364
101 Zambia 366
102 Yemen 371
103 Gambia 375
104 Sudan 376
105 Laos 378
106 Pakistan 382
107 Niger 387
108 Afghanistan 389
109 Haiti, Burundi 394
110 Angola, Mauritania 395
111 Togo 396
112 Burkina Faso 397
113 Liberia 407
114 Camerun 408
115 Guinea Equatoriale 415
116 Benin 418
117 Guinea Bissau 421
118 Lesotho, Costa d´Avorio 433
119 Congo RD, Nigeria 434
120 Guinea 436
121 Mali 437
122 Mozambico 443
123 Somalia 445
124 Centrafrica 453
125 Ciad 454
126 Sierra Leone 459
Flavio Guidi
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Va spiegato meglio come si forma l’indice. Che formula è usata?
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La posizione in classifica dei vari paesi, considerando più pesante il dato sulla mortalità infantile
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