Il coronavirus è ora presente in tutti gli Stati Uniti con, al 15 aprile, 609.000 casi e 26.000 decessi. Il dibattito in questo momento verte su come far ripartre l’economia senza innescare una seconda ondata di contagio. La campagna elettorale è sospesa. La lotta di classe comincia a svilupparsi. (Red)

Di Dan La Botz*

Il virus mette in evidenza le disuguaglianze economiche e sociali e le disparità razziali. A Chicago, i neri rappresentano il 32% della popolazione, ma il 72% dei morti per coronavirus; statistiche simili esistono in diverse altre città. A New York, i neri e i latinos fanno segnare un tasso di mortalità doppio rispetto ai bianchi. Tutto questo è dovuto in gran parte alle condizioni di base – alta pressione sanguigna, diabete e malattie respiratorie – ma anche ai problemi di accesso ai servizi sanitari e al sovraffollamento degli alloggi.

Il razzismo americano si palesa ovunque in questa crisi. Gli Stati Uniti hanno praticamente chiuso il confine meridionale ai migranti e i rifugiati latinoamericani in cerca di asilo negli Stati Uniti che si sono visti negare l’ingresso e si trovano in attesa in campi sovraffollati del Messico dove si sta diffondendo il coronavirus. Gli asiatici americani hanno subito insulti e violenti attacchi perché considerati i portatori di quello che Trump ha chiamato il “virus cinese”.

17 milioni di disoccupati

Sono ufficialmente 17 milioni i disoccupati, cioè più della punta massima raggiunta nella precedente grande recessione (14,7 milioni nel giugno 2009). I disoccupati riceveranno un sussidio di disoccupazione dal loro stato di residenza aumentato di 600 dollari fino al 31 luglio, ma negli Stati Uniti chi perde il lavoro di solito perde anche l’assicurazione malattia. Molti disoccupati non hanno niente da mangiare e si sono rivolti ai banchi alimentari. In tutto il paese, ci sono file di auto lunghe diversi chilometri dove famiglie disperate aspettano di ricevere una o due scatole di generi alimentari.

Il presidente Trump, il Partito Repubblicano e alcune aziende vogliono che vengano riprese le attività produttive, anche se questo significa mettere a rischio la loro salute. Il Dr. Robert Redfield, direttore del Centers for Disease Control and Disease Prevention (CDC), parlando alla Casa Bianca la scorsa settimana, ha affermato che le persone che svolgono lavori essenziali – portinai, addetti alle pulizie alle pulizie – devono lavoratori del settore alimentare, dell’agricoltura, delle grandi industrie, delle tecnologie dell’informazione, dei trasporti, dell’energia e dei servizi governativi – che erano stati esposti a casi confermati o sospetti di Covid-19 potevano tornare al lavoro se non manifestavano sintomi. Alcuni professionisti della sanità hanno criticato la direttiva in quanto viola gli standard e mette a rischio i lavoratori.

Crisi di bilancio e scioperi

La profonda recessione economica ha portato ad una crisi fiscale, poiché le imprese chiuse non pagano le imposte alle istituzioni cittadine e statali. Molti stati e città hanno già iniziato a proporre tagli al bilancio, spesso nel settore della manutenzione, nella sanità, nei trasporti e nell’istruzione! La citta di New York prevede di tagliare la spesa di 1,3 miliardi di dollari, di cui 264 milioni nella scuola. Lo stato del Colorado ha annunciato di voler tagliare 3 miliardi di dollari. I tagli ai bilanci delle città e degli stati comporteranno il licenziamento di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici.

La risposta della classe operaia alla crisi è diventata più importante. 70 scioperi hanno avuto luogo in vari settori in diversi stati e località. Sindacati come quello dei dipendenti dei servizi (SEIU) e delle infermiere di New York (NYSNA), sono stati coinvolti nell’organizzazione di manifestazioni in difesa della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro. Labour Notes, il centro di formazione dei lavoratori, ha lanciato un appello per l’organizzazione di una giornata nazionale di azione a sostegno delle cure sanitarie il 15 aprile. I sindacato dei lavoratori del settore elettrico (UE) ha invitato l’insieme del movimento sindacale ad assumersi la responsabilità di organizzare i lavoratori e di condurre le lotte.

Il ritiro di Sanders

Il coronavirus ha spinto i governi degli stati a mettere fine ai comizi elettorali e persino a rinviare le stesse primarie. Bernie Sanders, l’autoproclamato “socialista democratico”, non vedendo alcuna possibilità di vittoria, si è ritirato dalla corsa per le primarie del Partito Democratico. Joe Biden, un neoliberale che ha conquistato finora il maggior numero di delegati, diventa ora il candidato in pectore del partito. Nel tentativo di attirare i sostenitori di Sanders, Biden ha ripreso proposte come la riduzione dell’ammissione a Medicare da 65 a 60 anni (Medicare è un sistema di assicurazione sanitaria federale per gli over 65) e la cancellazione del debito degli studenti appartenenti a famiglie con redditi medio-bassi.

I Socialisti Democratici d’America (DSA), che si erano fortemente impegnati nella campagna a sostegno di Sanders, hanno deciso di continuare a lottare per il programma di Sanders: un Green New Deal, Medicare per tutti e il diritto ad una formazione universitaria gratuita. DSA afferma che presenterà propri candidati a livello nazionale e locale e che si mobiliterà in tutte le battaglie sindacali e sociali a sostegno della sanità pubblica e di una giustizia economica e sociale. (13 aprile 2020)

* la traduzione in italiano è stata curata dal segretariato MPS