Di Piero Maestri

Non c’è nessuna necessità di avere militari per le strade così come è inspiegabile che sia il ministero della Difesa ad assumere medici. È il momento di immaginare come utilizzare i 20 miliardi annui destinati al riarmo per salute e ambiente

La tragedia della diffusione del virus Covid-19 è prima di tutto e sopra ogni cosa quella delle migliaia di morti, dei loro affetti, delle persone malate e ricoverate, del lavoro indescrivibile di infermiere e infermieri, medici e personale sanitario. Accanto a questo si affaccia con sempre più evidenza l’impoverimento di centinaia di migliaia di persone in seguito alla crisi economica e sociale che questa epidemia porta con sé, come sottolineato in diversi articoli di questa rivista.

Tra gli effetti collaterali di questa emergenza c’è anche la diffusione pandemica di narrazioni tossiche che accompagnano le scelte politiche per affrontarla, con il rischio che alcuni di questi provvedimenti creino una sorta di «shock politics» che può lasciare pesanti conseguenze una volta finita l’emergenza stessa. In particolare il refrain secondo cui «siamo in guerra» rende più forte il contagio di queste narrazioni tossiche.

Uno dei provvedimenti da cui faremo fatica a tornare indietro è l’impiego dell’esercito sia con funzioni di ordine pubblico e controllo del rispetto dei provvedimenti governativi, sia come personale sanitario impiegato a supporto di ospedali e centri di cura.

Nel primo caso purtroppo si tratta di qualcosa a cui siamo ormai abbastanza assuefatti. La professionalizzazione delle Forze Armate è stata prima preparata e poi consolidata anche attraverso operazioni militari sul territorio italiano dirette a obiettivi differenti, dal contrasto alla mafia fino alle varie operazioni di facciata – di facciata in quanto a risultati ma con concreti effetti politici – denominate «strade sicure». Abbiamo visto in questi anni, in diverse città, militari dell’esercito pattugliare strade e controllare i movimenti di migranti, abbiamo assistito all’impiego di soldati armati in varie situazioni post-terremoto. E così via. In questi giorni assistiamo a un nuovo dispiegamento di migliaia di militari nelle strade per controllare che ognuna e ognuno di noi rispetti i provvedimenti di divieto di uscita dalle proprie case. Militari armati, naturalmente. È stato infatti dato incarico ai Prefetti di autorizzare l’uso dell’esercito su richiesta delle amministrazioni locali.

Il secondo caso è altrettanto grave e preoccupante. Di fronte all’emergenza sanitaria, il ministero della Difesa ha messo a disposizione e impiegato gli ufficiali medici e il personale sanitario delle Forze Armate per sostenere il lavoro degli ospedali e dei ricoveri d’emergenza. Inoltre il cosiddetto decreto «Cura Italia» ha permesso al ministero della Difesa una procedura straordinaria di arruolamento di 120 ufficiali medici, con il grado di tenente, e 200 sottufficiali infermieri, con il grado di maresciallo, per chiamata diretta nell’esercito. Arruolamento temporaneo ed eccezionale che, tra i requisiti richiesti, specifica quello di non essere stato giudicato permanentemente non idoneo al servizio militare. Ovviamente – come sempre quando sentono l’odore della morte – spuntano gli avvoltoi, come l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini che ha riproposto – dopo un massiccio uso di militari nelle strade – il ripristino della leva obbligatoria, grazie anche al prestigio che le Forze Armate si stanno riprendendo come istituzione «nazionale».

Non c’è bisogno di essere antimilitaristi (anche se può aiutare…) per capire che c’è qualcosa che non quadra. In primo luogo è evidente che non c’è alcuna necessità di avere i militari per le strade, né in questa né in nessun’altra emergenza. La narrazione degli italiani indisciplinati e restii ad applicare le misure di isolamento sociale è uno strumento pericoloso non solo di disciplinamento ma anche di dissimulazione di fattori ben più pericolosi di propagazione del virus, come la resistenza a chiudere attività produttive non essenziali da parte di imprenditori e istituzioni – tra le quali, manco a farlo apposta, troviamo l’industria bellica considerata come «strategica».

In secondo luogo, è incomprensibile il motivo per cui sia il ministero della Difesa ad assumere medici integrandoli nei propri ranghi. Per fronteggiare un’emergenza non c’è bisogno di militarizzare il personale sanitario, che sta dimostrando – anche con grandissimi rischi personali – le proprie qualità professionali e umane. In questo paese che ha massacrato e/o privatizzato la sanità pubblica, non è l’esercito a dover assumere medici e infermieri, sono gli ospedali pubblici.

Ad alcuni sembrerà strano, ma oggi è proprio il momento di riproporre una battaglia che potrebbe avere un forte impatto culturale per un dopo-emergenza che non sia un semplice ritorno alla «normalità» precedente. Altro che ripristino della leva per tutte e tutti: oggi è il momento di dire che bisogna abolire l’esercito e le Forze Armate. Può sembrare un obiettivo velleitario, ma questo è proprio il momento in cui bisogna immaginare e osare. Parafrasando Mark Fisher, è più facile pensare alla fine del mondo che alla fine del militarismo, ma è necessario provare a ipotizzare non solo la possibilità ma anche la necessità di superare l’esistenza degli eserciti.

Serve una campagna politico-culturale che metta in discussione la necessità di Forze Armate, mostrandone da un lato la funzione di mero strumento di politiche securitarie e di controllo sociale – interno ed esterno ai confini. Dall’altro tornare a ragionare sui benefici effetti che avrebbe sul nostro welfare il travaso degli oltre 20 miliardi di euro annui attualmente destinati alla «difesa» e al riarmo e conteggiare quanti posti di lavoro si potrebbero con quelle risorse creare nel campo della difesa ambientale e della cooperazione internazionale.

E soprattutto dovremmo capire come questo potrebbe permetterci di dare vita a una Protezione civile nazionale e territoriale degna di questo nome, capace di affrontare le emergenze sanitarie, ambientali e sociali attraverso non la delega ma la partecipazione di massa accompagnata con la professionalità di personale formato in maniera adeguata, con una capacità e una cultura del mutuo soccorso che non sia confusa con lo sfruttamento del lavoro gratuito che abbiamo invece visto in opera in false «emergenze» come Expo o Olimpiadi invernali.

*Piero Maestri, attivista, è stato redattore di Guerra&Pace ed è coautore tra l’altro di #GeziPark (Alegre).

Da Jacobin Italia