Lettera aperta a Giulio Gallera (assessore al Welfare della Regione Lombardia)


da Codogno, Francesco “baro” Barilli e Lele Corvi

Gentile Assessore Giulio Gallera, apprendo dalla stampa di questi giorni che non esclude una sua candidatura come sindaco di Milano alle prossime amministrative. Dalle stesse fonti, apprendo anche di una sua successiva precisazione, secondo cui in questo momento Lei è concentrato sull’emergenza sanitaria e, almeno per ora, non è interessato ad altro. Le confesso, avrei trovato la sua candidatura inopportuna e intempestiva, visti i giorni che stiamo vivendo, e ho quindi apprezzato la precisazione. Anzi, diciamo che l’intera vicenda può essere archiviabile tra le voci dal sen fuggite (a Lei), oppure  fraintese o esagerate (dalla stampa).

In entrambi i casi, nulla di grave, lo dico convintamente: di questi tempi ci può stare e, comunque, abbiamo visto e letto di peggio. Nessuna candidatura, dunque, e potremmo chiuderla qui.

Sta di fatto che la notizia ne ha fatto emergere un’altra. Forse semplicemente una spigolatura, uno di quei dettagli che, specie di fronte a un’emergenza, in molti diranno “ci son cose ben più importanti di cui occuparsi!”. Eppure quella spigolatura mi tormenta (soggettivamente) e, letta e riletta, ha una sua importanza (oggettivamente). Il diavolo, del resto, sta nei dettagli ed è su questo ritaglio di attualità che Le chiedo una spiegazione. La notizia parte da un articolo del 17 marzo del Wall Street Journal. Per maggiore semplicità gliela riporto con una citazione da “Cosa è successo a Bergamo, la città italiana più colpita dal virus”, articolo apparso on line il 25 marzo su Internazionale, a firma Annalisa Camilli.

“Angelo Giupponi, direttore dell’Agenzia regionale emergenza urgenza di Bergamo, ha dichiarato di aver inviato il 22 febbraio un’email all’assessorato al welfare della regione Lombardia, diretto da Giulio Gallera, in cui sottolineava “l’urgente necessità di allestire degli ospedali esclusivamente riservati a ricoverati per Covid-19, così da evitare promiscuità con altri pazienti e quindi diffusione del virus nelle strutture ospedaliere”. Sul Wall Street Journal, Giupponi ha dichiarato di aver ricevuto questa risposta: “Non dormiamo da tre giorni, non abbiamo voglia di leggere le tue cazzate”.

Incuriosito, verifico la fonte originale (come accennato sopra, il Wall Street Journal). Relativamente alla risposta data a Giupponi, l’articolo la attribuisce a “regional managers”, in relazione a “Lombardy’s regional health authorities”.

Quindi, per evitare fraintendimenti, NON si sta parlando di lei, né del fatto che lei debba necessariamente sapere se quella risposta sia stata data. Il punto è che quella risposta è partita da qualcuno molto vicino a Lei, assessore. E, soprattutto, qualcuno che DEVE rispondere del proprio operato a Lei. In altre parole, le sintetizzo alcune domande e alcune considerazioni a corollario.

– Quella risposta c’è stata?

In caso positivo, va compreso che il nocciolo non sta tanto nel tono (villano, certo, ma in questi giorni uno scatto di nervi può essere umanamente comprensibile) quanto nella sostanza: la Regione si sarebbe rifiutata di ascoltare i medici di Bergamo quando l’epidemia era ancora agli inizi. Il problema, insomma, è nella sottovalutazione della denuncia che partiva proprio da Bergamo.

–  Ha accertato o intende accertare chi e perché abbia dato quella risposta?

Anche in questo caso, il problema non sta nella colpevolizzazione individuale, ma nel capire come e perché sia stata sottovalutato quanto stava per accadere a Bergamo e dintorni.

Vede, assessore, chi le scrive abita a Codogno. Qui tutti, chi più e chi meno, ha una storia da raccontare. Un lutto diretto (chi le scrive è fra questi). Oppure di un conoscente. Le storie che senti son sempre quelle. L’ha portato via un’ambulanza venuta da Mantova e diretta a Voghera; poi, niente funerale, non abbiamo potuto presenziare: una benedizione veloce e via, in lista per essere cremato; i morti li portavano (parlo al passato, che adesso sembra andare meglio, qua) alla camera mortuaria appena c’è posto…

Ma, guardi, con queste cose non voglio annoiarla. Tutta roba già sentita, che dopo un po’ scivola nella retorica. Viene un momento in cui tutto è retorica, i sentimenti come il cinismo, e in questo ciclone, che ha travolto (o riscritto) la quotidianità, la retorica non serve. E, peraltro, credo sinceramente che sul piano umano Lei non sia rimasto indifferente a quanto ha visto o sentito in questi giorni. Quindi, se sono acido mi perdonerà, ne sono sicuro. Il periodo lo giustifica, e vedere imbecilli che recentemente “scoprono” che sulla Gazzetta Ufficiale del 1 febbraio 2020 si parlava già dell’emergenza da coronavirus (quasi che la G.U. fosse una rivista clandestina, o la cui lettura è riservata ai “poteri forti”) non aiuta… E, pensi, alcuni di questi ricoprono cariche pubbliche e la G.U. dovrebbero averla letta già il primo febbraio. Altri, addirittura, avrebbero dovuto cominciare a pensare “ora che facciamo?”.

Avrei anche alcune altre domande, assessore. Una, in particolare, deriva sempre dal mio essere di Codogno. E’ relativa alla lunga lista di “vip” risultati positivi. Zingaretti, Dybala, Maldini, Bertolaso. Tutti che dicono “ho fatto il tampone, sono positivo ecc…” (e in bocca al lupo a loro, eh…). Ora, tu metti in fila questa lunga serie di “vip” che hanno fatto il tampone (seppure con sintomi lievi: l’ammettono loro stessi) e tutti quelli che (le assicuro: a Codogno potrebbero raccontarglielo in tanti; ma pure a Bergamo o Brescia, eh…) raccontano una storia speculare : tosse, problemi a respirare; il medico di base non sa aiutare (non per malavoglia: perché il sistema ormai è collassato); il numero verde risponde dopo due giorni; quando trovi qualcuno (un medico disponibile, rintracciato grazie a Tizio che conosce Caio…) ti dice “stai a letto che se finisci in ospedale è peggio; stai in casa e niente tampone; allarmati solo se la febbre supera i 38 e al limite ci risentiamo…”.

Insomma, l’avrà capito, la domanda, visto che i “vip” i tamponi li fanno, anche in presenza di sintomi lievi, sarebbe: ormai esiste anche il “tampone on demand”? Come funziona?

Però è all’altra domanda (quella che parte dall’articolo sul Wall Street Journal) che le chiedo di rispondere. All’ultima, sul “tampone on demand” può soprassedere. In fondo la risposta l’ho già. Perché la morte forse è davvero una livella, ma il Covid19 non lo è, o almeno è una livella strabica