E’ uno dei più grandi scioperi generali della storia quello che c’e Stato l’8 e il 9 gennaio in India, coinvolgendo 200milioni di lavoratori. La protesta è stata proclamata da una decina di importanti organizzazioni sindacali del Paese che rivendicano, tra l’altro, un aumento del salario minimo e delle pensioni, il rafforzamento delle garanzie sociali e misure contro la disoccupazione.

Negli ultimi tempi, il governo del Primo Ministro Narendra Modi è stato oggetto di pesanti critiche da parte di una schiera di personalità nazionali in vista delle elezioni politiche che si terranno tra aprile e maggio 2019. I sindacati denunciano le mosse per introdurre nuovi ostacoli alla contrattazione collettiva, favorire la privatizzazione dei sistemi di sicurezza sociale e rendere più facile ai datori di lavoro imporre licenziamenti di massa dei lavoratori.

Da quando il Bharatiya Janata Party è salito al potere nel maggio 2014, il premier Modi ha costantemente rivendicato la riforma delle leggi sul lavoro come uno dei suoi cardini centrali.

Nel suo discorso del luglio 2015, Modi aveva comunque assicurato che le riforme delle leggi sul lavoro sarebbero state fatte con “il concorso dei sindacati”. Un impegno disatteso nei fatti, dal momento che il confronto con le organizzazioni sindacali si è presto ridotto a una mera formalità. Al punto che dallo scorso luglio quasi tutti i principali i sindacati hanno deciso di boicottare le riunioni di consultazione sui codici del lavoro. Il conflitto ha raggiunto il suo culmine il 28 settembre, quando dieci sindacati centrali hanno proclamato uno sciopero nazionale l’8 e il 9 gennaio 2019 contro le cosiddette politiche “pro-corporative” e “anti-popolo” del governo di Modi.

Ad AsiaNews John Dayal, segretario generale dell’All India Christian Council, afferma che si tratta di una manifestazione eccezionale, “tra le più grandi mai organizzate nel Paese. È stata pianificata in anticipo in ogni dettaglio”. L’aspetto più rilevante, aggiunge, è che essa “si svolge alla vigilia delle elezioni generali che segneranno il destino del primo ministro”.

Diverse città sono bloccate dalle folle di manifestanti e si registrano scontri e devastazioni. Da poco è circolata la notizia della morte di una donna di 57 anni che aderiva allo sciopero a Mundagod, una città nel nord del Karnataka. In Maharashtra più di 5mila lavoratori hanno bloccato l’autostrada Mumbai-Baroda-Jaipur-Delhi. A Pondicherry, sulla costa orientale, alcuni manifestanti hanno lanciato pietre contro un autobus delle linee statali. In Kerala i trasporti su strada e ferrovia sono interrotti. In Orissa rimarranno chiusi per 48 ore negozi, scuole, uffici e mercati. In West Bengal sono stati bruciati fantocci del premier Narendra Modi.

Accanto ai lavatori di banche, assicurazioni, sanità, scuole, trasporti, industrie elettriche e del carbone, sono scesi in piazza anche contadini (con un “gramin hartal”, cioè sciopero del mondo rurale) e studenti. Gli agricoltori da mesi lamentano gravi condizioni delle campagne acuite dai debiti agricoli e dal fenomeno dei suicidi. Tapan Sen, segretario generale di Centre of Indian Trade Unions (Citu), una delle sigle aderenti, critica il governo del premier Modi. “Sta uccidendo la cultura del lavoro – afferma – del settore pubblico, a tutto vantaggio dei grandi contratti con le imprese manifatturiere di attori privati”.

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