Ebbene sì, ieri mattina verso le 11.00 ho sentito suonare il campanello ed era la polizia. “Abbiamo una notifica da farle”. Firmo i fogli e vedo cinque nomi scritti in grassetto: il mio, quello di Maria Edgarda Marcucci (Eddi), di Jacopo Bindi, Paolo Pachino e Jack. Tutti e cinque torinesi, e accomunati da un particolare: essere stati in Siria negli ultimi due anni.
Non per supportare i jihadisti, come purtroppo hanno fatto in molti dallʼEuropa (ed anche molti italiani), ma per contribuire alla lotta contro di loro assieme ai curdi.
Per questo la procura di Torino vuole espellerci dalla nostra città e metterci sotto “sorveglianza speciale”.
Esiste un limite a ciò che è accettabile? Esiste un limite al disprezzo, all’indecenza?
La sorveglianza speciale, simile al vecchio confino, viene imposta senza accuse e senza processo. Significherà, eventualmente, tornare a casa ogni sera alle 19.00, non uscire fino alle 7.00 del mattino, mille limitazioni su chi puoi vedere e su con chi puoi parlare, su cosa puoi o non puoi fare, su dove puoi e non puoi andare, sequestro della patente del passaporto e molto altro ancora.
Una misura “di polizia” molto simile a quelle che usano le dittature: non ti accuso di nulla, non dimostro e non provo nulla; processo le tue intenzioni senza istruttoria, e ti stigmatizzo come “socialmente pericoloso”. Come, del resto, si potrebbe argomentare che combattere contro un’organizzazione genocida e criminale è una cosa sbagliata?
(E intanto blocco il tuo lavoro di informazione. Blocco il tuo lavoro di discussione pubblica. Blocco la tua comunicazione e la tua solidarietà. Ti rendo impossibile esprimere il tuo punto di vista sulla Siria, sull’Italia, sul mondo. Ti rendo, molto semplicemente, più difficile vivere.)
Sono socialmente pericoloso? Tutta l’informazione e la solidarietà che io faccio, che noi cinque facciamo è alla luce del sole.
Ma recitano i fogli della procura: “Prima di ricostruire cronologicamente i viaggi dal 2016 ad oggi compiuti dal Grasso in Siria per combattere con il Ypg, si riportano le fotografie e le dichiarazioni dello stesso più significative, che mostrano come abbia partecipato agli scontri ed abbia imparato a usare le armi da guerra essendo pronto anche a morire per la causa. Foto ed affermazioni che confermano la pericolosità sociale dello stesso”.
La prima foto inserita dalla procura per dimostrare la mia pericolosità sociale è scattata a Manbij nel tardo pomeriggio di quello che credo fosse il 17 luglio 2016. Mi ritrae alla vigilia della grande offensiva per attaccare Daesh in centro, dopo aver liberato i quartieri sud.
Ogni volta che rivedo quella foto non posso che ricordare cosa avevo negli occhi, com’era il mio stato d’animo a pochi giorni dai traumi peggiori che ho subito, e che tuttora cerco di metabolizzare.
(Se solo questa gente potesse immaginare quanto ci è costato combattere in quella guerra, quanta paura abbiamo avuto, quanto difficile è stato accettare la realtà di ciò che è accaduto in quei mesi, quante persone hanno perso la vita che avevamo conosciuto e con cui tanto avevamo condiviso, forse… forse, si fermerebbe. Forse proverebbe quello che noi occidentali purtroppo sembriamo non essere più in grado di provare: la vergogna.)
(Ma il nichilismo di questʼEuropa degenerata non conosce vergogna.)

Compare, nellʼincartamento della procura, una foto della copertina del libro “Hevalen”. Eʼ il libro che ho scritto su quella terribile esperienza. Questo libro mostrerebbe la mia “pericolosità sociale”. L’avranno letto? No. Ne sono certo. Che può importare loro di tutto questo, dopotutto? Quel libro spiega i miei limiti e le mie fragilità, e a loro che può importare? Spiega che per difendere la società dai suoi pericoli occorre unʼamicizia che sappia dirigersi anche verso chi è lontano, pur non dimenticando mai le proprie radici e il proprio prossimo.
Ma non è forse proprio questo ciò che ci rende ai loro occhi “socialmente pericolosi”?
Mobilitiamoci di qui al 23 gennaio.
Difendiamo la reputazione della lotta che abbiamo condotto contro lʼIsis . Difendiamo la dignità dei combattenti delle Ypg e delle Ypj.
Non dimentichiamo mai i martiri e le martiri delle Ypg e delle Ypj.

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