Di Mauro Bottarelli.

Più dei continui tonfi di Wall Street, più dell’apparente inflessibilità della Fed rispetto al suo percorso di normalizzazione dei tassi di interesse; a dare il quadro plastico di quanto ci attende sui mercati a livello globale è il clamoroso voltafaccia narrativo di cui è stato protagonista negli ultimi giorni Donald Trump. Dopo mesi di propaganda sui miracolosi risultati dello choc fiscale posto in essere dalla sua amministrazione, il presidente Usa pare aver archiviato la pratica economica, limitandosi alla baruffa goldoniana proprio nei confronti della Fed e del suo mal digerito presidente, Jerome Powell, affidando a tweet ad orologeria il messaggio unico che la Casa Bianca intende far passare: se i mercati affonderanno del tutto, è colpa di chi non capisce che il costo del denaro non va alzato, in un momento di rallentamento globale. Punto.

Washington, febbraio 2017, il banchiere della Goldman Sachs Steven Mnuchin giura come segretario al Tesoro dell’amministrazione Trump. Alex Wong/Getty Images

In tal senso, Donald Trump si sarebbe già mosso, anche se per interposta persona, visto che domenica 23 dicembre il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha sentito il bisogno di confermare urbi et orbi di aver intrettenuto in giornata una conversazione telefonica con ognuno dei sei presidente delle principali banche statunitensi, al fine di ottenererassicurazioni sui livelli di liquidità e rasserenare così i mercati. Di più, il giorno successivo i contenuti di quelle chiamate sono stati riferiti in via ufficiale al Working Group presidenziale dedicato ai mercati finanziari, presieduto dallo stesso Mnuchin.G

Mossa preventiva o eccesso di cautela? E a confermare grandi manovre in atto è stata poi, sempre nel weekend, la solita agenzia Bloomberg, la quale rendeva noto come la frustrazione per le scelte della Banca centrale unita ai continui rossi dei mercati avrebbero portato il Presidente a discutere addirittura il licenziamento di Jerome Powell. Il solito segretario al Tesoro ed ex Goldman Sachs, nonché sponsor della nomina dello stesso Powell a successore di Janet Yellen, Steven Mnuchin, ha quindi dovuto confermare alla stampa la contrarietà della Casa Bianca verso la normalizzazione del costo del denaro ma ha negato decisamente che il presidente intendesse far fuori il numero uno della Fed. Vero? Falso? Poco cambia, all’atto pratico.

Per il resto, Pennsylvania Avenue pare tornata al vecchio amore, tutto politico e ammantato di amor patrio: l’isolazionismo in politica estera. Apparentemente dalla sera alla mattina, Donald Trump ha infatti deciso il ritiro totale delle truppe Usa dalla Siria e il dimezzamento del numero di militari impegnati in Afghanistan (da 14mila a 7mila), di fatto contraddicendo ed esautorando la linea del Pentagono. Il cui numero uno, il generale Mattis, ha infatti rassegnato le dimissioni, in aperta polemica con il Commander-in-chief

In molti vedono questa mossa come un qualcosa di disperato, quasi una last resort politica di fronte a sempre nuovi guai giudiziari legati al caso Russiagate e a un rapporto con il Senato che già oggi, sul tema del Budget, fa presagire un Vietnam parlamentare perenne fino al voto del 2020.

Perché per un giubilato da Pennsylvania Avenue che per ora l’ha fatta franca, un altro è già caduto sotto la scure delle pulizie di primavera anticipate di Trump: il generale Jim Mattis, ormai ex capo del Pentagono, il quale ha rassegnato le proprie dimissioni dopo il voltafaccia relativo alle truppe statunitensi in Siria e Afghanistan. Un addio che pare non aver ferito troppo il Presidente, visto che con tweet
d’imperio ha reso noto al pubblico che Mattis abbandonerà il suo ruolo a fine anno e non il 28 febbraio come anticipato e dal 1 gennaio a capo della Difesa siederà il suo attuale vice, Patrick Shanahan. E quale è stato il suo ultimo incarico, prima di entrare nello staff di governo? Vice-presidente senior della Boeing, uno dei principali contractor della Difesa. Insomma, l’uomo del complesso bellico-industriale, il paladino del warfare, dal 1 gennaio sarà a capo del Pentagono. Alla faccia del sovranismo e della lotta contro le elites di Washington e l’establishment di Wall Street che dovrebbero caratterizzare l’amministrazione Trump.

Ultima ciliegina sulla torta, lo shutdown scattato alle 6 del mattino ora italiana del 22 dicembre: di fatto, il blocco parziale delle attività federali, una sorta di esercizio provvisorio che in pratica e nel breve termine ha come unica conseguenza il fatto che 400mila dipendenti pubblici continueranno a lavorare senza essere pagati, mentre per altri 200mila è scattato il congedo forzato.

E a condensare questo scenario in maniera perfetta, ci pensano questi due grafici

il primo dei quali è relativo all’ultimo sondaggio di Bloombergsul grado di fiducia economica degli americani. Nella fattispecie, messo poi in correlazione temporale proprio con il trend di rialzo dei tassi della Fed. Il messaggio pare chiaro: la luna di miele fra Casa Bianca e cittadini sta finendo. In fretta, visto il crollo repentino della fiducia, cominciato subito dopo i tonfi del mercato azionario di ottobre e poi andato addirittura in traiettoria da strapiombo. Ed eccoci al secondo grafico, il quale certifica su elaborazione di Deutsche Bankcome l’anno che sta per concludersi sia stato il peggiore da quando viene tracciata la serie storica per tutte le asset-classesdenominate in dollari: il 93% degli assets presi in esame, infatti, durante il 2018 ha riportato returns negativi. Ma non per tutti è andata male. Anzi. E quanto sta emergendo potrebbe aggravare ulteriormente il quadro di percezione collettiva non solo del pericolo finanziario che abbiamo di fronte ma anche del livello di alterazione della realtà fin qui trasmesso all’opinione pubblica.

Insomma, la famosa rivalsa del popolo capitanata da Donald Trump contro le elites, responsabili del grande tradimento del 2008, potrebbe in realtà disvelarsi per quella che è stata: una manna per Wall Street. Questi altri due grafici

offrono un quadro sintetico ma esaustivo. Pochi giorni fa, infatti, sono stati pubblicati i dati ufficiali riguardo il peso dei buybacks azionari del terzo trimestre di quest’anno, quello conclusosi appena prima dei crolli di ottobre. Nuovo record assoluto a livello trimestrale: oltre 200 miliardi di dollari di controvalore (per l’esattezza, 203,8) per il riacquisto di azioni proprie del ramo corporate sullo Standard&Poor’s 500, un aumento del 57,7% su base annua rispetto ai 129,2 miliardi periodo luglio-settembre del 2017. Di più, nei 12 mesi conclusisi il 30 settembre scorso, il totale di controvalore dei buybacks operati da aziende quotate allo S&P’s 500 è stato di 720,4 miliardi di dollari, in crescita del 39,1% rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente. Certo, ne hanno beneficiato gli indici in generale ma, soprattutto e come mostra il primo grafico, i dividendi.

In particolare, per le cinque aziende più attive sul fronte del riacquisto titoli: Qualcomm, Apple, Oracle, Wells Fargo e Cisco Systems. Ora, però, emergono le due prime criticità relative all’indice più sensibile di Wall Street e con il Nasdaq dei miracoli che, a sua volta, ora è entrato ufficialmente in bear market, dopo aver toccato nell’ultima sessione il -22% dai massimi a 52 settimane. La prima è data dal secondo grafico, ovvero: con il costo per il finanziamento dei quei buybacks in continuo aumento, al netto dei miliardi rimpatriati grazie allo scudo dello shock fiscale già spesi in larga parte proprio per riacquistare proprie azioni e abbassare il flottante, l’architrave dei rialzi reggerà ancora?

La seconda criticità, che sembra spiegare direttamente anche l’epidemia di chiusure in profondo rosso di questo ultime trimestre, è data dal fatto che a partire dal 19 dicembre scorso e per un periodo che arriverà fino a fine gennaio, settori strategici dello Standard&Poor’s 500 che pesano in totale per un 75% dell’intero indice entreranno a turno in finestre di blackout, ovvero divieto per legge di operare buybacks. E tra l’inizio e la fine di gennaio, a rotazione, sarà il turno di tecnologici, energetici, beni durevoli e retail. Insomma, un bel guaio a livello di supporto tecnico dei trend.

Ma non basta, perché questo altro grafico

ci mostra come proprio la liquidità sull’indice Standard&Poor’s 500 stia evaporando a ritmi molto sostenuti, arrivando già oggi al livello minimo da quando vengono tracciate le serie storiche. Il tutto, al netto di un’altra criticità strutturale ulteriore, come mostrata da questi due grafici

Il primo, contenuto nell’ultimo sondaggio fra gestori di fondi compiuto da Bank of America-Merrill Lynch, ci mostra come la big rotation fuori dalle equities e verso l’obbligazionario sia già ampiamente in atto, oltretutto proprio con i settori tech ed energia ad aver patito i maggiori outflowsdi capitali verso i lidi, ritenuti più sicuri, del reddito fisso, soprattutto nel comparto delle utilities. Mentre il secondo, ci mostra come il 20 dicembre scorso sia stato il peggior giorno in assoluto per il comparto bond ad alto rendimento, addirittura con l’Etf che ne traccia l’andamento arrivato drammaticamente vicino al livello chiave (non solo psicologicamente) dei 500 punti base e, soprattutto, il rendimento del decennale di comparto volato oltre quota 5% e letteralmente esploso in poche settimane.

Di fatto, non solo siamo già in una condizione potenziale di passaggio dalla padella alla brace ma, stando alle dinamiche in atto, c’è il forte rischio che sia proprio il reddito fisso a innescare per primo l’esplosione della bolla in grande stile, arrivando a contagiare poi in maniera diretta e con pochissime armi di difesa a disposizione proprio le equities, già in conclamato trend ribassista e con l’aggravante di posizioni short, ribassiste, ai minimi di sempre – dopo i bagni di sangue patiti dagli hedge funds che hanno voluto sfidare le Banche centrali e anni di QE, oggi sullo Standard&Poor’s 500 siamo al 2,2% del totale rispetto alla capitalizzazione di mercato -, quindi senza un potenziale backstop ai crolli.

Chi è corto, infatti, opera da “freno” strutturale alle dinamiche di calo, poiché dovendo forzatamente chiudere la sua posizione a un certo punto – e a qualsiasi prezzo – tampona le vendite di massa e limita i “rossi”: senza shorts, tutto rischia di precipitare in una spirale auto-alimentante. E il panico, montante in questi giorni, certamente non aiuta. Insomma, tutto sembra far presagire un peggioramento a breve della situazione, a partire da Wall Street e dal suo indice di riferimento.

Ma, paradossalmente, potrebbe non stupire del tutti l’ipotesi di un mini-rally di fine anno, innescato da un fattore tutt’altro che macro o sistemico: il cosiddetto parco buoi. E come potrebbe la clientela retail per eccellenza mettere una pezza, segnare il classico’gol della bandiera’ a questa situazione nei prossimi pochi giorni di Borsa aperta del 2018? Semplice. Ifondi pensione statunitensi dovranno in questo ristretto arco di tempo dar vita a un ribilanciamento programmatoe statutario del proprio portafoglio di investimento,
uscendo dai bond ed entrando – proprio ora, in piena big rotation – nell’azionario. E non comprando noccioline ma qualcosa come 64 miliardi di dollari di controvalore in titoli. In cinque giorni di trading, di fatto iniziati con la seduta di lunedì, operativa negli Usa rispetto a molte piazze europee. Insomma, l’eventuale volatilità di fine anno non rappresenterebbe nulla di strutturale, solo il combinato tecnico fra tipici bassissimi volumi di trading del periodo e un ordine d’acquisto monstre da parte di inconsapevoli pensionandi del Mid-West e pensionati della Florida o del New Hampshire.

E qualcuno si è addirittura spinto oltre, arrivando a dedicare il suo tempo all’elaborazione di uno studio statistico sintetizzabile con questo grafico

a partire dal 20 settembre scorso e fino ad oggi, a livello di returns cumulativi, il trend dello Standard&Poor’s 500 ha ricalcato in maniera totalmente identica quello del periodo fra il 9 ottobre 2007 e il 3 ottobre 2008. Peccato per due particolari. Primo, se la correlazione risultasse identica fino all’epilogo, lo Standard&Poor’s 500 precipiterebbe nell’arco di circa 9 mesi in area 1500 punti dai 2416 dell’ultima chiusura, giunta al termine di quella che è stata la peggior settimana per l’indice dall’agosto 2011, oggi a -17% dai massimi a 52 settimane, quindi in territorio pre-bear market. Secondo, lo studio è stato condotto da Charlie McElligott di Nomura, non da qualche blogger con la passione per il catastrofismo. E quando una banca d’affari di quel livello ritiene giusto e necessario dedicare il prezioso tempo dei propri analisti a certi calcoli di probabilità, c’è poco da stare tranquilli. Fingers crossed.

Da businessinsider.com

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