Ieri la Knesset, il parlamento “israeliano”, ha fatto un ulteriore passo indietro, o meglio in avanti verso il baratro della barbarie nazionalista e razzista. Con 62 voti contro 55 è passata una legge che definisce “Israele” uno “stato ebraico” e che fa dell’ebraico l’unica lingua ufficiale. Finora le lingue ufficiali erano due, ebraico (80% della popolazione) ed arabo (20%). E anche se Israele era, de facto, già uno stato “etnico” (ebraico), non lo era ancora de jure, in quanto, privo di Costituzione (il nome ufficiale era “Stato d’Israele”, nemmeno “Repubblica d’Israele”), non si definiva come tale. Questo ennesimo salto verso la barbarie (a cui si è opposta la sinistra, sionista e non sionista, compresi ovviamente i deputati arabi) rappresenta un segnale preoccupante di ulteriore imbarbarimento, di cui il principale responsabile resta il criminale Netanyahu. È un giorno triste non solo per il popolo palestinese e per chiunque abbia almeno un briciolo di scrupoli democratici, ma anche per gli ebrei di tutto il mondo. La destra sionista sta perseguendo tenacemente (e con un certo successo, purtroppo), la distruzione di ciò che resta della millenaria cultura ebraica, cosmopolita e almeno in parte, aperta verso le altre culture (a partire da quelle linguistiche, di cui l’yiddish e il “judío español” -sefardita- erano state due testimonianze imponenti). Oggi queste lingue stanno morendo, sostituite dal redivivo ebraico, etnico e nazionalista (figlio, tra l’altro, dell’intolleranza religiosa insita nel monoteismo). E con la scomparsa dell’ebreo “errante” (anche simbolico-giuridica), si afferma definitivamente il nazionalista “ebreo”, che invece di reagire alle persecuzioni secolari rifiutando la cultura dell’oppressione, del razzismo, del ghetto, affonda nel brodo di cultura creato dai suoi oppressori di ieri. Come si saluteranno i “nuovi israeliani-ebrei al 100%”? Non certo con “shalom”!

Annunci