Con uno splendido spettacolo al Circo Massimo, davanti a decine di migliaia di spettatori che hanno invaso l’area archeologica al centro di Roma, Roger Waters ha concluso, in maniera trionfale, il tour estivo di “Us + Them”. Un concerto? Anche un concerto, ma soprattutto un’opera d’arte contemporanea, uno spettacolo multimediale che ha al centro non solo la musica ma la parola e le immagini, una performance che punta al coinvolgimento sensoriale del pubblico, e che riesce a mescolare meraviglia e pensiero.

La meraviglia è legata ad un gigantesco, enorme, infinito schermo che domina il palco e che non si limita ad amplificare le immagini dei musicisti, ma arricchisce ogni canzone di idee creative, di colori, di fotografie e filmati, che ampliano di molto il senso delle canzoni stesse e tengono saldo il filo conduttore dello show, “Us + Them”, noi e loro. Si comincia con le immagini una ventina di minuti prima del concerto, c’è il rumore del mare, le grida dei gabbiani, e una donna seduta sulla spiaggia in attesa. Poi si parte con “Breathe”, da “Dark Side of the Moon”, seguita da “One of these days” da “Meddle”, e poi si torna a “Dark Side” con “Time” e “The great gig in the sky”.
E’ un inizio magnifico, il pubblico è in estasi e tutto è già perfetto: il suono, innanzitutto, un audio impeccabile che ha permesso un ascolto, quadrifonico, eccellente in quasi tutta l’area del concerto; e le immagini, che scorrono e si mescolano sul gigantesco schermo, immagini che costituiscono uno show a parte, per chi è lontano dal palco e non può vedere bene la band, ma che diventano il centro dell’attenzione anche per chi è sotto allo stage e vuole seguire il racconto guardando le proiezioni sui 66 metri per 12 dello schermo. Si parla di guerra, dunque, di immigrazione, di violenza, di denaro e avidità, si parla del nostro mondo, di come è e di come vorremmo che fosse, mescolando suoni e visioni, testi e colori: Waters ha voluto realizzare una lunga e ricchissima installazione artistica, che non ha limiti e confini perché non è chiusa in una galleria, e che prende forma ogni sera davanti agli occhi di un pubblico che non è previsto sia fatto solo di “spettatori”, anzi è parte integrante dello show stesso, è il cuore dello show.

“Noi e loro”, ovvero gli artisti e il pubblico, separati da un grande palco, ma uniti in un unico respiro, nel suono quadrifonico che riempie tutta l’area del Circo Massimo. “Noi e loro”, ovvero migliaia di teste, occhi e cuori, che Waters vuole mettere in sintonia con la sua arte, fatta di pensieri e parole. No, non è una rockstar il vecchio Waters, non vuole esserlo, non voleva esserlo nemmeno con i Pink Floyd e non a caso l’enorme schermo che sovrasta la scena rende i musicisti piccoli, dei semplici elementi di un tutto che è molto più grande e complesso. Nessuno della band si muove con gli abituali gesti da palcoscenico, sono tutti molto fermi, concentrati sulla musica, persino le due coriste, le curiosissime Lucius, che hanno parrucche bianche e abiti neri con i lustrini, limitano i loro movimenti al minimo. Si sposta solo Waters, e nemmeno tanto, da un lato all’altro del palco, per dare soddisfazione a chi è nelle aree laterali della platea. Tutto qui, niente di più, perché nonostante tutto il protagonista non è lui, ma le sue opere.

Si, Waters non crede che la musica sia soltanto intrattenimento, vuole che chi segue lo spettacolo ne esca con qualche suggestione in più, con la voglia di scoprire, di informarsi, di partecipare. Lo dice chiaro e tondo: “Se non prendete posizione, se non scegliete di opporvi, di fare politica, di partecipare, lascerete che chi ci governa distrugga questo pianeta”. Lo racconta con le canzoni, con “Welcome to the machine”, con le canzoni tratte dal suo album più recente, “Is this the life you really want”, come “Déjà vu”, “The Last Refugee” e “Picture that”, prima di tornare a Pink Floyd e mettere in fila la leggendaria “Wish you were here” e poi una sequenza dedicata a “The wall” con “The happiest days of our lives” e una travolgente “Another brick in the wall”, arricchita dalla presenza in scena di una dozzina di giovanissimi romani, cooptati nel pomeriggio, che compongono una semplice coreografia ma soprattutto indossano una maglietta con su scritto “Resist”. Il concerto si interrompe per una ventina di minuti, ma lo spettacolo, anzi le denunce, non si fermano: sullo schermo si parla ancora di politica, si ricorda l’inquinamento planetario e si chiede a chi legge di fare la propria parte; si parla della rinascita del fascismo nel mondo e si chiede a chi legge di fare la propria parte.

Si denuncia la politica di Trump, di Putin, quella di Israele nei territori occupati e contro le popolazioni arabe “che vengono trattate diversamente per motivi etnici e religiosi” e si chiede a chi legge di fare la propria parte. Ecco, “resistere”, è questo il tema della seconda parte dello spettacolo, che si apre con un’altra meraviglia, l’apparizione dei comignoli della Battersea Power Station, che prende forma sotto ai nostri occhi, con tanto di maiale rosa volante, per consentire a Waters e alla band di suonare i brani di “Animals”, ovvero “Dogs” e “Pigs”. Il discorso politico si fa più forte ed evidente, il richiamo a resistere più insistente, la richiesta opposizione alla guerra, alla violenza, al potere, più urgente. Sullo schermo appaiono le immagini dei padroni della terra, da Putin a Trump, da Theresa May a Macron, da Angela Merkel a Erdogan, passando anche per Berlusconi, sulla testa della gente vola un gigantesco maiale che sul fianco ha una scritta in italiano, “Restiamo umani”. Ma è per Trump che Waters riserva le denunce più forti, prima facendo scorrere in video alcune sue frasi esemplari, poi sparando sui sessantasei metri dello schermo una sola scritta: “Trump è un maiale”. E poi, subito dopo, “Money” e la sua denuncia dell’avidità e poi con “Us and them” e la sua richiesta di empatia, di riconoscere noi negli altri. Quella di Waters è  un’opera d’arte contemporanea in forma di concerto, ma è anche probabilmente lo spettacolo con più alto tasso di impegno sociale e politico che il rock abbia visto negli ultimi anni. E’ rock, senza vie di mezzo, senza compromessi, quella musica che, come Waters ancora sostiene, può cambiare la testa della gente.

Non c’è “intrattenimento”, insomma, il pubblico deve essere attento, seguire, non smarrirsi, anche se gode di una musica meravigliosa. Dopo “Smell the roses” si arriva quindi al gran finale, ancora “Dark side”, con “Brain damage” e Eclipse” e un’ulteriore meraviglia, ovvero il prisma della copertina del disco, ricostruito con dei raggi laser nel bel mezzo della platea, che viene attraversato da fasci di luce di tutti i colori. Sembra finita, ma non lo è: Waters torna in scena, parla a lungo, presenta la band, ricorda che quella di Roma è l’ultima tappa del tour, ringrazia i tecnici, la crew, il pubblico, “riceviamo il vostro affetto”, e poi parla ancora di politica: “Ieri ho controllato la mia pagina Facebook dove c’era ovviamente l’annuncio del concerto di questa sera, e un coglione aveva scritto tra i commenti, ‘Speriamo che pensi alla musica e non parli di politica’. Ma vaffanculo!”, dice Waters, e parla ancora di Israele e Palestina, chiede ancora al pubblico di resistere e di “restare umani”. Quindi i bis da “The Wall”, la bellissima “Mother”, e poi una travolgente e memorabile versione di “Comfortably Numb”, che mette ancora in luce le splendide doti di una band perfetta, che i suoi punti di forza nello straordinario Johnatan Wilson, che fa le veci di Gilmour nelle parti cantate, e nel sempre bravissimo Dave Kilminster, che sostituisce con sicurezza Gilmour negli assoli di chitarra e che proprio in “Confortably Numb” si toglie qualche soddisfazione finale. Il pezzo finisce, partono i fuochi d’artificio, e il concerto si conclude. Un trionfo per Waters, una straordinaria dimostrazione di come arte, politica, immagine e musica possano essere fuse per creare qualcosa di unico e meraviglioso. E alla fine, le ultime immagini sullo schermo, sono quelle di una bambina, che raggiunge la donna che all’inizio attendeva sulla spiaggia. Un segno di speranza.

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