L’articolo di  Amador Fernández-Savater pubblicato da Vic pochi giorni fa sulle “Politiche del desiderio” mi ha spinto a dar voce ad una delle preoccupazioni che da molto tempo (almeno da 45 anni, in crescendo) mi assillano, anche se raramente la lascio emergere nel dibattito politico pubblico. E già questo dovrebbe preoccuparmi ancora di più. Non è da oggi che i problemi sottolineati nell’articolo di  Amador Fernández-Savater sono presenti nella riflessione e nel dibattito interno alla “sinistra” (ogni volta che uso questa parola mi vien voglia di aggiungere una dozzina di virgolette!). Ed in un certo senso questa tensione dialettica tra spinta libertaria (e quindi, a mio avviso, anche “libertina”) e spinta “moralista” (o moralizzatrice, o addirittura semi-ascetica) è sempre stata presente nei momenti di rivolta, ribellione, rivoluzione a cui hanno dato vita le classi sociali oppresse e sfruttate nella Storia. Non è mia intenzione rispondere “mettendo i puntini sulle i” alle osservazioni di Fernández-Savater sulla rivoluzione russa piuttosto che sul ’68. Alcune critiche sono condivisibili, altre meno. Quello che mi sta a cuore è sottolineare le criticità del nostro “essere rivoluzionari” rispetto all’aspetto (che lui chiama “libidinale”) del nostro impegno per cambiare il mondo (e quindi, dialetticamente, anche noi stessi). In particolare sullo scivoloso terreno della liberazione sessuale, che è poi, a mio avviso, il nocciolo duro del problema che lui affronta. Innanzitutto mi sembra fuorviante una lettura, chiamiamola così, “basista-spontaneista”, che imputa tutto il ritardo (o addirittura la negazione tout court) su questo terreno alle imposizioni dall’alto, di un gruppo dirigente presuntamente caratterizzato, nel migliore dei casi, da una sottovalutazione del problema (e nel peggiore da una sessuofobia dalle radici chiaramente reazionarie). Non nego che esista ANCHE questo tipo di problema. D’altra parte la riflessione sul rapporto tra potere e repressione sessuale ha una storia lunga (Wilhelm Reich docet). Ma limitarsi a questo approccio, magari contrapponendo una (largamente) inesistente spinta di massa libertaria/libertina ad un “potere rivoluzionario” per definizione autoritario e quindi sessuofobico, mi sembra costituisca una scorciatoia poco credibile. In realtà in tutti i movimenti rivoluzionari (e, per estensione, sovversivi e ribelli) sono sempre state presenti spinte contraddittorie, in “basso” come in “alto”. Senza voler scomodare un Girolamo Savonarola, contrapponendolo a un Fra’ Dolcino, la stessa Grand Revolution del 1789 si nutre di entrambe le sorgenti illuministiche. Se Robespierre incarna all’ennesima potenza il radicalismo giacobino “ascetico” (il nomignolo di “incorruttibile” non si riferiva solo al denaro), non si può tacere il contributo del pensiero libertino così presente nella filosofia (e in un certo senso anche nel costume, per lo meno per le classi più agiate e colte) francese del Secolo dei Lumi. Il movimento operaio, fin dal suo nascere, si è abbeverato ampiamente alla fonte dell’Illuminismo e del “grande” ’89, pur subendo anche infinite altre influenze, tra le quali, purtroppo (soprattutto in ambiente anglo-sassone), anche quelle di matrice religiosa, da sempre (almeno dall’affermarsi del monoteismo sessuofobico giudaico-cristiano-islamico nella tarda antichità-inizio medioevo) principali nemiche della liberazione sessuale. Ma la tensione verso “il libero amore” è stata comunque uno dei cavalli di battaglia dei primi socialisti (“utopisti” o meno) ed ha attraversato tutta la nostra storia, in particolare tra la I e la II Internazionale. Anche la “nostra” rivoluzione russa, per quanto scoppiata in uno dei paesi meno adatti all’esperimento socialista (nel caso specifico anche per il peso enorme della superstizione religiosa tra le masse contadine analfabete), ha visto esperimenti avanzati sul terreno delle “comuni” giovanili e della sperimentazione di una sessualità relativamente liberata (è vero, soprattutto per merito della Kollontaj, non certo per i nostri Lenin o Trotsky). Ma ancor prima della glaciazione dovuta alla controrivoluzione staliniana tutto questo era già un ricordo. Se i massacri della Guerra Civile non favorirono certo questa (e tutte le altre) battaglie per costruire un nuovo essere umano, è comunque indubbio che la rapidità con cui il più becero moralismo si impose nella società sovietica lascia sconcertati. E di nuovo, nel ’36 spagnolo, troviamo tutte le spinte libertarie/ine farsi faticosamente strada durante la “breve estate dell’anarchia”, in particolare a Barcellona, e grazie soprattutto ai settori più avanzati dell’incipiente femminismo catalano e spagnolo. Salvo rientrare rapidamente, ancor prima che la controrivoluzione borghese-staliniana del maggio ’37 la facesse finita con le speranze di una Spagna libertaria e socialista. Mutatis mutandis, lo stesso è accaduto nel ’68 e nei “nostri” anni Settanta. Forse stavolta (e in questo do ragione a Fernández-Savater) le spinte libertarie/ine erano più forti, per la prima volta, di quelle “savonaroliane”. La composizione estremamente giovanile, il peso della gioventù studentesca (quindi relativamente colta e refrattaria all’ideologia religiosa), lo stesso sviluppo storico generale del dopo guerra segnato dalla sconfitta del nazifascismo, la “laicizzazione” incipiente nelle società più avanzate (soprattutto europee), la forza strutturale di una classe operaia (anche qui in gran parte giovane) gonfiatasi nel boom economico: tutti elementi da considerare per capire il diverso peso relativo delle due opzioni (con la miriade di soluzioni intermedie, ovviamente) rispetto a fenomeni di rivolta-rivoluzione più lontani nel tempo. Nonostante ciò, accanto alle comuni (più o meno hippy), ai situazionisti, agli anarchici libertini, ai marxisti eretici (non tutti così aperti sulla questione), alle femministe radicali e libertarie/ine, abbiamo avuto i “matrimoni rossi” dei maoisti del PCI (m-l), le discussioni sulla “reazionarietà” della fellatio (giuro, non lo sto inventando!), il formarsi di numerosi atteggiamenti pseudofemministi largamente sessuofobici (non a caso radicati soprattutto in ambienti di provenienza cattolica e/o mao-stalinista). E piano piano il vento prima fresco, poi gelido, del riflusso, ha praticamente ridotto al lumicino la battaglia POLITICA per il libero amore, la libera sessualità, il superamento della famiglia e della coppia in senso lato. Ripeto, la chiusura non è venuta solo dall’alto (compreso il piccolo “alto” costituito dai gruppi dirigenti della sinistra rivoluzionaria, per non parlare dei catto-stalinisti del PCI), ma è stato il frutto di un’arretratezza generale del “popolo della sinistra” (ovviamente meno arretrato dei sostenitori della DC o dell’estrema destra, ma pur sempre impregnato di valori almeno in parte reazionari). D’altra parte non c’è da stupirsi: sono le masse più oppresse (a partire da coloro che vivono una doppia oppressione, le donne) che, su questo tipo di argomenti, mantiene spesso una sudditanza a prova di bomba verso la superstizione religiosa, i costumi conservatori (se non apertamente reazionari), le paure verso “il nuovo” ed in genere verso la libertà (soprattutto su un terreno così sensibile come quello sessuale e/o affettivo). Siamo stati tutti e tutte, più o meno, vittime di questo riflusso, e “pour cause“. Non è un caso che, a livello popolare, la sinistra è spesso vista come “nemica del libertinaggio” (confuso quasi sempre con quello a trazione consumistico-pornografica che è il sottoprodotto, unico accettabile dal sistema, della lotta per la liberazione sessuale. E così Savonarola redivivo si è impossessato del nostro immaginario. Fino alla prossima ondata, che sarà foriera, credo, di positivi sviluppi anche su questo accidentato terreno.

Flavio Guidi

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