Europa, 1989-1993

Il crollo delle dittature burocratiche nell’Europa orientale e nell’ex Unione sovietica, tra il 1989 e il 1991, fu l’avvenimento mondiale più importante dopo la Seconda guerra mondiale e la rivoluzione cinese del 1949. Fu la fine della “guerra fredda”, la fine del contesto che aveva retto la politica mondiale dal 1945, il che comportò una conseguente crisi, anche se allora non riconosciuta dalla maggior parte dei commentatori, dei rapporti globali, non solo al di là della “cortina di ferro”. Non potendo passare in rassegna gli avvenimenti convulsi di quegli anni, mi limito a cercare di evidenziare gli snodi storici di quel periodo. Altre possibilità storiche erano aperte, e quanto alla fine avvenne non era fatalisticamente inscritto fin dall’inizio, ma l’esito finale tuttavia obbliga a un bilancio sobrio di quanto avvenne, cercando di individuarne le logiche e le cause, sia sistemiche che contingenti.
La visione comune, per cui la svolta del 1989 fu la “fine del comunismo”, presuppone quattro assiomi: il dominio dei Partiti comunisti era equiparato al comunismo; il rigetto popolare dei regimi di questi Partiti comunisti era sic et sempliciter un sostegno ai successivi mutamenti politici e socioeconomici, introdotti nel quadro della globalizzazione neoliberale; quest’ultima era sinonimo di democrazia; e gli oppositori dei passati regimi “comunisti” erano eo ipso anticomunisti (43). Questi assiomi non reggono a una analisi storica.
Le mobilitazioni popolari che si svilupparono nell’Europa orientale nella seconda metà degli anni ‘980 erano finalizzate a ottenere un maggiore benessere e una maggiore libertà, senza rimettere in discussione le acquisizioni sociali esistenti: in primo luogo l’inesistenza di un mercato del lavoro e l’impossibilità (al 99%) di licenziamenti, con una conseguente assenza di disoccupazione (con l’eccezione della Jugoslavia), un welfare

43)  Si v. C. Samary, East Europe: Revisiting 1989’s Ambiguous Revolutions, in: Vicken
Cheterian (ed), From Perestroika to Rainbow Revolution, London, Hurst Publ., 2013.

state che, sia pure via via d’una qualità sempre più disastrosa, era riconosciuto
come diritto generalizzato, e un potere all’interno dei luoghi di produzione sui ritmi di lavoro, che se era da un lato intrecciato a pratiche paternalistiche e clientelari da parte dei manager, dall’altro era pur sempre effettivo, come evidenziato dai generalizzati bassi livelli di produttività aziendale. Da nessuna parte vi furono delle rivoluzioni dal basso a sostegno di un programma di restaurazione capitalista. Le “riforme” neoliberali, introdotte via via nei vari paesi, vennero implementate contro il sentire comune delle popolazioni di questi paesi, sulla base delle indicazioni del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, non sulla base di dibattiti e di consultazioni democratiche ampie e trasparenti.
Queste “riforme” produssero una crisi in tutti i paesi dell’Est che venne definita sistemica, con il crollo della produzione (dal 30 al 50%), una disoccupazione di massa e una pauperizzazione generalizzata. Due altre considerazioni comportano degli sviluppi e degli approfondimenti. Da un lato ampi settori della burocrazia dominante furono i principali soggetti della svolta neoliberale, pur con notevoli differenze specifiche nei
singoli paesi. Dall’altro lato le mobilitazioni del 1989 fecero emergere una frattura che si situa nel corso degli anni ‘980. Fino al 1980-1981 le rivolte che si succedettero in Europa orientale esprimevano in generale l’aspirazione a sostuire il ruolo dirigente della burocrazia con un potere di massa, democratico, autogestionario, espresso dalla formazione e dal coordinamento di consigli operai; le realizzazioni pratiche furono molto diverse, a seconda dei paesi e delle congiunture, dalle più embrionali alle più elaborate, ma la tendenza di fondo era inequivocabile. Le mobilitazioni di massa del 1989 invece non videro nascere da nessuna parte forme organizzate autogestionarie, come i consigli operai, né vennero avanzate rivendicazioni che esprimessero questa aspirazione. Ernest Mandel, nelle sue analisi delle società postcapitaliste, aveva escluso la possibilità che le burocrazie al potere potessero essere gli agenti di una restaurazione capitalista, in quanto il loro potere esisteva solo grazie all’assenza di una borghesia; l’ipotesi che uno strato sociale dominante potesse compiere un suicidio collettivo era impensabile. Nelle sue analisi la restaurazione capitalista sarebbe potuta avvenire solo grazie a una sconfitta storica dei lavoratori di questi paesi e alla distruzione violenta
degli Stati burocratici. La dinamica all’opera nel 1989 ha invalidato questa tesi. Catherine Samary, per risolvere la contraddizione, ha apportato delle nuances alla categoria della burocrazia come non-classe, e ha sostenuto che quanto affermato da Mandel era teoricamente vero (e confermato) solo in periodi di crescita economica, mentre risultava invalidato in periodi di crisi (44). Ma in questo modo Samary non ha risolto la contraddizione, ha semplicemente ascritto i suoi termini a diverse congiunture storiche ed economiche. Il problema è capire se la burocrazia, come strato dominante, si sia effettivamente “suicidata” con la restaurazione capitalista. A mio avviso no: importanti suoi settori sono rimasti al potere grazie a dei compromessi e a degli accordi con le borghesie internazionali.
Ad una embrionale, molto embrionale, rivoluzione dal basso, si è contrapposta una rivoluzione (controrivoluzione) sociale dall’alto. La possibilità di una tale rivoluzione (controrivoluzione) sociale non viene considerata né da Mandel, né da Samary, ma il suo prototipo storico, la Germania bismarckiana, è stato attentamente analizzato da Marx ed Engels. Tali rivoluzioni (controrivoluzioni) possono estendersi per decenni, senza cesure improvvise e drammatiche, e i compromessi sociali, economici, di potere su cui si basano dànno luogo a formazioni sociali e a Stati ibridi, mostruosi. Così, per Marx, lo Stato di Bismarck e di Guglielmo I era “uno Stato che non è altro se non un dispotismo militare, mascherato di forme parlamentari, mescolato a residui feudali, e allo stesso tempo già influenzato dalla borghesia, tenuto assieme dalla burocrazia, difeso dalla polizia” (45). Tale opzione è stata fatta propria dalle burocrazie al potere in funzione delle particolari congiunture politiche ed economiche della fine degli anni ‘980, ma presupponeva che la possibilità storica di tale opzione esistesse indipendentemente da queste stesse congiunture.
A questo proposito il percorso jugoslavo è peculiare. Una pianificazione economica centralizzata e burocratica, per un paese relativamente piccolo come la Jugoslavia, implicava l’inserimento in una integrazione economica ampia a livello regionale. La rottura con Mosca nel 1948 aveva precluso questa possibilità. La scelta dell’autogestione permise alla Jugoslavia non solo di sopravvivere nella nuova situazione internazionale,
ma di crescere in modo deciso, chiudendo con un passato di arretratezza e di miseria. Ma se una pianificazione economica centralizzata e burocratica era impensabile in primo luogo per motivi economici, l’estensione, l’approfondimento dell’autogestione a livello economico e politico era impensabile in primo luogo per motivi politici, in quanto

44) Si v. Intervista a Mandel sulla natura dell’URSS, Critica comunista 1981 (10) [il testo è
datato 1977]; Mandel, Once again on the Trotskyist definition of the social nature of the
Soviet Union, Critique 1979/80 (12); Samary, Les conceptions d’Ernest Mandel sur la
question de la transition au socialisme, in: Gilbert Achcar (sous la direction de), Le marxisme d’Ernest Mandel, Paris, PUF, 1999 [i contributi al volume sono datati 1996].

45 ) Marx, Critica al programma di Gotha; mi permetto di rinviare al mio saggio “Marx,
Engels e la Germania guglielmina” (di prossima pubblicazione).

avrebbe svuotato il predominio burocratico. La scelta, a metà degli anni ‘960, fu così quella della riduzione dei poteri dell’autogestione operaia e popolare e di una sostanziale apertura internazionale dell’economia (46). In questo modo si fece dipendere lo sviluppo delle singole repubbliche, dei vari settori produttivi, delle singole imprese dall’accesso ai crediti e ai mercati internazionali, frammentando e cristallizzando interessi divergenti a livello economico all’interno dell’élite. Ma non solo: comportò anche una simbiosi tra politica estera e politica industriale, tra la posizione strategica della Jugoslavia a livello internazionale e il suo accesso al capitale estero, sia in termini di crediti che di mercati internazionali. Grazie a questa simbiosi interessi economici divergenti si tramutavano in divergenze politiche, che a loro volta si tramutavano di nuovo in divergenze economiche
sulla gestione dei fondi statali e repubblicani. Ma queste divergenze non dipendevano da variabili interne su cui la burocrazia poteva operare, ma da dinamiche economiche globali e di relazioni tra Stati a livello internazionale del tutto imprevedibili, e che per di più potevano anche essere divergenti tra loro47. I conflitti politici intraburocratici eruppero all’inizio degli anni ‘970, e vennero apparentemente superati con una estrema decentralizzazione della Jugoslavia, formalizzata dalla nuova Costituzione del 1974 scritta da Kardelj, e con l’esplosione incontrollabile della domanda per crediti esteri. Il “patto faustiano” che legava politica estera e sviluppo economico interno venne confermato, ma il soggetto principale passò dal centro federale ai centri repubblicani; le subeconomie repubblicane si integrarono progressivamente nel mercato mondiale in modo indipendente l’una dall’altra, con sempre minori relazioni tra loro e con uno svuotamento del ruolo economico del centro federale.
Ne derivarono sprechi incalcolabili, inflazione e la diffusione di una mentalità capitalistica nella conduzione degli affari, sia economici che politici. La polarizzazione sociale, già favorita dal rientro in patria di un milione di Gastarbeiter con l’avvio della recessione internazionale nel 1973, aumentò vertiginosamente: a metà degli anni ‘970 i lavoratori non specializzati erano prossimi o sotto la linea della povertà, mentre si avvicinavano pericolosamente a questa soglia anche i lavoratori specializzati; nei catastrofici anni ‘980 il 10% più ricco della popolazione jugoslava possedeva più del 40% più povero. L’aumento dei tassi di interesse a partire dal 1982 e la successiva rinuncia a

46) Su tutto questo periodo e sull’importanza di una opzione di un “potere democratico
plebeo dal basso” si v. Darko Suvin, Splendour, misery, and possibilities: an X-ray of socialist Yugoslavia, Leiden, Brill, 2016 [una prima versione in serbocroato era stata pubblicata nel 2014 a Belgrado].
47) Si v. Susan L. Woodward, Socialist Unemployment. The Political Economy of Yugoslavia, 1945-1990, Princeton, Princeton University Press, 1995.

un ruolo mondiale preminente da parte dell’Urss gorbacioviano modificarono entrambi i termini del problema della stabilità interna della Jugoslavia. L’accesso al credito internazionale era ancora essenziale, ma utilizzabile solo per pagare gli interessi sui passati crediti, e la posizione strategica della Jugoslavia a livello internazionale venne annullata di colpo. La Jugoslavia fu ridotta in quegli anni a un paese dipendente periferico, subalterno alle ricette del FMI di austerità e di tagli ai deficit statali, con un’economia interna sull’orlo del collasso, in preda a un’inflazione a tre cifre e a una disoccupazione di massa e crescente. La controrivoluzione sociale dall’alto era stata preparata e avviata da ben due decenni, ma all’appuntamento decisivo della seconda metà degli anni ‘980 la posizione contrattuale delle varie burocrazie jugoslave si rivelava catastrofica.
La via di un compromesso tra burocrazia jugoslava e borghesie internazionali, secondo le modalità che furono maggioritarie negli altri paesi dell’Europa orientale, venne tentata con l’elezione a primo ministro federale di Ante Marković nel marzo 1989. Il problema era che un centro burocratico federale non esisteva più da molti anni, e questo tentativo, su cui tutte le borghesie internazionali avevano giocato le loro carte, fallì
miseramente nell’arco di un anno. Un altro tentativo con un orizzonte federale venne fatto da Slobodan Milošević, dall’autunno 1987 a capo della Lega dei comunisti di Serbia. Politicamente comportava un processo di centralizzazione della Jugoslavia (ad eccezione della Slovenia, la cui separazione dalla Jugoslavia veniva considerata inevitabile) sotto il dominio della frazione burocratica serba, ed economicamente comportava un processo di spoliazione del paese a favore di un arricchimento privato dello strato superiore della burocrazia, in modo da assurgere a nucleo di una borghesia autoctona. Anche questa opzione fallì miseramente, per gli stessi motivi che avevano portato al fallimento dell’opzione Marković, con lo scioglimento de facto della Lega dei comunisti jugoslava nel gennaio 1990. I centri di potere erano da molto tempo a livello repubblicano, e nella tormenta dell’anno 1990 la burocrazia croata e quella bosniaca persero la partita e vennero escluse dal potere, mentre quella slovena riuscì a mantenere un minimo di forza contrattuale nei nuovi assetti. In Serbia, Montenegro e Macedonia i vecchi centri di potere riuscirono, chi più chi meno, a superare la prova.
Nel 1990 le élite al potere, sia di vecchia provenienza burocratica, sia nuove arrivate ai vertici degli Stati, ereditarono l’estrema debolezza sociale delle burocrazie repubblicane degli anni ‘980. Ma questa non è  stata l’unica peculiarità jugoslava. La classe operaia jugoslava aveva avuto una continua attività autonoma nel corso di questo decennio, raggiungendo un picco di mobilitazioni e scioperi dopo il 1985, e con un accumulo di esperienze altrove impossibili. Scioperare in Jugoslavia non era un diritto, piuttosto una rottura contrattuale da parte del lavoratore che poteva portare al suo licenziamento; era tuttavia per lo più tollerato, ed eventuali misure repressive colpivano i dirigenti degli scioperi, più che la massa dei lavoratori. Queste mobilitazioni non si erano cristallizzate in organizzazioni autonome permanenti, ed erano rimaste per lo più frammentate e senza coordinamento, ma avevano sollevato una importante commozione e solidarietà nella società jugoslava (48). Il picco fu nel 1987, e l’emblema fu lo sciopero di due mesi dei minatori di Labin (Croazia); l’emblema della conclusione di questa ondata fu lo sciopero dei minatori di Trepča (Kosovo), nel febbraio 1989. Le rivendicazioni non erano solo salariali, ma riguardavano la gestione aziendale, le responsabilità politiche, i diritti collettivi. Nel caso di Trepča (che era all’avanguardia di uno sciopero generale nell’industria di tutto il Kosovo) veniva richiesto il rispetto della Costituzione, dei diritti della minoranza albanese e dei fondamentali diritti democratici di poter tenere riunioni e dimostrazioni pubbliche (aboliti il precedente novembre); Belgrado rispose arrestando i dirigenti dello sciopero, imponendo un governo militare de facto nella provincia e cancellandone l’autonomia (49)

48) Questi scioperi erano talmente popolari che dal 1988 la burocrazia serba sotto la direzione di Slobodan Milošević ne usò ai propri fini una parodia: fu la cosiddetta “Rivoluzione antiburocratica”, che consisteva di manifestazioni finalizzate a far dimettere le frazioni burocratiche ostili a Milošević. Inutile dire che non sollevarono solidarietà, ma solo timori. Ufficialmente si trattava di lavoratori in sciopero, in realtà venivano regolarmente pagati come fossero al lavoro e ottenevano un extra in sovrappiù per i servigi resi. Uno dei leader della “Rivoluzione antiburocratica” fu successivamente a capo di una formazione militare serba che si distinse nelle operazioni di pulizia etnica.
49) Si v. Branka Magaš, The Destruction of Yugoslavia. Tracking the Break-up 1980-1992,
London, Verso, 1993. La burocrazia serba sotto la direzione di Slobodan Milošević aveva
lanciato dal 1987 una isterica campagna antialbanese, denunciando un preteso “genocidio” dei serbi ad opera degli albanesi. Questa campagna includeva una ossessiva denuncia di pretesi stupri commessi da uomini albanesi ai danni di donne serbe, allorquando l’incidenza dei reati di stupro in Kosovo era la metà di quella in Jugoslavia (e meno della metà di quella in Serbia), e i casi in cui il violentatore era albanese e la vittima era serba o montenegrina costituiva il 9,6% del totale; tra il 1987 e il 1989 non se ne registrò neppure un solo caso.

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