Generazione antimigranti
Pubblicato su Nigrizia.it
Sulle Alpi c’è chi non smette di camminare ogni giorno in molti modi con i migranti: Generation Identitaire se ne faccia una ragione. Foto, gennaio 2018, di Luca Perino.
di Marco Aime*
Lo scorso aprile sul valico del Monginevro, comune francese dove passa la linea di confine tra Italia e Francia, si è assistito a un evento assurdo quanto foriero di tristi presagi. Il colle è dall’autunno 2017 una delle nuove rotte usate dai migranti per entrare in Francia. Associazioni italiane e francesi aiutano questi ragazzi a passare la frontiera e forniscono loro cibo e abiti caldi.
La cosa non va giù a Generation Identitaire, associazione francese di estrema destra, che sul confine ha organizzato una manifestazione per fermare gli immigrati. Al “no border” dei giovani che vorrebbero vedere realizzato il celebre verso di John Lennon “Imagine there’s no country”, costoro oppongono il “no way” in difesa di un’Europa più pura.
I giovani “identitari”, oltre a manifestare la loro volontà di esclusione, formano delle ronde per fermare chi tenta di passare la frontiera e li segnalano alla polizia. Sul sito di Generation Identitaire si scopre che è stata fondata nel 2012 e si dice:
«Chiediamo ai giovani di alzare la testa: contro la feccia, chi vuole colpire le nostre vite e i nostri pensieri, contro la standardizzazione di popoli e culture, di fronte all’ondata di massiccia immigrazione, di fronte a una scuola che nasconde la storia dei nostri popoli per impedirci di amarli… Generation Identitaire è la prima linea di resistenza».
Toni degni del ministero della propaganda diretto da Goebbels e se non bastasse anche il filmato che apre il sito è impressionante: si vedono elicotteri con il logo “Defend Europe-Mission Alpes” che atterrano sul colle, uno schieramento di ragazzi/e in giacca a vento azzurra come in divisa, una colonna di Toyota che risale il colle con le bandiere sventolanti che ricordano tragicamente quelle dell’Isis. Le riprese sono magistrali, degne de Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl, un ottimo esempio di comunicazione mediatica.
Nel sito si chiede di finanziare l’associazione. Domanda: chi e quanti sono i finanziatori così da poter mettere in scena una coreografia come quella che si vede nel filmato? Elicotteri, aerei, divise, auto hanno costi elevati, se gli sponsor sono così numerosi ci attende un futuro nero.
*Docente di antropologia culturale presso l’università di Genova, è autore di numerosi libri di saggistica (tra cui Eccessi di culture e Il dono al tempo di Internet per Einaudi, Etnografia del quotidiano e La macchia della razza per eleuthera) e di alcuni libri di narrativa e per bambini.
Una donna senza vita e senza nome
di Rete solidale italo/francese
Una donna (12 maggio)
La frontiera uccide. La militarizzazione è la sua arma.
Una donna è morta. Un cadavere ancora senza nome è stato ritrovato mercoledì 9 maggio all’altezza della diga di Prelles, nella Durance, il fiume che scorre attraverso Briançon.
Una donna dalla pelle nera, nessun documento, nessun appello alla scomparsa, un corpo senza vita e senza nome, come le migliaia che si trovano sul fondo del Mediterraneo.
Questa morte non è una disgrazia inaspettata, non è un caso, non è “strana” per tanti e tante. Non c’entra la montagna, né la neve o il freddo. Questa morte è stata annunciata dall’inverno appena passato, dalla militarizzazione che in questi mesi si è vista su queste montagne e dalle decine di persone finite in ospedale per le ferite procuratesi nella loro fuga verso la Francia. È una conseguenza inevitabile della politica di chiusura della frontiera e della militarizzazione.
Questa morte non è una fatalità. È un omicidio, con mandanti e complici ben facili da individuare. In primis i governi e le loro politiche di chiusura della frontiera, e ogni uomo e donna in divisa che le porta avanti. Gendarmi, polizia di frontiera, chasseurs alpins, e ora pure quei ridicoli neofascisti di Géneration Idéntitaire, pattugliano i sentieri e le strade a caccia dei migranti di passaggio da questi valichi alpini. Li inseguono sui sentieri e nella neve sulle motoslitte; li attendono in macchina in agguato lungo la strada che porta a Briançon e quelle del centro città. Molti i casi quest’inverno di persone ferite e finite all’ospedale in seguito alle cadute dovute alle fughe dalla polizia.
Quella donna era una delle decine di migranti che ogni giorno tentano di andare in Francia per continuare la propria vita. Per farlo, ha dovuto attraversare nella neve, a piedi, quella linea immaginaria che chiamano frontiera. Perché i mezzi di trasporto, sicuri, le erano preclusi data la mancanza di documenti e per la politica razziale di controllo che attuano al confine. Poi è scesa sulla strada, quei diciassette chilometri che devono percorrere a piedi per raggiungere la città. È lungo quel tratto che deve essere inceppata in un blocco della polizia, come spesso viene raccontato dalle persone respinte. Probabilmente il gruppo di persone con cui era, che come lei tentava di attraversare il confine, si è disperso alla vista di Polizia o Gendarmerie alla ricerca di indesiderati da acchiappare e riportare in Italia, nel solito gioco dell’oca che questa volta ha ucciso.
Questa donna senza nome deve essere scivolata nel fiume mentre tentava di scappare e nascondersi, uccisa dai controlli poliziesci. L’autopsia avverà a Grenoble nella giornata di lunedì, solo allora sarà possibile avere maggiori dettagli sulla causa della morte.
La frontiera separa e uccide. Non dimentichiamo chi sono i responsabili.
È morta perché stava scappando (14 maggio)
È passata una settimana dalla morte di B. Cinque giorni dal ritrovamento del cadavere di una giovane donna, “forse una migrante”, nel fiume sotto Briançon, la Durance.
Questi i fatti.
Un gruppo di quasi una decina di persone parte da Claviere per raggiungere Briançon a piedi. È domenica sera, e come ogni notte i migranti che cercano di arrivare in Francia si ritrovano costretti a camminare per le montagne per evitare i controlli di documenti.
Il gruppo inizia il cammino e poi si divide, una donna fa fatica a camminare e ha bisogno di supporto. Due persone stanno con lei, e i tre si staccano dal gruppo. Camminano sulla strada, nascondendosi alla luce dei fari di ogni macchina e a ogni rumore. Infatti la polizia sta attuando una vera caccia al migrante, negli ultimi giorni più che mai. Oltre a nascondersi sui sentieri per sorprendere con le torce chi di passaggio e fare le ronde con le macchine sulla strada, hanno iniziato ad appostarsi sempre più spesso agli ingressi di Briançon e ai lati dei carrefour facendo dei veri posti di blocco.
Il gruppo di tre cammina per una quindicina di chilometri e si trova a quattro-cinque chilometri da Briançon. All’altezza della Vachette, cinque agenti della Police National sbucano fuori dagli alberi alla sinistra della strada. Sono le 4-5 del mattino di lunedì 7 maggio. I poliziotti iniziano a rincorrerli. Il gruppetto corre e entra nel paesino della Vachette. Uno dei tre si nasconde; gli altri due, un uomo e una donna, corrono sulla strada. L’uomo corre più veloce, cerca di attirare la polizia, che riesce a prenderlo e lo riporta in Italia diretto. La donna scompare.
La polizia prosegue per altre quattro ore le ricerche nel paesino della Vachette. Il fiume è in piena, e i poliziotti concentrano le ricerche sulle sponde della Durance e nella zona del ponte. Poi la Police se n’è andata. Questo operato si discosta totalmente dalle modalità abituali della Police Nationale, che nella prassi cerca i fuggitivi per non più di qualche decina di minuti. Le ricerche concentrate nella zona del fiume rendono chiaro che i poliziotti avessero compreso che qualcosa di molto grave era successo, a causa loro.
Cinquanta ore dopo, mercoledì, un cadavere di una donna viene ritrovato bloccato alla diga di Prelles, a dieci chilometri a sud da Briançon. È una donna nigeriana, un metro e sessanta, capelli lunghi scuri con treccine. Cicatrici sulla schiena, una collana con una pietra blu.
Il Procureur della Repubblica di Gap, Raphael Balland, ha dato la notizia il giorno seguente, dicendo che “Questa scoperta non corrisponde a una scomparsa inquietante. Per il momento, non abbiamo nessun elemento che ci permette di identificare la persona e quindi di dire che si tratta di una persona migrante”. Pesanti le dichiarazioni del procuratore. Una scomparsa “non è inquietante” se non c’è una denuncia, e quindi se si tratta di una migrante? In più il procuratore mente, perché la polizia sapeva che una donna era sparita dopo un inseguimento. Ben pochi i giornali che hanno rilevato la notizia. Sembra che nessuno fosse molto interessato a far uscire la vicenda, anzi. L’interesse è quello di insabbiare questa storia, per evitare un ulteriore scandalo, dopo i due casi di respingimento di donne incinte, che possa scatenare una reazione pubblica davanti alle violenze della polizia. Un’inchiesta giudiziaria è stata aperta e affidata alla gendarmeria al fine di determinare le circostanze del decesso. Il magistrato ha detto “non avendo elementi che fanno pensare alla natura criminale del decesso, un’inchiesta è stata aperta per determinare le cause della morte”.
Ma anche questo è falso. La natura del decesso è criminale.
Non è una morte casuale, non è un errore. Questo è omicidio. Erano cinque i poliziotti che li hanno inseguiti. Quella donna, B, è morta per causa loro e della politica di leggi che dirige, controlla e legittima le loro azioni. B. è morta perché la frontiera senza documenti non la passi in altro modo. Ma B. non è nemmeno morta a causa della montagna, per errore, e non è morta per la neve quest’inverno. È morta perché stava scappando dalla polizia che in modo sempre più violento si dà alla caccia al migrante. L’hanno uccisa quei cinque agenti, come il sistema di leggi che glielo ordina. Un omicidio con dei mandanti e degli esecutori. Il procuratore di Gap e la prefetto sono responsabili quanto i poliziotti che l’hanno uccisa, date le direttive assassine che danno. Responsabili sono le procure e i tribunali, che criminalizzano i solidali che cercano di evitare queste morti rendendo il più sicuro possibile il passaggio. Responsabili sono tutti i politicanti che portano avanti la loro campagna elettorale sulla pelle delle persone.
Se continuiamo così, i morti aumenteranno. È la militarizzazione che mette in pericolo le persone. La polizia, uccide.
La bomba a tempo del razzismo 5 stelle
La rimozione della memoria, anche a brevissimo raggio, è un tratto essenziale del “confronto” mediatico dei nostri tempi, soprattutto nelle miserevoli diatribe tra esponenti politici “di grido”. Il caso della presunta “metamorfosi” o “svolta” xenofoba e razzistoide di molti rilevanti esponenti del Movimento politico fondato da Grillo ne è un esempio lampante. Sono ormai trascorsi dieci anni da quando il comico genovese definiva “una bomba a tempo” i rom di nazionalità romena e proponeva d’interdire loro la libera circolazione nella Ue. E’ stato pressappòco allora che ha smesso di far ridere. Nel corso degli anni, come un farmaco tossico a rilascio prolungato, il repertorio s’è arricchito, in modo costante, disegnando una linea nefasta e opportunista – certo, non condivisa da tutti i 5 stelle, ci mancherebbe!–, non priva di venature sessiste e omofobiche. Una linea esibita, con fredda determinazione, soprattutto quando Grillo, o Di Maio o la sindaca di Roma, ritengono che la “congiuntura” politica lo richieda, come accade oggi, dopo i risultati mediocri delle recenti primarie amministrative. L’articolo che ci ha inviato Annamaria Rivera ripercorre le tappe di un percorso che non mostra novità
di Annamaria Rivera*
Non sempre è vero che repetita iuvant. E’ da più di un decennio, cioè dagli esordi degli Amici di Beppe Grillo, che andiamo analizzando gli enunciati razzisti del meta-comico e di non pochi suoi sodali, nonché le loro conseguenti prese di posizione politica. Almeno da quando (11 febbraio 2006) Grillo riportava nel proprio blog un ampio passo dal Mein Kampf contro “i giullari del parlamentarismo”, corredato da un ritratto del Führer.
Sei mesi dopo (20 agosto 2006), com’è ben noto, accusava di demagogia l’allora ministro Paolo Ferrero, usando lessico e argomentazioni grossolane di puro stampo leghista, compresa una parafrasi del tipico “Se gli piacciono tanto gli immigrati, se li porti a casa sua”.
Per fare un esempio più recente, il 20 ottobre 2014, parlando a casaccio di Ebola, Isis, “clandestini” e “buonismo”, Beppe Grillo – subito sostenuto dal vice-presidente della Camera, il fine pensatore Luigi Di Maio – tratteggiava il suo programma sull’immigrazione: a tal punto rozzo e reazionario che Francesco Storace, in un tweet, avrebbe commentato che “Grillo sta saccheggiando tutte le proposte de La Destra”.
Storace non ha torto, se è vero che il M5s o almeno i suoi leader non si sono fatti scrupolo di accodarsi perfino alla campagna diffamatoria contro le Ong impegnate nell’opera di ricerca e soccorso dei profughi nel Mediterraneo: con un editoriale sul blog, firmato M5s, disinformato, cinico, denigratorio, che ha ricevuto – ça va sans dire – una valanga di commenti apertamente razzisti; e un conseguente commento di Di Maio, che ha osato definire “taxi del Mediterraneo” le imbarcazioni delle Ong, aggiungendo il classico “chi li paga?”.
Insomma, nel corso del tempo il repertorio pentastellato si è arricchito, in modo costante, di cliché, discorsi e pratiche tali da configurare una linea razzistoide – certo, non condivisa da tutti –, con venature sessiste e omofobiche, sebbene grezza e spesso modellata sulla chiacchiera ordinaria. Strutturale è anche l’attitudine a cavalcare gli umori più malsani della “gente comune”, titillandone l’intolleranza e il rancore a fini elettorali e di potere.
E’ perciò stupefacente che oggi – a destra come a sinistra – si parli di “trasformazione”, “metamorfosi”, addirittura “svolta” a proposito delle sortite della sindaca Raggi e dello stesso Grillo, dopo i risultati mediocri delle recenti primarie amministrative. Ci riferiamo, in particolare, alla richiesta di Raggi di una “moratoria sui nuovi arrivi di cittadini stranieri” nella Capitale, rivolta alla Prefettura, che saggiamente ha risposto picche; nonché al “programma” comparso sul blog grillino il 13 giugno scorso, a firma del M5s, che promette lo smantellamento dei campi-rom.
E ciò senza fare alcun cenno all’obbligo di mettere in pratica, con i fondi europei a disposizione, la Strategia nazionale d’inclusione delle popolazioni rom sinti e caminanti; viceversa, infarcendo il “programma” con i più tipici stereotipi antizigani. Una specialità, quest’ultima, di cui Grillo ha dato prova fin dai primordi del suo movimento, allorché (5 ottobre 2007) definiva “una bomba a tempo” i rom di nazionalità romena e proponeva d’interdire loro la libera circolazione nell’Ue, onde salvaguardare “i sacri confini della Patria”.
Si aggiunga, infine, l’astensione – che in Senato vale come voto contrario – sul pur moderato disegno di legge per il conferimento della cittadinanza italiana ai minori figli di cittadini stranieri, e ciò secondo requisiti abbastanza rigidi. Una decisione politica, quella pentastellata, essa sì puramente demagogica, dato che la posta in gioco è il superamento, almeno parziale, dell’esclusione dai benefici della cittadinanza di decine di migliaia di bambini e adolescenti: nati e/o cresciuti in Italia, educati e socializzati nel nostro Paese, nondimeno finora destinati a ereditare la condizione dei loro genitori.
Ciò che abbiamo tratteggiato finora non configura affatto una novità, meno che mai una “svolta”. E’ bensì l’espressione di uno degli elementi costitutivi dell’ideologia e della strategia del M5s. Dunque, non sarebbe stato necessario essere chissà quali raffinati analisti per cogliere da lungo tempo il coté razzista di una parte cospicua del M5s. Perché mai, allora, perfino taluni intellettuali non da poco lo hanno ignorato e oggi, costernati, parlano di “svolta” o di “metamorfosi”? E quale cecità politica ha spinto parte consistente dei movimenti sociali romani, compresi militanti di lungo corso e d’età veneranda, ad attivarsi in favore del voto a Raggi?
Per rispondere a tali domande si potrebbe avanzare un’ipotesi. Non pochi hanno applicato al M5s il medesimo schema, interpretativo e politico, a suo tempo utilizzato da Massimo D’Alema, ma non solo da lui, per definire la Lega Nord “costola della sinistra”. Uno schema populista, si potrebbe dire con un paradosso, costituito da tópoi descrittivi quali: è una formazione politica “pragmatica e non ideologica”; “con forte radicamento territoriale e popolare”; “con una composizione sociale e un elettorato eterogenei”.
Questi tópoi, che hanno indotto per un certo tempo taluni a denegare, sminuire o rimuovere la connotazione decisamente razzista della Lega, più tardi sono valsi a ignorare o minimizzare la vena di rozzezza, cinismo, opportunismo, pregiudizio, se non razzismo, che ha sempre percorso il M5s: contrastata, certo, da una sua componente, alquanto minoritaria e comunque inascoltata o risolutamente delegittimata. Per fare un solo esempio, basta ricordare le reazioni infuriate di Grillo e Casaleggio-padre contro i senatori Maurizio Buccarella e Andrea Cioffi, presentatori, nel 2013, di un emendamento mirante ad abolire il reato d’immigrazione clandestina.
Come la storia c’insegna, il radicamento territoriale e popolare di una certa formazione politica e la sua composizione sociale eterogenea non ne garantiscono affatto l’immunità da derive di destra o di estrema destra. Tanto più se – come nel caso del M5s – si usa affermare che le ideologie sono morte, ci si proclama “né di destra, né di sinistra”, si rassicurano i fascisti del Terzo Millennio che “l’antifascismo non ci compete”.
* Fonte: Micromega (21 giugno 2017)
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