Taksim anche quest’anno resta una zona interdetta per sinistra e sindacalisti. La piazza nel cuore di Istanbul, dalla quale nel 2013 sono iniziate le proteste di Gezi in tutto il Paese, per il movimento sindacale in Turchia ha un alto valore simbolico. Il 1 maggio 1977 lì sono morte dozzine di partecipanti alla più grande manifestazione di maggio nella storia del Paese, quando supposti cecchini della contro-guerriglia della NATO Gladio aprirono il fuoco sulla folla. Ma anche nel 2018 manifestazioni dei sindacati sulla piazza sono vietate. Così le confederazioni sindacali di sinistra dei lavoratori dell’industria DISK e del pubblico impiego KESK, insieme alle associazioni professionali dei partiti di sinistra invitano a una manifestazione di massa nella zona di Maltepe sul lato asiatico di Istanbul. Anche nella capitale Ankara DISK e KESK vogliono manifestare. Oltre alle rivendicazioni sociali, invitano anche alla difesa dei diritti democratici e delle donne, e della laicità. A fronte della guerra contro Afrin in Siria, anche la questione della pace assume un ruolo centrale nelle manifestazioni dei sindacati di sinistra.

La confederazione sindacale più vecchia e più grande, ma tradizionalmente vicina al governo, Türk-Is invece invita a una manifestazione di maggio centrale lontana dai centri del movimento dei lavoratori nella città di Antakya. Anche Hak-Is, religioso-conservatrice e vicina agli imprenditori, che con il governo dell’AKP è diventata la seconda più grande associazione dei lavoratori, va per contro proprio con una manifestazione centrale a Adana nel sud della Turchia.

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Non solo per i sindacalisti di sinistra, ma anche per Türk-Is la rivendicazione di più sicurezza sul posto di lavoro è centrale. La Turchia da anni occupa il secondo posto ai vertici della classifica degli incidenti mortali sul lavoro, una conseguenza della politica neoliberista di deregolamentazione sotto l’AKP. Sindacalisti di sinistra per questo parlano »omicidi lavorativi«. Una gran parte delle vittime sono precari nell’edilizia e in agricoltura. Solo nella costruzione del terzo aeroporto di Istanbul, secondo un rapporto dei quotidiano Cumhuriyet da febbraio hanno avuto incidenti mortali 400 lavoratori.

Il tasso di sindacalizzazione in Turchia con circa il sette percento è estremamente basso. Responsabile di questo è anche una legislazione restrittiva sul sindacato e il diritto di sciopero. Dalla proclamazione dello stato di emergenza seguita al tentativo di golpe del luglio 2016, la pressione sulle organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori è aumenta di molto. Tra i circa 150.000 occupati nel pubblico impiego che sono stati licenziati o sospesi con il pretesto della lotta contro il terrorismo, accanto a presunti seguaci della setta religioso-conservatrice di Gülen ci sono anche migliaia di insegnanti e dipendenti dei comuni curdi sotto amministrazione forzata iscritti al ai sindacati DISK e KESK.

»Abbiamo proclamato lo stato di emergenza per fare in modo che l’economia funzioni senza problemi«, ha confessato Erdogan nel luglio 2017 durante una conferenza di imprenditori. »Lo usiamo per impedire scioperi.« Così dall’estate del 2016 sei grandi lotte del lavoro in nome della »sicurezza nazionale« sono state vietate di fatto. Nel febbraio 2018 il sindacato metalmeccanico Birlesik Metal-Is appartenente a DISK, si è opposto a un rinvio di uno sciopero di due mesi disposto dal Consiglio dei Ministri. Dopo che decine di migliaia di metalmeccanici sono scesi in sciopero, gli imprenditori si sono immediatamente piegati e hanno acconsentito a un aumento salariale spalmato su due anni del 24 percento, invece di quello del 3,2 percento offerto inizialmente e largamente al di sotto del tasso di inflazione a due cifre.

di Nick Brauns

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