Quando vidi per la prima volta Dario Fo avevo 15 o 16 anni. La fabbrica dove lavorava mio padre, l’Ideal Standard di via Milano, a Brescia, era in lotta (mi sembra che fosse occupata, ma non ci giurerei, i ricordi sono offuscati dopo 45 anni). Mio padre arrivò a casa, tutto eccitato, dicendoci che il giorno successivo (o forse qualche giorno dopo, non ricordo) sarebbero venuti Dario Fo e Franca Rame a recitare per gli operai della “Radiatori” in lotta.

Quando arrivarono, la sala mensa della fabbrica (enorme, c’erano centinaia di operai che mangiavano lì ad ogni turno) era piena di operai, di noi familiari e, immagino, di centinaia di altri lavoratori e compagni di tutta la città. Dario e Franca ci fecero divertire, suscitando gli applausi entusiasti di migliaia di mani più o meno callose. Eravamo nei primi anni Settanta, e le tute blu erano sulla cresta dell’onda, come le nostre bandiere, rosse come il fuoco che ci covava dentro. E Dario e Franca erano un punto di riferimento per tutto il movimento operaio, nonostante fossero “eretici” rispetto al PCI, alla CGIL, egemoni e molto più moderati dei due “giullari” rivoluzionari.

Ho ritrovato altre volte Dario Fo durante la mia vita, quando collaboravo con il Circolo Culturale “La Comune” di Brescia, o quando, molti anni più tardi, ho partecipato alla manifestazione a Vicenza contro la base della NATO. Negli anni era cambiato, come ero cambiato io, e non solo in senso anagrafico-biologico. Forse certi “estremismi” giovanili (miei, ma probabilmente anche suoi) se n’erano andati con l’età, con le sconfitte, col “riflusso”. Ma io l’ho sempre sentito e vissuto come un grande compagno, oltre che un grandissimo drammaturgo ed attore. E le polemiche sui suoi errori giovanili (a 17-18 anni è facile commetterli, a meno che non si decida di restarsene chiusi in casa a guardare la TV e a clikkare sui “Mi piace” in Facebook) e sui suoi errori senili (vale quanto detto sopra) non mi impediscono di sentire la sua morte con grande dolore. Ciao, compagno Dario, che la terra ti sia lieve.

Flavio Guidi

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