Di Daniele Maffione, Comitato politico nazionale PRC

Rompere la pace sociale imposta dal padronato, porre fine alla guerra fra poveri, far divenire il Partito un punto di riferimento degli oppressi, costruire una sinistra non addomesticata alle logiche del potere borghese.

Otto anni fa, io ed altri fondammo il Collettivo Stella Rossa. Una piccola esperienza nel frastagliato panorama delle forze del movimento comunista italiano. Un’esperienza piccola, certo. Ma significativa.

Questo gruppo, in principio, si nutrì dell’adesione di compagne e compagni provenienti dalla stagione del correntismo interno di Partito. Eravamo tutti logori dalle pratiche che attanagliavano la Rifondazione comunista di quell’epoca e volevamo costruire un luogo reale del confronto, dando basi permanenti a ciò che ci siamo sempre auspicati che il Partito facesse.

Specifico che la mia generazione, che ha cominciato la propria militanza alla fine degli anni Novanta ed è cresciuta per le strade di Napoli e Genova nel 2001, non ha determinato il correntismo, ma lo ha ereditato come una pratica di fatto nelle relazioni partitiche e sindacali.

Questa condizione non ci ha mai avvilito. Al contrario, nel corso del tempo, abbiamo sempre tentato di unire ciò che altri dividevano, mettendoci in discussione e tentando di aprire il dibattito che altri chiudevano. Abbiamo più volte dimostrato una duttilità sul piano tattico ed un sincero intento nella ricerca e nell’innovazione del pensiero comunista, provando a dare sempre il nostro contributo organico nella costruzione del Partito e della lotta politica.

Nel corso della nostra ultima Festa nazionale abbiamo provato a riunire la nostra comunità politica, senza settarismi o spirito di scissione. A Poggibonsi, che si trova a metà delle strade che attraversano il nostro Paese, son venuti compagne e compagni da ogni angolo d’Italia, provenienti dalle differenti articolazioni del dibattito del PRC. C’erano tantissimi giovani ed anche diversi non iscritti. Per noi non è un inedito. Ogni anno, da otto anni, proviamo a dare il nostro modesto contributo in tal senso.

Fra noi lo abbiamo sempre saputo: Rifondazione comunista esiste ancora!

Ma il nostro è un soggetto politico incapace di agire nel contesto di una grave crisi economica, sociale e morale che attanaglia l’Italia ed il resto d’Europa. A differenza di altri, il nostro Paese, in assenza di conflitto sociale, dimostra d’essere un vero e proprio laboratorio della reazione padronale, che si scaglia in primo luogo contro i lavoratori e poi, via via, contro tutte le classi subalterne ed i ceti impoveriti ed oppressi dal capitalismo.

E’ giusto, dunque, interrogarsi circa l’efficacia del nostro Partito e del tipo di dibattito sin qui tenuto.

Nel suo insieme, Rifondazione comunista ha diversi limiti macroscopici, che far finta di non vedere costituirebbe un gravissimo errore politico e strategico. Il Partito manca di radicamento sociale, di organizzazione, di progettualità politica.

E’ vero, vi sono ancora alcune risorse significative, a cominciare dai 1200 circoli esistenti nel Paese, che fanno del PRC il soggetto più significativo nel frastagliato panorama delle soggettività comuniste italiane. Le feste di Partito sono abbastanza popolate, ma non popolari e pongono il drammatico tema dell’autofinanziamento delle organizzazioni di base, che faticano a sopravvivere fra fitti da pagare e crisi di militanza politica.

In generale, non abbiamo delle vere e proprie campagne politiche o direttive da applicare nei territori, se si eccettua la tanto strombazzata campagna: “I soldi ci sono”, che ha avuto una buona visibilità comunicativa sui social network, ma uno scarsissimo impatto sulla militanza dei nostri compagni.

Oltre tutto, nei suoi tratti essenziali, l’inconsistente linea sindacale del Partito è ondivaga, sconta molti ritardi ed un certo codismo, che si sostanzia sì in un generico sostegno a tutte le mobilitazioni dei lavoratori, ma anche in un colpevole ammiccamento nei confronti dei vertici della CGIL, che contribuiscono al mantenimento della pace sociale fra capitale e lavoro.

Naturalmente, quando si parla di Partito, vi sono sempre le eccezioni, come nel caso della sottoscrizione del 2×1000 che ha riproposto un positivo riscontro nelle 43mila donazioni giunte al Partito. Ma questi risultati, che per giunta non vengono analizzati nella loro composizione di classe, non bastano da soli a rispondere ad un malessere diffuso verso i partiti politici e, in particolare, verso la sinistra di alternativa, che è del tutto assente ed insignificante rispetto alle esigenze che pone la fase.

Non trovare delle responsabilità in questo contesto equivale alla stessa lungimiranza che può avere il cercatore di farfalle in una miniera di carbone.

I principali obiettivi che si era data la segreteria nazionale su mandato del primo documento al Congresso di Perugia erano due. Il primo era il rilancio del progetto della Rifondazione comunista. Il secondo era la costruzione di una soggettività della sinistra unita, cui cedere sovranità elettorale, ispirata al principio di una testa un voto.

Osservando le dinamiche degli ultimi tre anni possiamo constatare che: a) Rifondazione ha perso il 50% dei propri iscritti; b) gli innumerevoli tentativi di costruire un soggetto politico della sinistra unita (con Sel) sono clamorosamente falliti; c) la cessione di sovranità elettorale ha condotto il nostro Partito a perdere pressochè ovunque radicamento e rappresentanza istituzionale.

Delle sorti dell’Altra Europa, abbarbicata fra spinte antipartitiche e istrionismi dei suoi sedicenti intellettuali, siamo colpevolmente silenti. Così come siamo colpevolmente silenti sull’isolamento e sull’involuzione del secondo governo Tsipras, cui l’Altra Europa si richiama, e cui la Sinistra europea nel suo insieme non è riuscita a costruire adeguato sostegno internazionalista.

La replica è scontata: “La linea è giusta, compagni! E’ la fase che è sbagliata…”.

Il vero cuore del problema è che la ricerca spasmodica della rappresentanza istituzionale distoglie la nostra organizzazione dai suoi compiti politici immediati e prospettici. Le istituzioni, già di per sé delegittimate e commissariate dal neoliberismo, dovrebbero essere un mezzo, non il fine del nostro Partito, che evoca sin dal proprio nome e dal proprio statuto il richiamo al comunismo.

A questo punto, formuliamo un paio di ipotesi per il Congresso prossimo venturo.

Prima ipotesi. Dai lavori della commissione politica scaturiranno due o più documenti alternativi. Questi si contrapporranno fra loro circa il modello di partito da costruire e le alleanze elettorali da sviluppare, accentuando richiami teorico-politici per nobilitare le proprie tesi. La maggioranza che fa capo al compagno Ferrero, tutta attraversata da malumori e dissensi, verrà ricompattata attorno alla figura del leader carismatico. Le voci critiche verranno soffocate o comprate con qualche contentino. Il documento della segreteria avrà un’ampia maggioranza, i gruppi dirigenti verranno nuovamente balcanizzati, riproponendo l’annosa questione del correntismo interno. Molti compagni abbandoneranno l’organizzazione, continuando a lacerare una ferita aperta. La maggioranza, sempre più confusa ed articolata, darà la colpa alle minoranze. Le minoranze, sempre più confuse ed articolate, daranno la colpa alla maggioranza. Non vi sarà alcun rinnovamento, ma un sostanziale continuismo rispetto all’attuale linea politica. Rifondazione rimarrà per l’oggi. Il domani, che coinciderà con le elezioni politiche, si vedrà.

Seconda ipotesi. Il terzo documento, che è l’unica opposizione organizzata rimasta all’interno del Partito, si pone in discussione e si mette a disposizione del dibattito. Esistono due condizioni indispensabili affinchè ciò avvenga: la volontà di fare chiarezza sulla linea politica e la determinazione nel costruire un meccanismo democratico per il rinnovamento generale dei gruppi dirigenti nazionali ed intermedi del Partito. Questa seconda ipotesi andrebbe tutta ragionata, ma proporrebbe all’intera comunità del PRC una modalità di discussione inedita, di contenuto e non di contrapposizione, dialettica e non meccanicistica.

Bisognerebbe costruire una profonda fiducia fra compagne e compagni nel determinare i delegati e nell’individuare le candidature per tutti gli organismi dirigenti, a cominciare dal ruolo del segretario del Partito. Questa seconda ipotesi, per potersi realizzare, deve vedere un atto di autocritica e di disponibilità, anzitutto, da parte dell’attuale maggioranza.

O si dà priorità al Partito o ci si arrocca in una posizione auto-legittimante, che respinge il confronto di merito e favorisce il metodo della conta interna.

Terza ipotesi, che è una variante o una subordinata della seconda. Alcuni compagni, dalla prima alla terza mozione, hanno proposto di costruire un documento a tesi aperte. Il che prevederebbe non solo un inedito per la storia del Partito, ma anche la possibilità di presentare posizioni alternative sulla stessa tesi. Il che favorirebbe sicuramente il dibattito politico, ma presenterebbe la perniciosa questione del dare rappresentanza ad una tesi prevalente nei futuri organismi di Partito.

Nessuno è così ingenuo dal poter ritenere fattibile una cosa del genere senza un accordo di garanzia democratica. Soggiungerebbe poi un altro problema, che metto al positivo: la costruzione dei gruppi dirigenti, per una volta, non sarebbe schiacciata da logiche di maggioranze e minoranze, ma verrebbe costruita in base all’effettiva discussione politica nelle istanze di base del Partito.

Il che sarebbe un notevole passo avanti rispetto alla postulazione di quote “territoriali” o di “genere”, che assomigliano sempre più ad una presa in giro e ad un’elusione del mancato radicamento del PRC.

Qualunque sia l’ipotesi che prevarrà dal confronto in Commissione politica, Rifondazione comunista deve superare la logica da ultima spiaggia, che porta con sé due limiti intrinsechi: il codismo elettorale; l’infrangibilità dell’attuale gruppo dirigente.

Noi comuniste e comunisti non possiamo concepire l’idea che non esista alternativa allo stato di cose presenti.

In questo, lo scrivo con stima per le persone, credo che risieda il principale limite dell’attuale segreteria nazionale, che è il residuato di un’epoca in cui il Partito era presente nelle istituzioni (ricordate il secondo governo Prodi?) e spesso governava nelle amministrazioni locali con forze moderate (come il PD).

Il punto, in questi termini, consiste nel chiedere ai compagni ed alle compagne della segreteria nazionale di fare un passo indietro per farne fare due avanti a tutto il Partito. Nessuno vuole escludere nessuno. Costruiamo tutti assieme contenuti e modalità decisionali, ma con un collegiale spirito di autocritica ed innovazione.

Nel merito, sforziamoci di comprendere assieme come costruire una moderna ed agile formazione comunista, attrezzata di una sincera analisi di fase marxista, capace di radicarsi nel sindacato e fra i giovani, di attrarre intellettuali e giovani ricercatori precarizzati, di intercettare e rompere la subalternità sociale e lavorativa di donne ed immigrati e di rimettere in discussione trattati e dettami neoliberisti di governi nazionali ed europei.

Una forza del genere, rigenerata nei propri parametri essenziali, restituirebbe il senso della militanza a tutti gli iscritti e le iscritte. E susciterebbe -senza ombra di dubbio- molte simpatie, magari riavvicinando le energie dei tanti che se ne sono andati frustrati o delusi.

L’unità della sinistra può nascere solo da un invincibile esercito di sognatori, che metta al centro della propria militanza le pratiche sociali. Non gli accordi elettorali.

29/8/2016

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