La pelle di Joe è buia; affumicata di un fumo nero e cupo.
Il suo sguardo è stato scolpito dal lavoro nelle grandi piantagioni del sud profondo degli Stati Uniti. Fa paura quando ti fissa e ti dice, senza parole, che ti ucciderà, se deciderai di restare in piedi e batterti.
Viene avanti sempre, a piccoli passi saltellanti. In una sorta di danza rituale, primitiva, senza respiro.
Ali lo colpisce in tutti i modi; indietreggia e si sposta. I suoi pugni arrivano dappertutto: sul corpo, sul viso, sulla testa. Ma la danza truce di Joe Frazier non si arresta; se non quando il suo corpo è a contatto con quello di Ali. Allora, partono i suoi ganci corti ai fianchi e a tentare di spaccare le ossa del viso. Nella certezza che se riuscirà a colpirlo in faccia , Ali crollerà come è già successo qualche tempo prima, a New York, l’8 marzo 1971.
Adesso, però, sono passati quattro anni e Muhammad Ali ha avuto il tempo di riprendersi dalla squalifica per aver rifiutato di combattere in Vietnam.
Adesso, danza e colpisce, senza tregua. Senza risparmiarsi perché, altrettanto, sta facendo il suo avversario.
E’ il 1° ottobre 1975, a Manila si sta combattendo, quello che dalla maggior parte degli esperti,, sarà considerato il più grande incontro di pugilato di sempre.
Alla fine della 14° ripresa, Ali, seduto al suo angolo, non sa se riuscirà a alzarsi per combattere l’ultima. E’ sfinito, si sente a un passo dall’annientamento fisico. Vede le luci e le ombre del pubblico danzare e svaporarsi.
Pensa alla sua vita e capisce, all’improvviso, che non è questo l’incontro più difficile che ha dovuto affrontare.

All’apice del trionfo, nel 1967, gli tolsero il titolo, lo squalificarono, lo minacciarono di sbatterlo in prigione.
Per evitare tutto questo, avrebbe semplicemente dovuto ripensare il suo “NO” all’arruolamento. Con la quasi certezza di una vita militare più comoda del normale.
I ragazzi americani, soprattutto neri e delle classi sociali più povere, venivano mandati a combattere, a uccidere e a morire, in Vietnam.
Le sollecitazioni erano pesanti; i calcoli personali, la famiglia, gli interessi. Tutto congiurava a piegarlo.
Ali scelse di battersi come solo lui sapeva fare.
– Non andrò a combattere in Vietnam. I vietnamiti combattono per la loro terra, noi neri americani non abbiamo neppure una terra. Nessun vietnamita mi ha mai chiamato NIGGER! Non andrò a combattere in Vietnam. Io mi batto per il mio popolo –

Joe Frazier non si alzò per combattere l’ultimo round. Si salvò la vita e sognò di volare sui campi della sua infanzia.

Quando si sceglie di battersi contro il potere del Capitale e del suo Stato, per il diritto alla vita di ciascuno; per il progetto di un altro mondo possibile, solidale e senza sfruttamento.
Quando si sceglie il corpo a corpo senza infingimenti e compromessi, bisogna mettere in conto i colpi spietati del nemico. Essere pronti a incassarli e a rialzarsi per l’ultimo round.
TI ABBIAMO AMATO, ALI!
(Claudio Taccioli)

Spray flies from the head of challenger Joe Frazier as heavyweight champion Muhammad Ali connects with a right in the ninth round of their title fight in Manila, Philippines, October 1, 1975. Ali won the fight on a decision to retain the title. (AP Photo/Mitsunori Chigita)

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