Sabato prossimo saranno passati 42 anni da quel piovoso, maledetto martedì. Una delle tante manifestazioni antifasciste a cui partecipavo, da oltre quattro anni, da quando, nell’ottobre del ’69, avevo cominciato il liceo, al “Calini”. Avevo salutato da pochi minuti Giulietta, una delle (poche, eravamo 16 in tutto!) compagne di Avanguardia Operaia, che stava raccontando, a noi studenti e a qualche altro compagno, del recente congresso della CGIL Scuola, del “Documento Foggi” (della sinistra interna al sindacato), ecc. Pochi minuti dopo, mentre mi avviavo con Gigi Leone (un mio compagno di classe, militante di LC) verso Corso Zanardelli (non avevamo voglia di ascoltare Castrezzati, il sindacalista cislino che stava parlando) lo scoppio. Uno scoppio, nei miei ricordi, piuttosto sordo e non particolarmente forte (tanto che pensai ad una bomba-carta!). E poi il ritorno precipitoso sui miei passi, in mezzo alla folla che urlava. E il sangue, la gente per terra, la consapevolezza che si trattava di qualcosa di orribile, di molto più feroce di quello che avevo pensato. E il muoversi convulso di tutti, bagnati fradici, verso Piazza Vittoria, come dicevano dal palco e come, in modo quasi molecolare, sembrava spingere ciò che restava del servizio d’ordine del sindacato. E lì, quasi senza renderci conto, tentare di riorganizzarci, mentre si levavano grida che invitavano ad andare alla sede del MSI, in Piazza Tebaldo Brusato. D’istinto, senza bisogno di istruttorie, processi, indagini, avevamo capito benissimo da dove veniva la strage. E poi trovarci la strada sbarrata dal rapidamente riorganizzato servizio d’ordine del PCI e del sindacato, che, in modo più o meno brusco (a me bloccò una specie di abbraccio da parte di un compagno del PCI che conoscevo, che mi diceva “Dai gnaro, sta’ calmo, non dobbiamo cedere alla provocazione!”). E lo sciogliersi della tensione in un pianto di rabbia e d’impotenza, mentre piano piano tornavo, mogio, fradicio, sconfitto, all’interno della piazza. Fino al ritorno, più tardi, nella sede di Avanguardia Operaia, in via Calatafimi, per sentire dalla voce di Pietro Garbarino che Giulietta era morta, e che Luigi era in condizioni disperate. Giulietta e Luigi non ci sono più, come gli altri sei compagni vigliaccamente assassinati. E gli spregevoli carnefici, insieme agli altrettanto spregevoli mandanti, complici, semi-complici, sono per la maggior parte impuniti o morti, mentre i loro eredi politici siedono tranquillamente nel Parlamento, nelle giunte regionali, provinciali o comunali, e continuano ad essere parte essenziale di questo sistema di potere. Un’ennesima lezione per un movimento operaio che non ha saputo né voluto farsi giustizia.
Sabato prossimo saremo di nuovo in piazza, e, relativa novità, divisi, come da due o tre anni a questa parte, come non lo fummo né nel 1975, né nei 37 anni successivi. Ognuno con la sua parte di (ir)responsabilità.
Ecco il testo del volantino che noi, comunisti rivoluzionari e libertari, distribuiremo sabato mattina.
28 maggio 1974-2016: oggi, come 42 anni fa, contro il fascismo, contro il capitalismo.

Oggi saremo di nuovo in piazza, come 42 anni fa. Saremo in piazza della Loggia con gli striscioni e le nostre bandiere, rosse come allora. Porteremo con noi le facce dei due compagni di Avanguardia Operaia, Giulietta Banzi e Luigi Pinto, assassinati, come gli altri sei, dagli stragisti fascisti con la complicità di questo stato, così solerte quando si tratta di colpire chi si ribella all’ingiustizia, così “inspiegabilmente” lento nel “punire” i fascisti, gli stragisti, i repressori e i torturatori. Con loro porteremo anche il ricordo di un altro compagno, Guido Puletti, militante di Rifondazione Comunista, assassinato esattamente 19 anni e 1 giorno dopo, il 29 maggio del 1993, dai nazionalisti bosniaci, mentre portava aiuto a chi, nella Bosnia in fiamme, non voleva piegarsi a nessuna delle bande armate, né serbe, né croate, né bosniaco-musulmane. Compagni assassinati non da una generica “violenza politica”, come vorrebbero farci credere le versioni addomesticate del potere e dei suoi servi, ma dai boia di sempre, quelli che vestivano le camicie nere o brune, quelli che hanno spesso indossato il doppiopetto quando il nero o il bruno erano diventati troppo scomodi ed ingombranti. Ma che hanno sempre colpito chi osava mettere in discussione “l’ordine costituito”, ubbidendo ai loro padroni (quelli sì sempre in doppiopetto, e con le tasche piene delle ricchezze sottratte ai proletari). Il fascismo, lo sappiamo bene, non nasce dal nulla. È la risposta estrema di un capitalismo in crisi, di una piccola borghesia reazionaria incattivita e piena di livore antiproletario. La stessa che nutre i movimenti razzisti e xenofobi che ammorbano l’Europa di oggi, dalla Francia all’Austria, dall’Italia all’Ungheria, dalla Polonia alla Grecia. Per fermare questa barbarie eravamo in piazza allora, e siamo in piazza oggi, qui a Brescia ed in tutta Europa, nell’anniversario della Comune di Parigi, primo tentativo di rovesciare il dominio della borghesia, in una giornata europea di mobilitazione (il Plan B lanciato a Madrid tre mesi da migliaia di compagni provenienti da ogni angolo del vecchio continente) contro il fascismo, contro il razzismo, contro il capitalismo che continua ad essere il “ventre fecondo che ha partorito il mostro”.

Altra Franciacorta
Centro Sociale “28 maggio” di Rovato
Collettivo Linea Rossa della Bassa Bresciana
Rete Antiliberista e Anticapitalista
Sinistra Anticapitalista di Brescia

Appuntamento alle 9,30 di sabato 28 maggio  in Piazza Rovetta, dietro gli striscioni “Quelli di Avanguardia Operaia” e “Donne e Uomini contro la guerra”, per andare, alle 10, fino alla stele di Piazza Loggia. Seguirà, dalle 12, aperitivo-pranzo di mobilitazione anticapitalista “PLAN B” al Caffè Letterario di via Beccaria (a 30 mt dalla stele) e, dalle 17, Piazza di Maggio (musica, teatro, ecc.) in Piazza Loggia

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