Paragrafo 4: il Manifesto e il PdUP

Il Partito di Unità Proletaria per il Comunismo nasce ufficialmente nel luglio 1974 dalla fusione di due organizzazioni precedenti: il Manifesto, proveniente dal PCI, e il Partito d’Unità Proletaria, proveniente dallo PSIUP e dal MPL.

Di tutti i partiti e gruppi della sinistra rivoluzionaria è quello più vicino ai tradizionali partiti maggioritari della sinistra, sia come origine che come linea politica. Ed in effetti viene percepito dal resto dell’estrema sinistra come “moderato” e semi-riformista, soprattutto dal momento della fusione del ’74.

Il Manifesto nasce nel luglio 1969 come rivista di riferimento di quell’area della sinistra PCI che si identificava con le posizioni di Pietro Ingrao. Il gruppo, in cui spiccavano i deputati del PCI Rossana Rossanda, Aldo Natoli, Luigi Pintor e Massimo Caprara, oltre ad altri dirigenti del partito come Luciana Castellina, Valentino Parlato, Lidia Menapace e Lucio Magri, aveva già cominciato a formarsi, pur senza dar vita a strutture e/o riviste (ricordiamo che nel PCI erano proibite le “correnti”) durante l’XI congresso del partito, nel 1966. Ma è soprattutto dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia dell’agosto ’68 che prende corpo l’idea di dar vita ad una rivista autonoma dal partito, che dia voce alla sinistra interna al PCI. L’uscita della rivista, chiamata appunto Il Manifesto, il 23 luglio del ’69, diffusa in 75.000 copie, provoca la reazione della direzione del PCI, che ne chiede la chiusura. Di fronte al rifiuto degli animatori della rivista, il Comitato Centrale del PCI del novembre ’69 decide (col voto favorevole dello stesso Ingrao) la “radiazione” della Rossanda e degli altri dal partito.

Il Manifesto si trasforma quindi in un gruppo politico esterno al PCI, mantenendo una piccola rappresentanza parlamentare di 5 deputati. Nel settembre del ’70 vengono proposte all’area della “nuova sinistra” delle Tesi per il comunismo in cui si propone l’unità della sinistra rivoluzionaria e la formazione di un nuovo partito comunista. In particolare Il Manifesto privilegia i rapporti col gruppo di Potere Operaio, con il quale organizza un congresso nel febbraio del ’71, in vista di un’unificazione che non avverrà mai.

Il 28 aprile del ’71 nasce il quotidiano Il Manifesto (l’unico dell’estrema sinistra che esce tuttora), con una diffusione intorno alle 30 mila copie. La crescita del gruppo porta alla decisione di presentarsi alle elezioni politiche anticipate del 1972, candidando, tra l’altro, l’anarchico Pietro Valpreda, incarcerato, senza prove, per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

L’ostilità o l’indifferenza degli altri gruppi dell’estrema sinistra (tutti orientati per l’astensione o il boicottaggio delle elezioni, eccetto il PCI (m-l) – che si presenterà in proprio – ed i GCR – gli unici che inviteranno a votare Il Manifesto) porteranno ad un risultato deludente (224 mila voti, lo 0,7%, e nessun eletto).

Lo scarso risultato dello PSIUP nelle stesse elezioni (648 mila voti, 1,9%, nessun eletto) è all’origine della seconda componente del PdUP per il Comunismo. Infatti la sconfitta elettorale porta la maggioranza dello PSIUP a decidere la confluenza nel PCI (luglio ’72). Mentre una piccola minoranza decide il rientro nel PSI (da cui lo PSIUP si era separato nel ’64), la minoranza di sinistra, guidata da Vittorio Foa, Silvano Miniati, Pino Ferraris, decide di dar vita al Nuovo PSIUP.

Quest’ultimo confluirà nel dicembre del ’72 con Alternativa Socialista, la ex componente di sinistra del Movimento Politico dei Lavoratori (un piccolo partito legato al “socialismo cristiano”, entrato nel PSI dopo l’insuccesso elettorale del ’72) in un nuovo partito, denominato Partito di Unità Proletaria (PdUP). Il PdUP dichiarava 13 mila iscritti, 700 consiglieri comunali e un senatore1.

Fin dalla nascita del nuovo partito i rapporti col Manifesto sono piuttosto cordiali. Durante il ’73 si intensificano le riunioni comuni, in vista dell’unificazione, prevista per gli inizi dell’anno successivo.

L’unificazione definitiva avverrà nel luglio del 1974, dopo lo scioglimento del Manifesto pochi giorni prima (a Roma) e del PdUP (a Firenze). In autunno confluisce nel nuovo partito anche il Movimento autonomo degli studenti guidato da Mario Capanna (espulso dal MS all’inizio dell’anno). Il nuovo partito dichiarava oltre 20 mila iscritti e disponeva del quotidiano Il Manifesto (anche se quest’ultimo manteneva una certa autonomia, non riducendosi ad “organo” del partito).

In realtà le due componenti originarie non riusciranno mai a fondersi, come dimostrava già il congresso di fondazione vero e proprio a Bologna (gennaio 1976): in esso la componente ex “Manifesto”, guidata da Magri (eletto segretario del partito) e Rossanda (componente definita schematicamente come “filo-PCI”) otteneva il 47,3% dei voti, di fronte alla componente ex PdUP, guidata da Miniati, Foa e Capanna, che ne otteneva il 43,5%. L’ago della bilancia diventava la piccola area guidata da Luigi Pintor (9,2%), anche lui ex Manifesto.

Nel frattempo era iniziato un processo di lento avvicinamento ad altre organizzazioni dell’estrema sinistra, in particolare Avanguardia Operaia e il MLS. Con la prima si era sperimentato una specie di fronte elettorale alle elezioni regionali del ’75, che aveva portato ad un risultato modesto (1,8% dei voti ed 8 deputati regionali) ma non insignificante.

In occasione delle elezioni politiche anticipate del 20 giugno 1976, nonostante l’opposizione della componente ex-Manifesto (contraria all’alleanza con gli “estremisti” di LC) il PdUP per il Comunismo partecipava alla coalizione elettorale “Democrazia Proletaria”, che riuniva il grosso dell’estrema sinistra italiana (PdUP, AO, LC, MLS, GCR, ecc.) e che riusciva ad ottenere 6 deputati ed oltre mezzo milione di voti. Di questi 6, 3 erano militanti del PdUP per il Comunismo (e sarebbero stati 4 su 6, senza la rinuncia al seggio di Vittorio Foa, eletto in due circoscrizioni) a testimonianza del maggior peso, per lo meno elettorale, rispetto agli altri gruppi dell’estrema sinistra.

Ma i risultati delle elezioni del 20 giugno, con la massiccia avanzata del PCI e il modesto risultato di DP, avevano effetti dirompenti sulla già poco compatta sinistra rivoluzionaria italiana. A maggior ragione dovevano riflettersi sul PdUP, il partito più “parlamentare” e “moderato” dell’intera coalizione di Democrazia Proletaria, quello più sensibile alle “sirene” del PCI.

Si riacutizzava così il conflitto tra le due componenti principali, che portava, nel febbraio del 1977, alla scissione: da un lato la maggioranza ex-Manifesto, guidata da Magri e Rossanda, considerata la componente “filo-PCI”, e dall’altra la sinistra interna, composta principalmente dagli ex-PdUP (Foa, Miniati, Capanna, i sindacalisti della sinistra CGIL, ecc.). I primi mantennero nome e simbolo (e quotidiano!) del PdUP per il Comunismo, mentre i secondi decidevano la partecipazione alla costruzione del nuovo partito Democrazia Proletaria, con il grosso di AO ed altri gruppi minori.

La minoranza di AO, invece, guidata da Aurelio Campi, raggiungeva il gruppo di Magri e Rossanda confluendo nel PdUP. Si trattava insomma di un rimescolamento di carte che riportava, alla fine del ’77, ad una situazione paradossale di “modifica dell’ordine dei fattori” senza modifica del risultato finale. Anzi, la situazione era ben peggiore di quella della primavera del ’76, quando, nonostante tutto, quasi tutta l’estrema sinistra si era trovata, volente o nolente, nel cartello elettorale di DP.

In poco più d’un anno PdUP e AO si ritrovavano contrapposte (con i rispettivi flussi in entrata e in uscita di correnti), mentre LC era in pieno disfacimento.

Il rifiuto della maggioranza del PdUP di partecipare alla costituente di Democrazia Proletaria (nata ufficialmente come partito il 13 aprile 1978) portava oggettivamente il partito su posizioni sempre più vicine a quelle del PCI. Alle elezioni politiche anticipate del ’79 infatti PdUP e DP si presentavano divisi: il primo, confermando la sua maggiore influenza elettorale, otteneva l’1,4% dei voti e 6 seggi, mentre la seconda (presentatasi con quasi tutto ciò che restava dell’estrema sinistra sotto la sigla “Nuova Sinistra Unita”) otteneva solo lo 0,8% e nessun seggio (anche se riusciva un mese dopo ad eleggere Mario Capanna deputato europeo).

L’avvicinamento del PdUP per il Comunismo al PCI portava il partito prima a non presentare liste separate da quest’ultimo alle elezioni successive al 1980, e in seguito ad entrarvi formalmente nel novembre 1984.

L’attenzione della rivista e poi del quotidiano Il Manifesto alla transizione spagnola è piuttosto alta, e si mantiene tale più o meno durante tutto il periodo. Oltre 1.000 articoli (per la precisione 1.050) escono tra la fine del ’70 e la fine del ’78 (su un totale di circa 2.300 numeri del giornale). Di questi ben 870 escono durante la transizione vera e propria (su circa 1.500 numeri del giornale).Negli anni centrali (1975-77) non c’è giorno in cui Il Manifesto non pubblichi articoli sulla situazione spagnola. Il PdUP non ha rapporti organici con nessuna organizzazione dell’estrema sinistra spagnola, anche se dopo le elezioni del giugno ’77 sembra mostrare un certo interesse per il MCE.

Anzi, si può dire che la sua attenzione è prevalentemente concentrata sul PCE-PSUC.

1A. Garzia, Da Natta a Natta. Storia del Manifesto e del PdUP, Bari, 1985


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