di Antonio Moscato

Come al solito anche quest’anno le celebrazioni del 25 aprile sono state accompagnate da polemiche sproporzionate contro la “sacrilega” contestazione delle bandiere di Israele infilate nei cortei celebrativi della resistenza.

Mi sono irritato nel sentire tante ipocrite voci di personaggi una volta considerate “di sinistra” (da Piero Sansonetti a Furio Colombo, da Aldo Cazzullo a Giorgio Napolitano) drammatizzare l’episodio, ma non me la sentivo di mettermi a scrivere per ripetere le stesse cose che avevo detto appena un anno fa in un articolo su La leggendaria “Brigata ebraica” apparso sul mio sito. Ma ho deciso di farlo quando mi è arrivato dai compagni di Brescia l’articolo del compagno ed amico Flavio Guidi, che riproduco integralmente, con qualche osservazione.

  1. Non a caso la presenza di alcuni sionisti nei cortei antifascisti con la bandiera di Israele presentata come la bandiera della “Brigata ebraica” non corrisponde a una lunga tradizione. Non c’era stata per decenni, anche nei periodi in cui, prima della guerra dei sei giorni del 1967, l’atteggiamento della sinistra italiana verso lo Stato di Israele era prevalentemente benevolo, per la semplice ragione che i pochi partecipanti italiani alla Brigata ebraica erano andati in Israele. È invece apparsa negli ultimi anni, come tattica per ottenere consensi a sinistra.
  2. La bandiera sotto cui combattevano i sionisti era quella britannica; il nome originario era “Reggimento palestinese”, anche se la Gran Bretagna aveva arruolato solo ebrei sionisti, dato che ai palestinesi era negato l’accesso alle armi dopo la grande rivolta del 1936-1939. Solo su una bandierina contrassegno della brigata e sulle fiancate delle jeep compariva la stella di Davide, che non era comunque ancora il simbolo dello Stato di Israele, che sarebbe stato proclamato solo tre anni dopo. Ne avevo parlato ne La leggendaria “Brigata ebraica” ricordando un episodio di proselitismo per il futuro Stato di Israele fatto dai partecipanti alla Brigata.
  3. La mistificazione su cui è stata costruita l’indignazione a comando è basata sulla confusione tra la Brigata e la partecipazione di molte decine di migliaia di ebrei alla lotta antinazista (in Polonia, in Francia, in Italia, in Jugoslavia), che non aveva nulla a che vedere col sionismo (che era stato ultraminoritario tra gli ebrei europei fino alla seconda guerra mondiale). Una mistificazione presente perfino nel paragrafo finale dell’articolo di Flavio Guidi, In cauda venenum, (molto discutibile anche a prescindere dalla polemica con l’assenza di brigate curde, tibetane, cecene, berbere o saharoui nella lotta contro i nazifascisti). La frase “moltissimi ebrei c’erano, battendosi armi alla mano contro i boia del loro popolo” rivela che Flavio ha accettato inconsciamente la confusione seminata dagli orchestratori di questa campagna, che presentano un’operazione tattica di parte del movimento sionista per recuperare il rapporto con la Gran Bretagna come se rappresentasse la spontanea lotta di tanti ebrei nelle formazioni partigiane comuniste, socialiste o borghesi di tutta l’Europa.
  4. Anche la frase che presenta il sionismo come “l’ideologia nazionalista di una minoranza oppressa “significa ignorare tutto del dibattito interno al sionismo degli anni Trenta e Quaranta: su questo rinvio a quanto scrivevo nell’introduzione a un libro curato da Cinzia Nachira, oggi scaricabile dal sito dove è stato pubblicato col nome di Israele e il sionismo. La contrapposizione tra la corrente maggioritaria di Ben Gurion e quella di estrema destra di Jabotinski, dell’Irgun o della Banda Stern (da cui deriva l’attuale gruppo dirigente israeliano) era aspra ma tutta concentrata sulla tattica, sulle forme di lotta, sul rapporto con l’imperialismo britannico (la corrente “revisionista” di Jabotinski aveva anche avuto rapporti cordiali con Mussolini negli anni Trenta), mentre l’accordo sulla strategia era totale, tanto è vero che alcuni dei massacri più feroci di palestinesi, a partire da quello di Deir Yassin, furono fatti insieme dai militanti delle due fazioni. E fin dall’inizio l’una e l’altra corrente del sionismo concordavano sul progetto di espulsione dei palestinesi, rivelando il fondo colonialista dell’ideologia sionista (altro che movimento di liberazione!).
  5. Non a caso a Roma Napolitano si è affrettato a offrire la sua solidarietà alla manifestazione “alternativa” dei sionisti di fronte al museo di via Tasso, che tendeva ad annettersi l’intero arco delle vittime del terrore nazifascista, senza battere ciglio rispetto a quella che era la pretesa esplicita dei sionisti: l’ANPI doveva escludere dalla manifestazione le organizzazioni di solidarietà con la Palestina. Bell’esempio di democrazia! (a.m.)

 

PS È evidente che la polemica con Flavio Guidi si spiega solo con la stima che da anni ho di lui come ottimo conoscitore della storia della Spagna e della Catalogna, e con la sorpresa nel vedere che su questo tema scottante relativamente nuovo per lui ha ceduto alla pressione di una campagna assordante, che presenta il sionismo come rappresentante dell’insieme degli ebrei del mondo, mentre fino all’avvento del nazismo era una corrente ultraminoritaria perfino nella Polonia da cui provenivano quasi tutti i suoi principali esponenti. (a.m.)

 

 


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