Anarchici e bordighisti

…..Innanzitutto gli anarchici, che già dagli anni ’70 del XIX secolo rappresentavano una componente numerosa ed attiva (anzi, almeno fino agli anni ’90 dello stesso secolo, la più numerosa ed attiva) del movimento socialista. Componente che, per quanto ridimensionata dalla crescita del Partito Socialista a partire dall’inizio del nuovo secolo, manteneva comunque un peso rilevante almeno fino all’avvento del fascismo (con un ritorno di fiamma particolarmente vistoso durante il biennio rosso 1919-1920).

Le altre correnti rivoluzionarie d’opposizione erano invece tutte interne all’orizzonte ideologico “marxista”.

Quella che vantava la maggiore “antichità” era la corrente cosiddetta “bordighista”, dal nome del principale ispiratore, Amadeo Bordiga. Costui, leader carismatico del gruppo “Soviet” di Napoli negli ultimi anni della Grande Guerra, è il maggiore esponente di quella “frazione comunista” del PSI che darà vita, con la scissione di Livorno del gennaio 1921, al Partito Comunista d’Italia.

Di questo partito Bordiga sarà l’indiscusso leader per oltre due anni, fino al suo arresto, rimanendone il “capo” morale, nonostante la sua lotta contro la “bolscevizzazione” spinta da Zinovev, almeno fino al congresso di Lione (1926), quando il suo gruppo (che si definiva “Sinistra Comunista Italiana”) veniva emarginato e, in seguito alla rapida “stalinizzazione” del PCdI a partire dal ’27, definitivamente espulso nel 19301. Gli anni della clandestinità, sotto il fascismo, rappresentano per i bordighisti (che continuavano a mantenere vivo il “filo rosso” che li univa alle origini “estremiste” – secondo una definizione dello stesso Lenin – del PCdI) una specie di “traversata del deserto”. Espulsi dal Komintern, clandestini nell’unico paese dove avevano un minimo di seguito, perdono a poco a poco il peso politico (relativo, ma non irrilevante) che avevano ereditato dagli anni 1917-1926.

La loro presenza nella guerra di Spagna (nelle milizie del POUM) è piuttosto limitata, e la loro posizione sostanzialmente “equidistante” nella seconda guerra mondiale rende loro difficile approfittare della nuova situazione creata dalla Resistenza antifascista nel 1943-45. Le successive rotture interne consegneranno questa corrente ad una marginalità che non verrà seriamente interrotta dalla nuova ondata di lotte operaie e studentesche del 1968-69.

Un’altra corrente “eretica” del marxismo, quella “trotskista”, ha le sue lontane radici nella spaccatura nel PCdI del 1930, quando l’Ufficio Politico del partito si divise esattamente in due: da una parte la componente staliniana (Togliatti, Ravera, Longo), dall’altra quella cosiddetta “trotskista” (Tresso, Ravazzoli, Leonetti), in realtà sostanzialmente antistaliniana. Solo grazie al voto, favorevole agli staliniani, del rappresentante invitato della Federazione Giovanile Comunista (all’epoca Pietro Secchia) il gruppo “trotskista” venne battuto e, in seguito, espulso2.

Creata la Nuova Opposizione Italiana (N.O.I.), i “tre” (con il gruppo legato a loro, presente soprattutto nell’emigrazione nell’area parigina, tra i quali lo scrittore Ignazio Silone) tentavano di rientrare nel PCdI, ritenendo la loro espulsione una violazione dello statuto del partito, che (in sintonia con le posizioni del trotskismo dei primi anni trenta) volevano “riformare”, riportandolo sulla “retta via rivoluzionaria”. Solo dopo il 1933, seguendo le orme di Trotskij, la N.O.I. si orientava verso la costruzione di un’organizzazione alternativa, legata alla prospettiva di una Quarta Internazionale. Ma, analogamente ai bordighisti, i trotskisti italiani non riuscivano a esercitare una concorrenza seria al PCdI stalinizzato di Togliatti. Nonostante il minor isolamento (diversamente dai bordighisti, i trotskisti avevano i loro punti di forza fuori d’Italia, in Francia, negli Stati Uniti, in America Latina) e il maggior impegno prima nella guerra di Spagna (nelle milizie del POUM) e poi nella Resistenza, i trotskisti italiani emergevano dal ventennio fascista e dalla guerra estremamente deboli (anche in seguito alla doppia repressione, fascista e stalinista, che portava, per esempio, all’assassinio del loro principale esponente, Pietro Tresso, nel 1944 in Francia)3. Il tentativo di dar vita, nelle zone del Mezzogiorno liberate, ad una sezione italiana della Quarta Internazionale nel 1944 (il Partito Operaio Comunista) si rivelava effimero (anche per le forti influenze bordighiste sul POC). Solo con il coinvolgimento di giovani forze, presenti soprattutto nella Gioventù Socialista, il trotskismo italiano riuscirà a rifondarsi su nuove basi, ancorché limitate, nel 1947-484.

Una terza componente “eretica” (ma in questo caso molto più recente e meno caratterizzata in senso rivoluzionario, nel senso della contrapposizione alla tradizione maggioritaria del movimento comunista “ufficiale”) del marxismo italiano è quella che si riallaccia al maoismo.

La crisi dei rapporti sino-sovietici, iniziata in tono minore tra il 1956 e il 1961, era stata il catalizzatore di posizioni “critiche” verso quello che veniva caratterizzato, dopo il 1961, come il “revisionismo” del PCI e di Togliatti. E il riferimento alla Cina di Mao Tse Tung divenne obbligato per molti di quei militanti che avevano accettato a malincuore la “svolta” moderata imposta da Togliatti al PCI a partire dal 1944. La nascita di gruppi di orientamento maoista esterni ed apertamente contrapposti al PCI risale al 1962, con la formazione del gruppo Viva il Leninismo, e al 1964, con Nuova Unità, destinati a confluire nel 1966 nel Partito Comunista d’Italia (marxista-leninista).

Un’ultima corrente, non riconducibile a nessuna delle precedenti, è costituita da una serie di intellettuali spesso interni o ai margini dei partiti tradizionali della sinistra, sia PCI, che PSIUP (partito nato dalla scissione della sinistra socialista nel 1964) che PSI. Più che una “corrente” nel vero senso della parola, si tratta di una serie di posizioni “eretiche” piuttosto diversificate, dal “luxemburghismo” di un Lelio Basso, al cosiddetto “operaismo” (pur con approcci diversi) di Raniero Panzieri, Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, Massimo Cacciari, Antonio Negri, ecc. che avevano in riviste come “Quaderni Rossi” (1961-1966) o “Classe Operaia” (1964-65), i loro punti di riferimento nella prima metà degli anni sessanta. Una parte di questi intellettuali confluirà nel 1969 nel neonato gruppo Potere Operaio, destinato a sciogliersi agli inizi del 1973, prima del periodo che qui ci interessa, mentre altri rientreranno nel PCI già prima della fine degli anni sessanta5.

Ma entriamo un po’ più nel dettaglio, pur senza pretendere di approfondire troppo, non certo obiettivo di un lavoro sulla transizione spagnola.

Cominciamo dalla Federazione Anarchica Italiana, la più “antica” di queste formazioni.

La FAI nasce ufficialmente nel settembre 1945 a Carrara (tradizionale “capitale” dell’anarchismo italiano), richiamandosi all’eredità dell’Unione Anarchica Italiana, costituita nel 1920 a Bologna, per federare i gruppi e gli individui che si riconoscevano nelle posizioni degli “organizzatori”, il cui esponente più famoso era Errico Malatesta.

In realtà una prima riunione semi-nazionale era già avvenuta nell’Italia “liberata” già nel settembre del ’44, a Napoli, con lo scopo appunto di preparare il congresso di riorganizzazione e rilancio una volta liberato l’intero paese.

Partecipano al congresso del ’45 alcune delle figure più note dell’anarchismo italiano del ventennio tra le due guerre (Fedeli, Mantovani, Marzocchi, Tommasini, Failla, Turroni, Andreoni, Giovanna Berneri, Damiani, Cerrito, Del Papa, De Dominicis, ecc.). Ad ottobre arriverà poi, dall’esilio negli USA, Armando Borghi, esponente storico dell’anarchismo “organizzatore”.

L’organo centrale della FAI è il rinato Umanità Nova, erede del quotidiano fondato da Malatesta e altri nel 1920 e chiuso dal fascismo nel novembre del ’22. L’ipotesi di ridar vita al quotidiano si rivelerà irrealizzabile per motivi economici, e così il giornale esce come settimanale (con una tiratura tra le 15 e le 20 mila copie tra il ’45 e il ’47, per poi scendere intorno alle 10 mila copie negli anni cinquanta.

In effetti il movimento anarchico (e la FAI) non ritroverà più in Italia le relative fortune che lo avevano caratterizzato negli ultimi decenni del XIX secolo e, in un certo senso, fino all’avvento del fascismo. La riorganizzazione del ’44-’45 si scontrerà con una situazione politica radicalmente mutata, innanzitutto nel campo della sinistra, dove l’egemonia del PCI e il riferimento all’URSS staliniana restringerà notevolmente lo spazio d’azione dei libertari.

A cavallo tra gli anni ’40 e ’50 escono dalla FAI vari gruppi, in polemica con l’impostazione ritenuta troppo “tradizionalista”, settaria ed individualista dei “vecchi” della FAI. Pier Carlo Masini, fautore con altri giovani (Parodi, Cervetto, Vinazza, Del Nista, ecc.) di una politica di confronto con le correnti marxiste anti-staliniste, dà vita al più importante dei gruppi “comunisti libertari”, i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria (febbraio 1951). Ciò nonostante la FAI resta l’organizzazione largamente più rappresentativa dell’anarchismo italiano. Nel 1950 viene rifondata l’Unione Sindacale Italiana (sezione dell’AIT), erede di quella nata nel 1912 e sciolta dal fascismo, dopo un periodo in cui gli anarco-sindacalisti avevano militato nella CGIL, organizzando i Comitati di Difesa Sindacale.

In realtà l’USI non riuscì ad esercitare nemmeno lontanamente una seria concorrenza alla CGIL, com’era invece avvenuto prima dell’avvento del fascismo, rimanendo un piccolo sindacato propagandistico con poche migliaia di affiliati (rispetto ai 250 mila del 1920!).

Gli anni cinquanta sono per la FAI (ed in generale per l’intera sinistra) anni di riflusso e ripiegamento. Con il risveglio delle lotte operaie negli anni sessanta si assiste però ad una certa ripresa, anche se non mancano le rotture (scissione dei Gruppi di Iniziativa Anarchica nel ’65, dei Gruppi Anarchici Federati poco dopo, ed altre scissioni minori). Comunque la FAI, col suo settimanale Umanità Nova, restava relativamente maggioritaria.

Il ’68 rivitalizza ulteriormente l’anarchismo italiano, anche se in modo molto minore rispetto all’arcipelago “marxista”.

Proprio gli anarchici vengono accusati e repressi per il primo e più importante episodio della “strategia della tensione”: la bomba di Piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969.

La “caccia all’anarchico” si scatena in tutta Italia, con arresti arbitrari (tra cui quello di Pietro Valpreda, incarcerato senza prove per oltre quattro anni, prima di veder riconosciuta la sua innocenza) e con episodi terribili, come l’uccisione di Giuseppe Pinelli, precipitato dalla finestra della Questura di Milano il 16 dicembre 1969.

La campagna per la liberazione di Valpreda e contro la “Strage di Stato” ridarà un certo protagonismo alla FAI ed in generale agli anarchici, in sintonia con tutti gli altri gruppi dell’estrema sinistra e con intellettuali progressisti di varie tendenze.

Un momento di tensione si ebbe, all’interno della FAI e in generale dei libertari italiani quando Valpreda accettò la candidatura alla Camera nelle liste del Manifesto (1972). Si videro riemergere le vecchie divisioni tra gli anarchici “puri”, astensionisti di principio, ed il settore libertario “possibilista”, che già erano apparse durante il referendum del 2 giugno 1946 o, fuori d’Italia, per le elezioni del febbraio 1936 in Spagna.

La FAI comunque si schierò maggioritariamente per il tradizionale astensionismo, mentre Valpreda non riuscì ad essere eletto (e di conseguenza liberato dal carcere).

Il 1973 vede la scissione dei cosiddetti “piattaformisti”, che danno vita a vari gruppi anarco-comunisti, i più importanti dei quali furono l’Organizzazione Rivoluzionaria Anarchica e l’Unione dei Comunisti Anarchici della Toscana, che si federeranno molto più tardi (1985) nella Federazione dei Comunisti Anarchici. Sempre nel ’73 vari gruppi e federazioni provinciali e regionali della FAI davano vita al 1º Convegno Nazionale dei Lavoratori Anarchici (Bologna, 11-15 agosto).

Nonostante questi segnali di vitalità, la FAI non riuscirà a contrastare l’egemonia “marxista” nell’estrema sinistra italiana, nemmeno approfittando della crisi dei gruppi più importanti (a partire da quello teoricamente meno lontano da una visione “anti-autoritaria”, Lotta Continua).

Durante la transizione spagnola, la FAI mantiene, come da tradizione, rapporti molto stretti con la CNT. Molto alta (anche qui, come tradizionalmente era avvenuto fin dal 1909) l’attenzione ai fatti di Spagna, e soprattutto caratterizzata da una notevole continuità (163 articoli su 240 numeri)6.

I bordighisti riemergono dal disastro della guerra, nel ’45, in condizioni piuttosto deboli, non solo per la repressione fascista, ma anche per il sostanziale disimpegno di Bordiga dalla vita politica nell’ultimo quindicennio. Ciononostante, era ancora vivo tra molti militanti comunisti il ricordo del vecchio leader “estremista” napoletano. Tra questi un piccolo nucleo intorno alle figure di Onorato Damen, Bruno Maffi, Mario Acquaviva, che diedero vita, già nel ’42, al Partito Comunista Internazionalista. A partire dal novembre 1943 il PCInt pubblicava la rivista Prometeo ed entro la fine del ’44 dichiarava di aver 2.000 iscritti, soprattutto a Torino e Milano (e quindi in clandestinità!). Dal maggio del ’45 usciva il nuovo settimanale del partito, Battaglia Comunista, mentre Prometeo si trasformava in rivista teorica bimensile. Alla fine dell’anno il prestigioso Bordiga riprendeva l’attività politica, collaborando attivamente col PCInt. Il partito si presentava (nonostante il tradizionale astensionismo) in alcuni collegi alle elezioni per la Costituente del 2 giugno 1946, ottenendo solo 24.000 voti (ma in alcune zone, come a Cremona o Milano, superando l’1%). Ma il processo di ricostruzione avviato negli ultimi due o tre anni entrava rapidamente in crisi con l’espulsione del PCI dal governo, nel 1947.

Al primo congresso, a Firenze (maggio 1948), infatti, la situazione del PCInt era nettamente peggiorata: come dissero essi stessi “ il passaggio del PCI all’opposizione ha svuotato le sedi dei comunisti internazionalisti”7.

Inoltre si acuiscono i conflitti interni tra l’ala, diciamo così, più “attivista” (Damen) e l’ala più “determinista” (Bordiga, Maffi). Già due anni dopo, nel ’50, la contrapposizione è frontale. In effetti, al II congresso, nel maggio 1952, si consuma la scissione: entrambi i gruppi mantengono il nome PCInt e, all’inizio, anche il nome del loro organo centrale sarà Battaglia Comunista in entrambe i casi (cosa che non doveva rendere facile agli occhi dei profani la distinzione delle due diverse posizioni politiche!). Poco dopo, però, il gruppo di Bordiga-Maffi si dota di un nuovo organo, Programma Comunista.

Entrambe i PCInt, Battaglia Comunista e Programma Comunista, rimasero estremamente deboli, anche rispetto all’immediato dopoguerra, anche se il PCInt–Battaglia si caratterizzava per un maggior dinamismo e un’apertura di contatti, sia a livello italiano (con Azione Comunista di Fortichiari e Cervetto e Unità Proletaria di Danilo Montaldi) che internazionale (Socialisme ou Barbarie di Castoriadis, News and Letters della Dunayevskaya, Fomento Obrero Revolucionario di Grandizo Munis).

Negli anni sessanta si assiste ad ulteriori scissioni e rotture, sia in Italia che in altri paesi (i bordighisti concepiscono il partito come un’unica organizzazione internazionale). Nel ’62 esce dal PCInt-Programma il gruppo Ottobre Rosso; due anni dopo nasce un nuovo PCInt, soprannominato, dal suo organo centrale, Rivoluzione Comunista, caratterizzato per un attivismo insolito tra i bordighisti. Dopo la morte di Bordiga, nel 1970, si creano altri gruppi, come il Partito Comunista Internazionale – Il Partito Comunista (1974), i Nuclei Leninisti Internazionalisti (1977), la Organizzazione Comunista Internazionalista, ecc.

Ma il gruppo più significativo di area, diciamo così, bordighista (anche se con molti distinguo, come vedremo) nasce nel 1965, a Genova, col nome di Gruppi Leninisti della Sinistra Comunista, meglio conosciuto dal nome del giornale, Lotta Comunista.

Alle origini di L. Com. però c’è quanto di meno “bordighista” si possa concepire: addirittura degli anarchici! Si tratta in particolare di due partigiani liguri, Arrigo Cervetto e Lorenzo Parodi, che dopo aver partecipato alla Resistenza antifascista (il primo nelle file dei partigiani legati al PCI), entrano nelle file dell’anarchismo genovese. Qui troveranno l’attivismo del giovane Pier Carlo Masini, col quale creeranno nel 1951, sempre a Genova, i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria, con lo scopo di “superare il nullismo individualista” dell’anarchismo tradizionale8.

In realtà, all’interno dei GAAP, Cervetto e Parodi tentavano la “contaminazione” tra il pensiero marxista e quello anarchico. In particolare la loro riflessione si centra su Lenin e su Bordiga.

Dopo il ’56 i GAAP (diventati Federazione Comunista Libertaria) partecipano ai tentativi di unificare la Sinistra Comunista con trotskisti, bordighisti e, soprattutto, con Azione Comunista, movimento, nato all’interno del PCI nel ’54, guidato da Giulio Seniga, l’ex-segretario di Pietro Secchia (massimo esponente di una presunta “sinistra interna” al PCI), Luciano Raimondi e Bruno Fortichiari (uno dei fondatori del PCdI con Bordiga e Gramsci, ex deputato alla Camera eletto nel ’21).

Dopo la rinuncia dei trotskisti dei GCR (vedi oltre) e del PCInt bordighista, i comunisti libertari di cui facevano parte Cervetto e Parodi si unificano con Azione Comunista, creando il Movimento della Sinistra Comunista (1957), che manterrà come organo il giornale Azione Comunista. Tra la fine del ’58 e gli inizi del ’59 vengono espulsi dal MSC sia Masini che Seniga, e il gruppo che fa riferimento a Cervetto e Parodi si orienta sempre più verso il recupero del leninismo, con strizzatine d’occhio al bordighismo e al trotskismo.

I convegni successivi di Azione Comunista (come era conosciuto popolarmente il MSC, dal nome del giornale) vedono precipitare lo scontro tra l’ala genovese di Cervetto e Parodi e l’ala milanese.

La rottura definitiva avviene nel luglio 1965: il gruppo genovese, che aderisce integralmente al pensiero di Lenin, l’unico ritenuto capace di dar soluzione «ai problemi lasciati insoluti dall’inclinazione oggettivista di Amadeo Bordiga e da quella soggettivista di Trotsky» dà vita a Lotta Comunista.

Ormai lontanissimi dallo spirito libertario di vent’anni prima, gli ex anarchici Cervetto e Parodi (con un appoggio spesso molto critico dell’ex deputato bordighista Fortichiari) danno vita ad una delle organizzazioni più anomale dell’estrema sinistra italiana.

Un’organizzazione che si richiama al bolscevismo leninista (quindi profondamente anti-stalinista), ma che concede molto al bordighismo (come sull’astensionismo “strategico” alle elezioni o sullo scarso interesse mostrato ai vari movimenti di liberazione ed in generale al cosiddetto “Terzo Mondo”), profondamente “operaista” (nel senso che fa della centralità operaia un assoluto, scartando qualsiasi intervento nei settori “piccolo-borghesi” o sotto-proletari), poco interessata all’intervento politico tradizionale e molto più alla “formazione dei quadri” (unaltra caratteristica più bordighista che leninista), monolitica (e qui la distanza dalle origini anarchiche dei suoi fondatori non potrebbe essere maggiore!) e particolare fin nell’estetica dei suoi giornali e dei suoi militanti, molto “fuori moda”. I suoi cortei del 1° Maggio, composti da militanti incravattati e coi capelli corti (persino negli anni ’70!), con i portabandiera e gli striscioni che ricordano quelli russi del 1917, i suoi numerosi diffusori del giornale nei quartieri operai, gli stessi giornali, opuscoli, manifesti, in rigoroso bianco e nero, contrastano totalmente col resto dell’estrema sinistra, spesso più vicina all’estetica “hippy” d’origine nordamericana che ai cliché bolscevichi.

Molti militanti degli altri gruppi rivoluzionari li chiamano infatti i “testimoni di Geova dell’estrema sinistra”.

Comunque questa organizzazione a metà strada tra leninismo e bordighismo venne travolta (al pari delle altri componenti “storiche” come anarchici, trotskisti e bordighisti “puri”) dall’ondata del 1968-69. Molti suoi militanti passarono ad altre formazioni della neonata “nuova sinistra”, al punto che lo stesso mensile “Lotta Comunista” sparì quasi dalla circolazione. Ne uscì un solo numero nel ’69, un altro nel ’70, nessuno nel ’71, due nel ’72. Fu solo a partire dal ’73 che il gruppo riuscì a ricostruirsi: infatti uscirono cinque numeri del giornale quell’anno, mentre la stabilizzazione definitiva venne raggiunta nel ’74 (12 numeri). Bisogna dire che una parte delle difficoltà degli anni tra il ’68 e il ’75 venne anche dall’atteggiamento di chiusura totale di gran parte della “nuova sinistra” verso Lotta Comunista. Particolarmente duro fu l’atteggiamento dei gruppi maoisti (MS-MLS in testa) che arrivarono a definirla come “gruppo fascista” e che non esitarono ad aggredire fisicamente i militanti di questa organizzazione.

Una ripresa dell’attivismo di L. Com. (e del suo radicamento politico) si ebbe solo con la crisi della “nuova sinistra”, a partire dal 1976-77, anche se solo a partire dagli anni ottanta si può notare un notevole rafforzamento numerico e politico (visibile anche nella FIOM e in generale nella CGIL) di questa organizzazione così anomala e “contro-corrente”.

Durante la transizione spagnola, Lotta Comunista non ha rapporti organici con nessun gruppo, coerentemente con il suo sostanziale disinteresse (solo 4 articoli su 60 numeri del giornale) verso la Spagna, interrotto solo nel ’75 e nel ’77. (continua)

1P. Spriano, Storia del PCI, da Bordiga a Gramsci, Torino, 1967

2G. De Regis, La svolta del Comintern e il comunismo italiano, Perugia, 1978;

3Casciola, Paolo e Sermasi Giorgio,Vita di Blasco. Pietro Tresso dirigente del movimento operaio internazionale (Magré di Schio 1893 – Haute Loire 1944?), Schio, 1985

4 Giachetti, Diego Alle origini dei GCR, Schio (VI), 1988

5 Bologna, Sergio L’operaismo italiano, in L’Altronovecento – Comunismo eretico e pensiero critico, vol. II, Milano, 2011; Corradi, Cristina, Panzieri, Tronti, Negri: le diverse eredità dell’operaismo italiano, ibidem

6Vedi Appendice 3

7Senza autore, Il Movimento della Sinistra Comunista, Marxist Internet Archive, Marxist web

8Vedi nota 20, pag.21


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