MARXISMO E NAZIONALISMO

Questa breve relazione ha per oggetto il rapporto tra due “ideologie” che si sono affrontate (più spesso scontrate, a dire il vero) nella loro relativamente breve esistenza, caratterizzando, con la loro interazione, la storia contemporanea, almeno nell’ultimo secolo. In realtá m’interessa soprattutto parlare di come i marxisti hanno analizzato il nazionalismo (o, per dirla in termini marxisti, la “questione nazionale”), e non viceversa, sia in termini di riflessione teorica, sia in termini di realizzazioni pratiche. È piú preciso parlare di “marxisti”, piuttosto che di marxismo, visto che gli approcci alla questione sono diversisssimi (addirittura contrapposti, talvolta) all’interno di una “famiglia ideologica” tutt’altro che omogenea, su questa come su altre questioni. Ho scelto volutamente di limitarmi al marxismo, e non al socialismo in generale (lasciando perdere quindi le altre innumerevoli varianti – a cominciare da quella anarchica- del pensiero socialista), per le implicazioni pratiche che ció sottintende, visto che le varie correnti marxiste sono state le uniche, nel campo socialista latu sensu, a poter, in qualche modo, applicare nella praxis le loro teorie.

I “padri fondatori”

È un fatto risaputo che l’interesse di Marx ed Engels (manteniamo per ora unita la famosa coppia, anche se, come vedremo, bisognerebbe separarne le “responsabilitá”) per la questione nazionale non derivava da quella che potremmo chiamare una “vocazione”, ma dal fatto che, essendo il fattore dinamico principale della storia del loro tempo, sarebbe stato politicamente ingenuo e controproducente non tenerne conto. Ciononostante, e pur nell’ambito di un pensiero in cui la centralitá della lotta di classe è indiscutibile, entrambi riflettono in modo abbastanza sistematico (pur senza enunciare alcuna “teoria” organica sulla questione) sull’argomento chiave del movimento democratico dell’800, di cui essi si sentivano parte. È rimasta famosa la battuta di Marx, in un’assemblea dell’Internazionale, contro Lafargue e i suoi seguaci (che negavano l’esistenza delle “nazioni”): “Come mai Lafargue, che ha eliminato le nazionalitá, si é rivolto a noi in francese, una lingua non compresa dai 9/10 dell’assemblea? Forse, certo inconsapevolmente, confonde la negazione delle nazionalitá col loro assorbimento nella nazione-modello francese”.

Marx scrive sulla questione nazionale soprattutto delle prese di posizione politiche, legate a casi concreti (in particolare il caso irlandese). Le riflessioni piú teoriche (a partire dal famoso Manifesto) rivelano per lui (e per Engels) da un lato l’affermazione del carattere internazionalista del movimento operaio, e dall’altro la concezione “naturalistica”, alla tedesca (in contrapposizione a quella “elettiva”, alla francese) della nazione. Per quanto riguarda il primo termine, si puó notare un’evoluzione dalle iniziali posizioni (Manifesto) segnate da un certo ottimismo economicista a posizioni piú realiste del Marx maturo (gli scritti sulla questione irlandese): se dapprima sembra di capire che il proletariato vittorioso non fará che continuare l’opera di abolizione dei contrasti nazionali iniziata dalla borghesia con la creazione del mercato mondiale, piú tardi (giá negli anni ’50, ma soprattutto nei decenni successivi) il “Moro” afferma che la borghesia, in quanto radicata in un determinato territorio nazionale, non solo non tende ad abolire gli antagonismi nazionali, ma anzi tende ad aggravarli, perché la lotta per il dominio dei mercati crea conflitti tra le potenze capitaliste, perché lo sfruttamento d’una nazione da parte di un’altra crea odi nazionali e perché lo sciovinismo nazionalista é uno strumento ideologico fondamentale per mantenere il dominio borghese sul proletariato. E quindi l’internazionalismo proletario, pur rimanendo basato sul terreno dello sviluppo sociale ed economico (ma senza quelle caratterizzazioni evoluzionistiche dei primi scritti), tende a diventare affermazione di due principi: l’umanitá intera è il valore supremo, lo scopo finale, e il comunismo non potrá vincere se non su scala mondiale, grazie ad un enorme sviluppo delle forze produttive che supererá lo stretto quadro degli stati nazionali.

Rispetto al secondo termine, Marx appare in un certo senso “herderiano”, sottolineando comunque l’aspetto storicistico e materialistico del processo di formazione della nazione. La nazionalitá, precede e può (non deve) dare origine alla nazione (anche se a volte i due termini vengono usati come sinonimi), tramite l’unificazione economica del mercato nell’ambito territoriale della suddetta nazionalitá, realizzata dalla classe che costruisce e gestisce questo mercato, la borghesia. Per quanto riguarda le prese di posizione politiche, troviamo affermazioni contraddittorie, sia in Marx che in Engels. Per entrambi il diritto di autodeterminazione non è assoluto: viene difeso accanitamente quando si inserisce “nella magnifica e progressiva” tendenza allo sviluppo economico, sociale e politico dell’umanitá (è il caso di italiani, tedeschi, ungheresi, polacchi – questi ultimi soprattutto per il ruolo antirusso, visto che la Russia zarista era la “bestia nera” del movimento democratico nell’800-). Viene ignorato (o addirittura combattuto nel caso di Engels, che è molto piú debitore di idee reazionarie d’origine hegeliana) in altri casi (come per gli Slavi dell’impero asburgico, per esempio, o le “nazioni senza stato” dell’Europa occidentale). Fa eccezione il caso irlandese, su cui Marx scrisse ampiamente, individuando nella lotta per l’autodeterminazione nazionale dell’Irlanda la principale leva per l’emancipazione del proletariato britannico. Proprio la riflessione sull’Irlanda sará la piú feconda per il futuro sviluppo di una teoria “marxista” dell’autodeterminazione nazionale. I 3 concetti base saranno: a) solo la liberazione nazionale della nazione oppressa permette di superare gli odi nazionali e d’unire gli operai delle due nazioni contro il nemico comune, il capitalismo; b) L’oppressione d’un’altra nazione contribuisce all’egemonia ideologica della borghesia sui proletari della nazione “dominante”: un popolo che ne opprime un altro non sará mai libero; c) L’emancipazione della nazione oppressa indebolisce economicamente e politicamente le classi dominanti della nazione oppressora e quindi aiuta l’emancipazione della classe operaia di questa nazione.

Per quanto riguarda specificamente Engels, come giá abbiamo accennato, la distinzione hegeliana tra “nazioni storiche” e “nazioni senza storia” (che ha qualche influenza anche su Marx) o tra “nazioni rivoluzionarie” e “nazioni controrivoluzionarie” lo porta a prese di posizione (soprattutto in etá giovanile), in nome di una presunta e astratta strategia rivoluzionaria, sovente ben lontane dalla tradizione democratica di cui era un esponente. I suoi anatemi contro gli Slavi dell’impero asburgico (in cui non era assente, probabilmente, una certa forma di patriottismo tedesco), che rasentano forme di razzismo, sorprendono il lettore abituato a considerare l’amico di Marx uno dei “padri” fondatori del movimento socialista mondiale. È vero che, a partire dagli anni ’60, certe asprezze e debolezze legate all’immaturitá tendono a scomparire (e si hanno anche ripensamenti e, raramente, autocritiche), ma resta comunque un fondo economicista-evoluzionista molto piú rigido ed accentuato rispetto a Marx.

Il dibattito nella II Internazionale

Fin dalla sua nascita (1889) la II Internazionale inserí nel suo programma “il diritto alla libera autodeterminazione delle nazioni”. Ció avvenne soprattutto grazie alla battaglia di Kautsky (che cominciava ad essere visto come il custode dell’“ortodossia”marxista) contro le tendenze (prevalentemente francesi e tedesche) che negavano l’importanza della questione nazionale, e che confluiranno in gran parte, qualche anno piú tardi, nel riformismo gradualista dei “revisionisti” capeggiati da Bernstein. In nome del “principio nazionale”, per esempio, il socialismo marxista tedesco (diversamente da quello d’origine lassalliana), rivendicherà l’unificazione di tutti i popoli di lingua tedesca in un unico stato (escludendo però gli alsaziano-lorenese, in quanto “annessi” con la violenza delle armi e non in seguitoad un plebiscito democratico).

Gli annii che vanno dal 1890 al 1914 sono gli anni dei grandi dibattiti su questi problemi in seno all’Internazionale, spinti dalle crisi ricorrenti negli imperi ottomano, asburgico e zarista. Sono soprattutto i marxisti provenienti da due grandi imperi multinazionali, l’Austria-Ungheria e la Russia, a stimolare la riflessione (anche se non mancano contributi occidentali, come l’irlandese J. Connolly o lo scozzese J. Mc Lean). Lo stesso Kautsky, dirigente della SPD, è un céco di lingua tedesca nato a Praga. Egli è all’origine, con il suo libro sulla “Nazionalitá moderna” del 1887 e con gli scritti del 1908 e del 1917, di quella che diverrá la teoria marxista “ortodossa” sulla genesi, la formazione e la scomparsa delle nazioni. Kautsky vedeva nello stato nazionale dei grandi vantaggi per il proletariato, in concreto “la soppressione della frammentazione feudale della nazione in piccoli stati”, il che significava una condizione importante per lo sviluppo della produttività del lavoro, che, a sua volta, era il presupposto per l’emancipazione del proletariato. Partendo da qui, Kautsky pensava che il proletariato avrebbe dovuto allearsi con la borghesia nella difesa della “indipendenza e autonomia” della nazione e a favore della “eliminazione di ogni tipo di oppressione e sfruttamento da parte di una nazione straniera”. E terminerà vedendo nel proletariato l’unico difensore dei veri interessi nazionali, visto che la borghesia, di fronte alla necessità di una rivoluzione contro l’oppressione straniera, sarebbe stata spinta, proprio dalla paura della rivoluzione (in cui inevitabilmente il proletariato avrebbe avuto un ruolo importantissimo), a scegliere “il male minore”, e cioè l’alleanza con le forze reazionarie “antinazionali”. In ogni caso lo stato nazionale restava una forma transitoria verso un’organizzazione economico-politica su scala mondiale. Dopo aver sconfitto i “negazionisti” di destra, alla Guesde o alla Bernstein, Kautsky si scontrerá, soprattutto a partire dal ’96, con le posizioni della linksradicale (sinistra radicale), in particolare con Rosa Luxemburg. Rosa, ebrea polacca (suddita russa) immigrata in Germania, fonda nel 1893 la Socialdemocrazia di Polonia-Lituania, marxista e internazionalista, in contrapposizione al social-patriottico Partito Socialista Polacco. La Luxemburg ritiene astratto e metafisico il “diritto all’autodeterminazione”(e nega comunque che possa essere ottenuto nell’ambito del capitalismo): afferma, piuttosto contraddittoriamente, che questo é un diritto innegabile, “che discende dai principi elementari del socialismo”, salvo ritenere che questo diritto possa essere negato in determinate situazioni contingenti. E, ribaltando il discorso di Engels, afferma questo diritto, per esempio, per gli slavi del sud, e lo nega per i polacchi, che dovrebbero invece puntare ad un’autonomia territoriale nell’ambito di una nuova Russia democratica, sbarazzatasi dello zarismo. Sottolinea gli aspetti anacronistici, piccolo-borghesi e reazionari del movimento di liberazione polacco, senza puntare sulle potenzialitá rivoluzionarie antizariste del movimento stesso, sottolineate invece da Kautsky. In realtá il suo approccio é di tipo “economicistico”: dove l’indipendenza della nazione oppressa le appare come un progresso sulla strada dello sviluppo socio-economico, ergo sulla strada dell’emancipazione del proletariato (come le sembra il caso dei Balcani) allora quel diritto astratto diventa concreto, e compito dei marxisti è appoggiare fino in fondo questo procresso. Dove queste condizioni non si diano (come a suo avviso in Polonia, ma anche in Irlanda o in Alsazia-Lorena) allora il diritto astratto resta tale, in un certo senso sospeso (o meglio, non deve essere appoggiato dal proletariato) e compito dei marxisti é lottare per forme più o meno federali. Kautsky, pur non condividendo il “social-patriottismo” del PSP, combatte l’economicismo della Luxemburg e degli altri esponenti della linksradikale dell’Internazionale, sostenendo l’importanza, anche per il proletariato, dei legami nazionali (soprattutto, secondo lui, quelli linguistici) e il suo essere interessato, come e piú delle altre classi, alla liberazione nazionale. In realtá, la Luxemburg modificherá parzialmente le sue posizioni nel corso degli anni (soprattutto dopo il 1914) dimostrando che probabilmente era stata la sua battaglia contro il socialpatriottismo del PSP negli anni ’90 che l’aveva portata a generalizzare in modo eun po’ meccanico le riflessioni nate in quel contesto.

Un altro grande dibattito, sviluppatosi a cavallo della crisi bosniaca (e in generale balcanica) vedrá Kautsky confrontarsi alla teoria “dell’autonomia culturale” di quello che sarà poi chiamato l’austromarxismo. La socialdemocrazia austriaca, che si era trasformata nel 1897 in una federazione di 6 partiti (tedesco, céco, polacco, ruteno, italiano e jugoslavo) accogliendo il principio di nazionalitá, adotta nel 1899, nel congresso di Brünn-Brno, un programma di ristrutturazione dello stato asburgico: riformare, in senso piú o meno modernamente federalista basato sulle nazionalitá, il vecchio stato burocratico e centralista d’origine medievale. È il frutto della riflessione soprattutto del socialista austriaco Karl Renner: federalismo delle nazionalitá (organizzate come corporazioni), soppressione delle frontiere tradizionali, ristrutturazione a partire dalle frontiere linguistiche. La categoria “nazionalità”, intesa in senso solo culturale e linguistico, viene svincolata dal territorio: sì a tutte le garanzie di scelta individuale, di sviluppare le proprie caratteristiche cultural-nazionali, ma no allo smembramento dell’impero. Sarà un altro “austromarxista”, Otto Bauer, nel suo famoso “La questione nazionale e la Socialdemocrazia” (1907) a tentare di fornire un’altra interpretazione del problema, un problema molto piú scottante rispetto ai tempi di Marx. Un’interpretazione diversa da quella di Kautsky, che identificando stato capitalista e nazione, considera la lingua il fattore nazionale essenziale ed assimila la comunità linguistica alla nazione. La definizione baueriana della nazione “come insieme di uomini uniti da una comunità di destino in una comunità di carattere” cercando di combinare neokantismo e materialismo storico, serve soprattutto per la descrizione sociologica del processo d’integrazione che ha dato vita alla nazione moderna, ed è comunque profondamente storicista (nulla a che vedere, quindi, con la “nazione eterna” ed altri miti reazionari). Bauer, rovesciando la tradizionale profezia marxista “ortodossa” sul progressivo deperimento delle differenze nazionali grazie all’integrazione e sviluppo capitalistici, prevede il combinarsi di due tendenze contraddittorie: la prima è quella al livellamento già evidenziata dal marxismo classico, ma la seconda è quella all’approfondimento delle culture nazionali dovuta all’appropriazione progressiva da parte del proletariato di questa stessa cultura. Lungi dall’essere un fatto importante solo congiunturalmente, il “fatto nazionale” lo sará sempre più nel futuro socialista dell’umanità (esattamente il contrario di ció che pensavano le altre correnti marxiste). E compito del marxismo non è “livellare le specificità nazionali, ma realizzare l’unità internazionale nella diversità nazionale”. Si tratta quindi di riprendere nelle mani del proletariato la bandiera dell’ideale nazionale, tradita dalla borghesia dei monopoli, delle grandi banche, dei trust. In comune con Renner (e tutto l’austromarxismo) il “culturalismo” di Bauer ha il tentativo di “depoliticizzare” la questione nazionale: se il problema è quello dell’accesso delle classi popolari alla cultura “nazionale”, è possibile evitare di ricorrere all’autodeterminazione (vero spauracchio degli austromarxisti, desiderosi di impedire la distruzione dello stato plurinazionale asburgico). Kautsky (e i suoi seguaci “ortodossi” come Lenin) criticano apertamente questo “nazionalismo psicologico-culturale”, ma è indubbio che la proposta baueriana mette in moto un processo di approfondimento e arricchimento del rapporto marxismo-nazionalismo (un po’ come succederá, mezzo secolo dopo, con un altro “pensiero della differenza”, quello femminista). E gli anni precedenti la prima guerra mondiale vedranno svilupparsi un dibattito estremamente vivace ed approfondito tra le varie correnti del marxismo. Bauer diverrá il punto di riferimento di tutti i settori “nazionalisti culturali” dell’Internazionale (non solo il suo partito, l’SPÖ, ma anche il Bund ebraico, i socialdemocratici baltici, caucasici, etc.), e sarà criticato come “nazionalista” non solo dai marxisti “ortodossi”, ma soprattutto dai cosiddetti “internazionalisti volgari”, come l’olandese A. Pannekoek e l’austriaco J. Strasser. Per loro, il fatto nazionale è “un fatto ideologico borghese”, molto simile al fatto religioso. Pur condividendo il programma di “autonomia culturale” degli austromarxisti, sottolineano la primazia dell’elemento economico “strutturale”, dell’interesse di classe su quello nazionale, e ne deducono un po’ meccanicamente la progressiva scomparsa della questione nazionale nell’ambito del socialismo.

I marxisti russi

L’importanza del pensiero dei marxisti russi (o meglio dell’Impero zarista, visto che molti di loro russi non erano) sulla questione nazionale non sta tanto nell’originalità (soprattutto prima del 1914), quanto nel fatto che furono i soli a poter tentare l’applicazione concreta delle loro teorie, non solo in termini di lotte rivendicative dall’opposizione, bensì di misure politico-amministrative dai centri di potere.

Fin dal 1903 il POSDR aveva nel suo programma “il diritto illimitato all’autodeterminazione per tutti i popoli”, anche se sul terreno teorico il dibattito era piuttosto confuso. Alle posizioni di Lenin (che si rifaceva a Kautsky), favorevole all’autodeterminazione anche in senso territoriale, ma contrario all’organizzazione del partito “su base nazionale”, si contrapponevano da un lato i “baueriani” del Bund, i baltici, i caucasici (“culturalisti”nel programma e federalisti dal punto di vista organizzativo) e dal lato opposto gli “internazionalisti intransigenti” come Bucharin, Radek, Trotskij (quest’ultimo in realtà a metà strada tra Lenin e la Luxemburg) e l’intero SDRPL luxemburghiano.

Nel 1913 esce “Marxismo e questione nazionale” di J.V. Stalin, che vorrebbe essere una sintesi delle posizioni teoriche della tendenza guidata da Lenin. Qui troviamo una definizione di nazione come “comunità, storicamente formatasi, di lingua, territorio, vita economica e conformazione psichica” che tanta fortuna avrà nella pubblicistica comunista dagli anni venti in poi (e che si attirerà anche molte critiche nel campo stesso del marxismo, soprattutto per la debolezza delle categorie di “conformazione psichica”(d’origine baueriana, più che marxista) e di “vita economica”. Stalin, diversamente da Lenin (perlomeno il Lenin post 1914), non distingue tra il nazionalismo “dall’alto” (cioè della nazione dominante) e quello “dal basso” (delle nazioni oppresse) accomunati nella condanna del georgiano.

Poco dopo Lenin pubblica “Osservazioni critiche sulla questione nazionale”, in cui attacca il “bauerismo” del Bund, opponendo al nazionalismo culturale “feticistico e astratto” la “cultura internazionale della democrazia e del movimento operaio mondiale”. Il suo fermo appoggio all’autodeterminazione delle nazioni (tutte, non accettando Lenin le distinzioni di Marx, Engels e Kautsky tra “nazioni storiche” e nazioni “senza storia”) non gli impedisce di vedere favorevolmente la possibilità di “un’assimilazione nazionale non fondata sulla violenza e sul privilegio”. Nel 1914 invece, con “Sul diritto d’autodecisione delle nazioni”, Lenin critica l’ ala opposta, quella “internazionalista volgare”, paradossalmente usando spesso gli stessi argomenti “economicisti” adoperati l’anno precedente per attaccare il “nazionalismo” del Bund. Proprio lo sviluppo capitalistico crea le basi per la costruzione di stati nazionali, anche se Lenin crede che “solo la vittoria della classe operaia potrà liberare integralmente tutte le nazionalità”. E difende il diritto all’autodecisione anche nel caso “la lotta per la libertà nazionale contro una potenza imperialista possa essere utilizzata da un’altra grande potenza per i suoi scopi imperialistici”. È interessante sottolineare la polemica del russo Lenin, favorevole all’indipendenza della Polonia, contro i “polacchi” luxemburghiani del SDRLP, contrari a quest’indipendenza. D’altra parte le due posizioni erano nate dalla lotta contro lo sciovinismo grande-russo dell’ambiente in cui si era formato Lenin, e contro il nazionalismo polacco dell’ambiente di formazione del SDRLP. Inoltre il rivoluzionario russo riprende, generalizzandole, le riflessioni di Marx sulla questione irlandese e sull’intreccio di interessi tra proletariato della “metropoli” e nazione oppressa (o colonia). Nel terzo saggio, pubblicato nel 1916, in piena guerra mondiale, “La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione”, Lenin attacca il suo “ex-maestro” Kautsky, “rinnegato” che appoggia il nazionalismo imperialista. Ribadendo il diritto all’autodeterminazione e alla separazione dalla nazione dominante, Lenin approfondisce una distinzione destinata a diventare quasi canonica nel marxismo rivoluzionario: quella tra il nazionalismo di una nazione “oppressa” (da appoggiare) e il nazionalismo di una nazione dominante, imperialista (da combattere in tutti i modi). In un altro testo del ’16, Lenin sottolinea ancor piú i legami tra rivoluzione sociale e lotta per la liberazione nazionale delle nazioni oppresse, polemizzando con la concezione “economicistica” e meccanicista del processo rivoluzionario, e sostiene che solo la totale uguaglianza giuridica tra le nazioni può permettere di arrivare alla futura libera fusione delle nazioni stesse. Come si vede, per quanto riguarda il futuro socialista dell’umanità, Lenin continua a condividere con le altre correnti marxiste (esclusa la baueriana) l’ideale (o meglio la previsione) d’una scomparsa delle differenze nazionali.

Dopo la rivoluzione d’Ottobre si apre, per i marxisti rivoluzionari russi, la possibilità di mettere in pratica le loro idee anche sulla questione nazionale. Una settimana dopo la presa del potere, il Soviet dei Commissari del popolo proclama, in una Dichiarazione dei diritti dei popoli di Russia, quattro punti: 1) Uguaglianza e sovranità dei popoli di Russia 2) Diritto dei popoli di Russia alla libera autodeterminazione, senza escludere la separazione e la costituzione in stato indipendente 3) Abolizione di ogni specie di privilegi e limitazioni nazionali e religiose 4) Libero sviluppo delle minoranze e dei gruppi etnici che popolano la Russia. La Dichiarazione, firmata da Lenin come presidente del Sov.Nar.Kom. e da Stalin come Commissario alle nazionalità, rappresenta il trionfo delle concezioni di Lenin sulla questione rispetto alle altre tendenze del socialismo russo. Nelle settimane successive il governo dei soviet riconosce l’indipendenza alla Finlandia (nonostante il massacro di 15 mila bolscevichi da parte del governo finlandese) e all’Ucraina. E dopo la fondazione, col III congresso dei Soviet del gennaio 1918, della Repubblica Sovietica di Russia, riconosce quella dell’Armenia, della Georgia, della Bielorussia, dell’Azerbaigian, della Polonia, della Lituania, della Lettonia e dell’Estonia. Nei confronti della repubblica popolare ucraina, per esempio, la Russia, pur riconoscendo il diritto all’indipendenza, lascia aperta la porta “a negoziati sulla possibilità di relazioni di tipo federativo, o d’altro tipo”. Nei confronti di paesi confinanti (come la Turchia, la Persia e la Cina) di cui l’impero zarista aveva occupato recentemente zone piú o meno estese, i soviet decisero la restituzione e il ritiro di ogni contingente militare. Indubbiamente, soprattutto a partire dall’estate del ’18, le invasioni delle potenze dell’Intesa e la guerra civile iniziata dai generali “bianchi” Kolçak, Denikin, Wrangel, etc. (zaristi, quindi sciovinisti grandi-russi, contrari non solo all’indipendenza, ma anche alla semplice autonomia di quelle che per loro restavano “province dell’Impero”) facilitavano una politica di questo tipo, non solo per le scarse capacità militari dell’appena creata Armata Rossa. Conveniva al giovane potere sovietico mobilitare le “nazioni oppresse” dallo zarismo contro il pericolo di una restaurazione del potere dello sciovinismo grande-russo. D’altra parte quasi tutte le nuove repubbliche (ad eccezione della Georgia, menscevica) erano guidate dagli esponenti del nazionalismo borghese, comunque sospettosi (ma non solo loro) verso qualsiasi potere che venisse da Mosca. Come disse Trotskij parlando della guerra con la Polonia del 1920, l’operaio o il contadino polacco non vedono nell’Armata Rossa un esercito operaio e contadino: vedono un esercito russo! Quindi la strategia dei bolscevichi non ebbe un grande successo nell’alleanza con le nuove repubbliche indipendenti.

Non è qui il luogo per analizzare il caotico svolgersi degli avvenimenti durante la guerra civile: resta il fatto che, alla fine del 1920, la Polonia, la Finlandia, le tre repubbliche baltiche e la Georgia (oltre alla piccola Repubblica di Tuva, ai confini con la Cina) erano indipendenti, mentre le altre repubbliche, dopo varie peripezie, avevano finito per federarsi alla Russia. Bisogna comunque sottolineare che, nei casi in cui si erano verificate prevaricazioni o violenze vere e proprie da parte dell’elemento russo (come nel caso del Turkestan), il gruppo dirigente bolscevico (in particolare Lenin) era intervenuto con energia per “raddrizzare”la situazione in un senso più rispettoso delle nazionalità non russe. Nel 1921 l’Armata Rossa occupa la Georgia, con il pretesto d’incidenti di frontiera. L’operazione viene gestita dai georgiani Stalin e Ordzhonikidze con poca considerazione del “diritto dei georgiani all’autodeterminazione” e porterà ad uno scontro tra Stalin e il PC Georgiano e, soprattutto, tra Stalin e Lenin (che in seguito a questo scontro, la sua “ultima battaglia” per dirla alla Lewin, romperà i rapporti con Stalin). In realtà Lenin già da tempo aveva avvertito sul minaccioso ritorno dello “spirito sciovinista grande-russo”, ritenuto da lui il cavallo di Troia ideologico della restaurazione capitalistica. Questo atteggiamento, profondamente radicato non solo tra le classi dominanti, ma anche tra le masse popolari russe, dopo aver subito una breve eclissi nei primissimi anni della rivoluzione (quando sembrava imminente la rivoluzione a Berlino, a Vienna, a Budapest…e a Torino) era ritornato a farsi sentire (anche se combattuto dal potere sovietico), soprattutto a partire dall’invasione dell’Ucraina ad opera dei polacchi di Pilsudski. E diventa per Lenin, negli ultimi mesi di vita attiva, una vera e propria ossessione. Probabilmente il fatto di essere tra i pochi “grandi-russi” nel gruppo dirigente del PCR, lo rendeva particolarmente attento sulla questione. Abbondano in questo periodo le raccomandazioni ad essere elastici e tolleranti contro le manifestazioni di “nazionalismo” dei popoli non russi, e ad essere invece implacabili con “quell’oppressore e quella canaglia che è il tipico burocrate russo”. E si avverte un certo pessimismo delle sue valutazioni, quando chiarisce che gli elementi sinceramente solidali e internazionalisti “possono affogare come mosche nel latte in questo oceano della canaglia sciovinista grande-russa”. E paradossalmente fu proprio il georgiano Stalin a farsi interprete di queste diffuse tendenze accentratrici, burocratiche e “grandi-russe”, prima in maniera limitata e contraddittoria, poi (a partire dal 1941) apertamente. Ufficialmente si afferma ancora il diritto all’autodeterminazione (fino alla secessione) di tutte le nazioni federate con la Russia: la Costituzione del 1924 dell’URSS mantiene inalterato questo articolo della Costituzione del ’18 della Russia Sovietica (e gli stessi confini delle principali repubbliche federate vengono tracciati, per espresso desiderio di Lenin, in modo da toccare almeno un paese non appartenente all’URSS, per garantire questo diritto). In realtà tutta la tematica del “socialismo in un solo paese” (teoria avanzata da Stalin nel 1924-25 in contrapposizione alla “rivoluzione permanente” trotskiana) si va colorando di esaltazione “nazionalistica” (all’inizio in senso “pansovietico”, per cui è forse improprio usare il termine, e solo più tardi si “russifica” ).

Il territorio dell’URSS viene diviso in Repubbliche Federate (per le nazionalità più numerose, come i Russi, gli Ucraini, i Bielorussi, etc.), in Repubbliche Autonome all’interno di quelle Federate (per le nazionalità “medie”, per esempio i Tatari, i Tedeschi del Volga, i Ciuvasci, etc.), in Province e Circondari Autonomi per le nazionalitá più piccole (come i Ciukci, i Samojedi, i Nenec, etc.). Ogni entitá (oltre alle Repubbliche Federate, che teoricamente sono su un piano di parità totale) ha notevoli spazi d’autonomia amministrativa e culturale (per esempio la lingua locale è quella ufficiale), e, fino al 1927, anche economica.

Ma poco a poco il più o meno lento processo di “russificazione” ricomincia, con caratteristiche un po’ diverse da quelle pre-1917 (quando il russo era la sola lingua ufficiale, l’ortodossia la religione di stato, etc.). E l’invasione nazifascista del giugno 1941 permetterá un salto di qualità in questo senso a tutti i livelli, sia simbolico (abolizione dell’Internazionale e sua sostituzione con un nuovo inno “patriottico”, esaltazione dei generali zaristi che avevano combattuto contro Napoleone, definizione della guerra come “Grande Guerra Patriottica”, etc.) che concreto (deportazione dei popoli “non affidabili”, come i Tedeschi o i Tatari, aggressione, già nel ’39, alla Finlandia e alla Polonia, recupero della tradizionale politica estera russa prerivoluzionaria, imposizione de facto del russo come lingua principale anche per i non russi, etc.). Questo allontanamento dalle originarie posizioni (accompagnato, com’è noto, dalla distruzione fisica di quasi tutto il vecchio partito bolscevico, a cominciare dai suoi dirigenti storici) finì per trasformare la posizione di Stalin sulla questione nazionale (e non solo) in posizione ufficiale (e indiscutibile) dello Stato sovietico e dell’intero movimento comunista maggioritario (con l’esclusione quindi delle correnti piú o meno minoritarie legate alle posizioni di Trotskij, Bordiga, Luxemburg, Pannekoek, Korsch, etc.). Si inauguró quindi una politica abbastanza empirica: si mantenevano formalmente le posizioni “classiche” rispetto all’autodeterminazione delle nazioni, all’atteggiamento da tenere verso il nazionalismo “borghese” o “piccolo-borghese”, e così via (anche se anche su questo terreno si ebbero scivolamenti), ma si modificavano, di fatto, di volta in volta, in un senso o nell’altro, a seconda degli interessi dello stato sovietico (o secondo alcuni, della burocrazia dominante tale stato). Per cui a periodi di una specie di “internazionalismo intransigente” piuttosto schematico e superficiale (come nel 1928-34, o di nuovo nel 1939-41) succedevano periodi di “apertura” al nazionalismo, non solo delle “nazioni oppresse” (come nel 1925-27), ma anche delle “grandi nazioni” precedentemente definite imperialiste (come nel 1935-39, o dopo il 1941). Risulta difficile riscontrare, nella politica sovietica verso l’Europa orientale dopo il 1945 (pensiamo all’Ungheria nel ’56 o alla Cecoslovacchia nel ’68) una qualche traccia concreta (non solo formale, visto che anche la Costituzione staliniana del ’36 riconfermava il diritto all’autodeterminazione di quella del ’18 e del ’24) della vecchia posizione di Lenin. D’altra parte il nazionalismo, usato a piene mani dai PC stalinizzati a partire dal 1935, ha finito per occupare sempre più spazio nell’ideologia e nella politica concreta di quasi tutti questi partiti, dal PC vietnamita di Ho Chi Minh, a quello cinese di Mao-Tse-Tung, dal PC jugoslavo di Tito a quello albanese di Hoxha (per non parlare del fenomeno aberrante dei khmer rossi di Pol Pot, in cui il nazionalismo era arrivato a occupare tutto lo spazio). Il fenomeno, probabilmente non così grave in termini “leninisti” quando si tratta di “nazioni oppresse”, non ha risparmiato anche PC di nazioni “imperialiste” (come testimonia soprattutto il caso francese in occasione delle rivolte algerina e indocinese del ’45). E i conflitti cambogiano-vietnamita e sino-vietnamita del 1979 testimoniano dell’ulteriore crescita del peso del nazionalismo all’interno di questi partiti. D’altra parte, soprattutto negli anni ’60 e ’70, ha trovato nuove forme la “contaminazione” tra marxismo e “nazionalismo” (anche se i protagonisti in questo caso preferiscono parlare di “antimperialismo” o, soprattutto in Europa, di “lotte nazionalitarie”) è stata alla base di movimenti e partiti che, dall’America Latina (pensiamo alla rivoluzione cubana, al FSLN del Nicaragua, al FMLN del Salvador, etc.) all’Europa (soprattutto nelle “nazioni proibite” dell’Europa Occidentale, dalla Catalogna a Euskadi, dall’Irlanda del Nord alla Sardegna) hanno avuto un ruolo importante nelle vicende politiche dei paesi in questione.

E le socialdemocrazie?

I partiti socialdemocratici che riemergono dalla prima guerra mondiale assomigliano solo parzialmente a quelli del 1914: innanzitutto hanno perso, tra il 1917 e il 1921, la loro ala sinistra (che forma i partiti comunisti) e buona parte delle loro correnti “di centro”, sono cambiati i gruppi dirigenti, è cambiato il loro rapporto con lo stato “borghese” (i partiti piú importanti hanno partecipato, per la prima volta nella storia, ai governi di unione nazionale). Nella SPD, per esempio, tutto il nuovo gruppo dirigente viene dai ranghi intermedi pre 1914: nessuno dei grandi protagonisti dei dibattiti di cui abbiamo parlato prima è rimasto nel partito: nè gli esponenti della sinistra (la Luxemburg, dopo aver fondato il PC tedesco, è stata assassinata), nè quelli del “centro” (Kautsky ha partecipato alla fondazione, nel 1917, della USPD) e persino il vecchio campione “revisionista” della destra interna, Bernstein, ha raggiunto la USPD. L’Internazionale socialista che nasce negli anni ’20 è quindi solo molto limitatamente l’erede della II Internazionale marxista. La rottura formale con il marxismo avverrà solo nel secondo dopoguerra (nel 1959, a Bad Godesberg, per la SPD) ma la politica dell’IS (o meglio dei suoi singoli partiti, visto che più che un’Internazionale si tratta d’una federazione di partiti) tra le due guerre ha sempre meno a che fare con il titolo di questa breve relazione. Possiamo dire, comunque, che in generale le socialdemocrazie tendono ad identificarsi con la politica wilsoniana rispetto alla questione nazionale: il principio d’autodeterminazione viene applicato (non sempre e quasi mai in maniera integrale) solo ai vinti, per nulla ai vincitori. Per cui, solo per fare alcuni esempi, l’ex impero asburgico viene sì diviso più o meno secondo linee “nazionali”, ma ai tedeschi del Tirolo meridionale, agli Slavi della cosiddetta “Venezia Giulia” o agli ungheresi di Transilvania, di Vojvodina e di Slovacchia, o non si riconosce alcun diritto ad autodeterminarsi: vengono inseriti nei territori dei “vincitori” (Italia, Romania e Cecoslovacchia). È vero che vengono posti dei limiti all’ingordigia espansionista dei vincitori (basti pensare alle mire italiane sull’intera Dalmazia) e che, quindi, il “wilsonismo” di Versailles può fare la figura di essere “centrista” rispetto agli opposti estremismi imperialista-espansionista e “nazionalitario”, ma ciò appare una magra consolazione se paragonato alle aspettative che su questa questione animavano la defunta II Internazionale. E per quanto riguarda la “questione coloniale” il quadro è ancora meno roseo (confermando il tradizionale eurocentrismo socialdemocratico): l’atteggiamento dei laburisti inglesi, o dei socialisti francesi, rispetto all’India, all’Indocina o all’Algeria è ben lungi da quell’internazionalismo proletario che, ancora pochi anni prima, sembrava un punto di riferimento obbligato degli ex-marxisti socialdemocratici. D’altra parte il fatto stesso che fossero così scarse le proteste all’interno di questi partiti contro questa svolta profonda, chiariscono fino a che punto fosse arrivata la “mutazione genetica” dell’IS. Il processo non sarà comunque lineare, e non coinvolgerà tutti i partiti allo stesso modo, ma possiamo comunque considerare che, quando il PS francese, al governo, appoggia la repressione violenta contro la rivoluzione algerina nel 1954-62, o l’invio di truppe contro Nasser nel ’56, nelle stesse settimane in cui i carri armati sovietici reprimono la rivolta a Budapest, la “prova del potere” ha lasciato a malpartito il “diritto all’autodeterminazione delle nazioni” per entrambi le correnti più importanti uscite dalle file marxiste ( o almeno per le espressioni “ufficiali”, maggioritarie, di queste correnti).

Bibliografia

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