ESEGUIRE GLI ORDINI Gli uomini della polizia ferroviaria di Brescia che hanno tolto le coperte e le altre povere cose ai senzatetto, si sono giustificati con queste parole.
“ Eseguiamo gli ordini (…). Facciamo solo il nostro lavoro.”
Le stesse usate da Adolf Eichmann per giustificare il suo operato di “tecnico specialista” dello sterminio di massa contro gli ebrei.
Non c’è colpa per chi fa il proprio lavoro con cura e attenzione; per chi obbedisce agli ordini superiori, quali essi siano.
Solo una consueta banalità di azioni che non coinvolgono la propria coscienza; distante da qualsiasi pensiero critico. Un’esperienza da uomini comuni che condividono leggi e abitudini; che hanno delegato le proprie scelte agli ordini di altri.
Sia che riguardino l’organizzazione della SHOAH piuttosto che portare via le coperte e i cartoni a altri esseri umani. Troppo diversi, nel loro abbandono, per non essere, in qualche misura, colpevoli.

Ci sono, nell’altrove morale, donne e uomini che si riuniscono , senza ordini ne obblighi, per stare a fianco di una famiglia condannata allo sfratto; dopo aver perso il lavoro e ogni altro mezzo di sostentamento. Colpita nelle banali certezze che garantiscono ogni esistenza e ridotta, definitivamente, alla condizione “colpevole” di povertà.
Sono là per compassione, nel senso più profondo di questa fondamentale emozione umana. Sentono le pene, il danno dell’altro e, conseguentemente, l’imperativo morale di alleviarli. Con azioni che violano le leggi, non rispettano gli ordini e contestano i dogmi del sistema capitalista; fondato sulla rapacità, sulla prevaricazione, sullo sfruttamento. Le “virtù” diffuse e premiate, nell’ordine costituito.
I ribelli, al contrario, scelgono di fare, in coscienza, ciò che è giusto e legittimo, pur illegale.
Resistono, disobbedienti, per quanto è possibile e qualcosa in più!
Donano, nella misura delle loro capacità, ciò che possono; in termini di partecipazione, di solidarietà concrete e attive.
Così che la famiglia, aggredita dallo sfratto esecutivo e da povertà conclamata; destinata, per le regole del capitale e del suo stato, all’emarginazione in qualche fogna socialmente inutile; riceva, invece, tutto l’aiuto necessario e giusto per soddisfare il suo diritto/bisogno di abitare in dignità. Di vivere, con certezza, senza le paure, indotte, di un futuro, tetro e precario. Se non quelle, comunemente umane, della casualità maligna.

La virtù del ribelle è, semplicemente, l’urgenza morale di cambiare il mondo; al fine di eliminare, almeno, il dolore determinato dall’ingiustizia sociale.
Poi si vedrà!
(Claudio Taccioli)

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