Sabato pomeriggio, davanti alla base di Ghedi, ci sarà una manifestazione-presidio con concerto, a cui, come Sinistra Anticapitalista, abbiamo cercato di dare un contributo significativo, sia nell’idearla, sia nell’organizzarla. La risposta del resto della sinistra bresciana è stata relativamente meno “fredda” del solito: all’assemblea di lancio, nella sala della “Casa della Sinistra” (la sede del PRC) c’erano (quasi) tutti: dal PRC, ovviamente, al PCL, da Sinistra Italiana-SEL (persino!) al PCdI, dal Movimento Non Violento ai vari comitati ambientalisti (Contro le nocività, Rifiuti Zero, NO TAV, ecc.), da Ross@ al CS 28 Maggio, oltre a noi di SA. E c’era anche qualche esponente dei sindacati conflittuali (CUB, COBAS, ORMA, Opposizione CGIL). Il SICOBAS, impegnato in un’assemblea, aveva espresso l’appoggio all’iniziativa, così come i “civatiani” di POSSIBILE. Tutte queste adesioni formali (anche se i presenti, una cinquantina, hanno assicurato un impegno militante) non mi rassicurano sul risultato della prevista iniziativa (inserita, a fianco di quelle di Vicenza, Roma, Sigonella, ecc. in una giornata CONTRO LA GUERRA estesa su scala nazionale). Tentare di ridar vita al moribondo movimento contro la guerra, dopo più di un decennio di “elettrocardiogramma piatto” (o quasi) non sarà facile, almeno finché i costi della guerra (anche, purtroppo, in termini di bare coperte dal tricolore che tornano “in patria”) non abbiano aperto gli occhi a quella fetta di società “progressista” che sembra piuttosto latitante su questo terreno. E credo che il fatto che la prossima guerra in Libia venga presentata come “risposta alla minaccia dell’ISIS” abbia l’effetto di rendere, agli occhi di molti, giustamente inorriditi dall’estrema barbarie oscurantista dei sedicenti jihadisti, un po’ meno deprecabile questa guerra. Quanto si sbaglino queste persone non è il caso di sottolinearlo qui. Abbiamo già pubblicato in questo blog (oltre che sul sito nazionale di SA, e analoghe analisi sono apparse un po’ ovunque) articoli sufficientemente chiari ed approfonditi sull’argomento.
Voglio invece qui soffermarmi su qualcos’altro, e, diciamo così, togliermi il famoso sassolino dalla scarpa. Certo, non si tratta di un problema fondamentale, come quelli accennati brevemente sopra. Probabilmente è un problema che riguarda soprattutto un aspetto secondario, che ha a che fare anche con motivazioni, diciamo così, “affettive”, legate alla lunga, parallela militanza comune. Ma ne voglio parlare comunque.
L’unica realtà importante completamente assente dalla preparazione dell’UNICA INIZIATIVA ANTIGUERRA oggi sul terreno è stata quella legata a quella che un tempo si definiva “l’autonomia” (e che oggi non saprei come definire, vista la confusione imperante): parlo (e i pochi lettori bresciani avranno già capito il riferimento) dei compagni dell’area di Radio Onda d’Urto e Mag 47. Con questi compagni, la cui area era un tempo caratterizzata da posizioni che a me sembravano estremiste (ma che oggi, a mio avviso, non sono più tali, anzi!), abbiamo condiviso molte battaglie, dal lontano 1977 (anche se ormai pochissimi degli allora militanti “autonomi” risultano tuttora attivi, ed il ricambio generazionale pesa certamente in questo iato della memoria storica)fino all’ultima (quella antirazzista a S. Colombano, di pochi mesi fa). Ciononostante è indubbio che qualcosa è cambiato negli ultimi tempi. Fino a qualche anno fa sarebbe stato incredibile che, di fronte all’UNICA INIZIATIVA ANTIGUERRA (lo ribadisco, a scanso di equivoci), questi compagni si “chiamassero fuori”. Dato che ovviamente non credo siano favorevoli alla guerra in Libia, ho solo due spiegazioni del loro atteggiamento: o si tratta di puro e semplice settarismo (e del peggiore, perché neppure giustificato da diverse valutazioni politiche sul fatto in questione)o si tratta di una valutazione sulla possibilitá di dar vita oggi ad una mobilitazione realmente incisiva. Nel primo caso (che voglio sperare sia escluso dal novero delle possibilità reali) non vale nemmeno la pena di discutere. Si tratterebbe di una rottura radicale con quella che per me resta una conditio sine qua non dell’essere rivoluzionari: ci si batte contro le ingiustizie (e cosa è peggio di una guerra imperialista?), nel limite delle proprie forze, a fianco di chiunque sia disposto a battersi, senza guardare le sigle.
Nel secondo si tratta di una valutazione probabilmente non lontana dalla realtà: difficilmente il presidio di sabato sarà un “presidio di massa” (nel senso di, almeno, molte centinaia di persone). Spero di sbagliarmi, ma vista la situazione desolante ed il poco che siamo riusciti a muovere, temo che se riusciremo ad essere un paio di centinaia di persone, sarà già un buon risultato. Detto questo però, resto convinto che sia un dovere politico (e oserei dire “morale”)tentare di ostacolare il più possibile le tendenze guerrafondaie di Renzi & Co., anche se si è in pochi: d’altra parte, quanti presidi e mini-manifestazioni abbiamo fatto insieme, cari compagni “autonomi”? Quante volte eravamo poche decine a testimoniare (sì, è la parola giusta!) la nostra opposizione irriducibile a questa o quella malefatta del nemico di classe e dei suoi governi? Abbiamo forse paura di “restare isolati”? E quando mai, negli ultimi trenta o trentacinque anni, siamo riusciti a non essere tali (a parte forse il breve momento dei Social Forum e del movimento NO-GLOBAL)?
Cosa è cambiato per portare questi compagni ad abbandonare un terreno di scontro col capitale ed il governo così cruciale?
Da almeno un paio d’anni me lo sto chiedendo. Ed attendo ancora una risposta, che sembra destinata a non arrivare.

Flavio

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