Di Gabriele Battaglia, da China Files

L’italiano Visco l’aveva detto: «Non aspettatevi annunci clamorosi». E così è stato. I ministri finanziari del G20 non hanno partorito un piano e neanche un’idea per rilanciare l’economia globale e i mercati lunedì hanno reagito di conseguenza, andando male un po’ dappertutto.

Si erano riuniti per due giorni a Shanghai, cioè in casa della potenza economica mondiale che più suscita speranze di rilancio globale ma forse anche più preoccupazioni, e la montagna ha partorito il classico topolino: un comunicato stringato che nulla propone. C’è un leggero ammiccamento alle banche centrali affinché favoriscano la «stabilità della crescita» e la Cina ha colto immediatamente la palla al balzo, tagliando le riserve obbligatorie delle sue banche di 0,5 punti percentuali affinché gettino nuova liquidità sul mercato. Avanti così, in ordine sparso.

Durante il primo giorno del summit, venerdì, il governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, aveva cercato di rassicurare i partner negando che la Cina è a rischio crisi e sostenendo che Pechino sta cercando il giusto equilibrio tra crescita, ristrutturazione della propria economia e gestione dei rischi. Tradotto: facciamo le riforme che ci chiedete in direzione del libero mercato, ma con i nostri tempi. Zhou aveva anche escluso un’altra svalutazione dello yuan, che a Occidente sarebbe vista come il tentativo di rilanciare la propria industria in eccesso di capacità a scapito degli altri.

È riuscito a calmare gli animi? Non si sa. Certamente negli ultimi mesi, di fronte al rallentamento dell’economia cinese e al calo repentino delle borse di Shanghai e Shenzhen, l’Occidente ha maturato parecchie perplessità sulla capacità della leadership cinese di gestire dall’alto, in maniera centralizzata, la complessità di una economia sempre più globalizzata. Ma è anche vero che nessun leader economico occidentale – e probabilmente anche nessun analista – capisce bene che cosa stia succedendo a Pechino e dintorni.

Nel comunicato finale, il rischio dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e l’emergenza rifugiati sono stati identificati come i problemi politici maggiori per il futuro dell’Europa e dell’economia mondiale, i due grandi temi che rischiano di destabilizzare sistemi già in affanno. Per l’eventuale uscita del Regno Unito dall’Unione, il comunicato parla addirittura di «shock», raccogliendo l’invito del britannico John Osborne che dietro le quinte del summit aveva invitato i colleghi a esprimersi con una certa decisione contro tutti quei sudditi di sua maestà che per il referendum del 23 giugno insistono sul cosiddetto «Brexit».

Quanto alle questioni strettamente economiche, sì, sul piano globale, a politiche flessibili delle banche centrali che possano garantire crescita e stabilità dei prezzi – vedi Cina – ma no a politiche monetarie eccessivamente espansive. Leggi, no a stimoli che secondo i guardiani dell’austerity non farebbero che iniettare liquidità sui mercati aumentando l’inflazione e il rischio di investimenti non produttivi, sì invece alle cosiddette «riforme strutturali», Grecia docet.
I grandi, o presunti tali, dell’economia hanno anche fatto una specie di gentlemen agreement che esclude ogni guerra delle valute e si sono promessi comunicazioni fitte per regolare il mercato dei cambi.

A proposito dei su e giù delle borse mondiali innescati forse dalla Cina, il G20 economico ritiene che non corrispondano ai fondamentali dell’economia globale. Il che non vuol dire praticamente nulla, ma sembra comunque confermare quanto abbiamo sostenuto più volte, cioè che le borse cinesi non riflettono l’economia reale, quanto caratteristiche particolari, estremamente specifiche dell’acerbo sistema finanziario e forse anche della società cinesi.

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