Ibraimovic, fra un picchetto e un altro, ci spiegava che la sua cultura rom gli permetteva di capire quello che si raccontavano nelle televisioni indiane. Per confermarlo, ricordava che la ruota al centro della bandiera dell’India è la stessa di quella del popolo Rom. Era da quei luoghi antichi che proveniva, migrando, la sua gente.
Ibraimovic è scappato dalla guerra che insanguinava il Kosovo. Lui, faccia segnata di zingaro, non stava ne di qua ne di là. Non era, però, il tempo delle filosofie di pace e di vita, delle obiezioni di coscienza; era l’epoca delle belve feroci, sbavanti sangue. I serbi passavano di casa in casa a reclutare chiunque non fosse albanese. Dall’altra parte si scatenavano le rappresaglie. Ma Ibra scelse, semplicemente, di andarsene; seguendo l’antica legge umana del suo popolo. Lontano, col primo figlio e la moglie: dal PPK, dai cetnici, dalle stelle rosse cadute dei regolari, dalle distruzioni intelligenti delle morti volanti della NATO.
Raccontava con piacere e confondeva le sue parole con quelle di altri parenti che venivano ai picchetti. Con loro interloquiva Urim, il muratore albanese. Li ascoltavamo e la storia dei Balcani si stendeva, lenta e sicura, negli spazi aperti delle nostre conoscenze frammentarie.
La Grande Albania, Tito e la Jugoslavia, il nonno partigiano nelle Brigate Proletarie, le guerre bastarde della dissoluzione. L’orgoglio, la nostalgia, il desiderio dei ritorni, la rabbia per le morti inutili e cattive; come sempre. Come le prossime.
E i Rom che, alla fine, sceglievano il movimento. Sempre in cammino per vivere; per i figli se tu non ce la fai più. Pronti, ancora, a muoversi; a lasciare questa Italia matrigna. In Germania, piena di parenti che aspettano le lentezze di banale cattiveria della nostra burocrazia.
In Germania, perdonata, ormai, dei peccati del novecento asfissiante.
Ibraimovic l’ho visto a quasi ogni sfratto. Con la sua bandiera rossa, con la sua bocca segnata dalla cicatrice, col cuore malato e il sorriso delle sue storie da raccontare.
L’ho visto martedì, in corso Garibaldi, a difendere Cornelia e i suoi figli, rom di Romania. Era in bicicletta e, ancora, mi parlava dell’urgenza dei permessi per partire sicuro, con tutta la famiglia.
Doveva, voleva portare via da qui i suoi figli; sfrattati come lui dalla “CONGREGA DELLA CARITA’ APOSTOLICA”. Mi diceva che non c’era futuro per loro; ma la questura rallentava all’inverosimile il rilascio dei permessi.
L’ho lasciato che camminava con la bicicletta a fianco, chiacchIerando con gli altri. E Cornelia al sicuro.

IBRAIMOVIC l’ho visto a quasi tutti gli sfratti con la sua bandiera rossa e il sorriso oltre la cicatrice.
Oggi non è con noi. Sua figlia mi ha chiamato per dirmi che è in ospedale in coma, proprio da martedì. Da quando era rientrato dallo sfratto di Cornelia: crollato a terra, improvviso, fa i figli e la moglie. Col cuore fermo per troppi, maledetti, minuti.
I parenti in Germania sono corsi subito: una trentina, mi dice Sebastian. Queste famiglie di zingari, aperte alle parentele più lontane. Unite dalla cultura antica del viaggio. Portate un po’ di qua, un po’ di là dai venti della storia. Capaci di correre e di ritrovarsi quando uno dei loro ha davvero bisogno. Con la religione di ogni paese e la lingua necessaria a mascherare, a celare quella vera: la lingua madre invincibile del popolo che non ha bisogno, non desidera la propria patria. Con la ruota dei carri che gira, in moto costante, sulla loro bandiera.

LUNEDI’, 29 febbraio, l’ufficiale giudiziario mandato dalla “Congrega della carità apostolica di Brescia” verrà a buttare in mezzo alla strada i tre figli di Ibraimovic e la loro madre. Meglio, ci proverà. Saremo là, con la sua bandiera rossa, a aspettare chiunque vorrà provarci. Con il cuore gonfio di tutte le ragioni di questa lotta meravigliosa e disperata.

nell’attesa delle storie che ci racconterai ancora

il comitato ANTISFRATTI/DIRITTOALLACASA di Brescia
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