di Andrea Martini (dal Blog “Refrattario e Controcorrente”)

Recensione del libro di Gilbert Achcar “Gaza, Genocidio annunciato”

E’ appena stato dato alle stampe in Italia un nuovo libro di Gilbert Achcar, “Gaza, Genocidio annunciato. La catastrofe palestinese in una prospettiva storica e mondiale”, edito da Ombre corte, al prezzo di € 20,00.

Gilbert Achcar è un intellettuale socialista prolifico e perspicace di origini libanesi, i cui scritti degli ultimi vent’anni e oltre hanno fatto luce sulle questioni più rilevanti emerse nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa. Ha affrontato con coraggio alcune delle questioni più controverse, impiegando un’analisi costantemente umana, razionalista, laica e materialista.

Achcar, nei suoi saggi (alcuni, ovviamente più brevi, sono stati spesso pubblicati anche sul nostro sito), eccelle nel delineare il “quadro generale”, unendo la sua ampia comprensione storica della geopolitica a una conoscenza approfondita della regione a maggioranza araba, arricchita dalla sua esperienza personale come militante politico. Infatti, prima di dover trovare rifugio in Europa, stato un dirigente del Gruppo Comunista Rivoluzionario Libanese, affiliato alla Quarta Internazionale. Attualmente milita nell’organizzazione ecosocialista britannica Anti*Capitalist Resistance.

Già nel titolo e nel sottotitolo, l’ultimo libro di Achcar, annuncia il suo metodo critico e la sua lettura della devastazione di Gaza da parte di Israele e del suo significato. E’ un metodo che Gilbert aveva già impiegato nelle sue precedenti opere, purtroppo due sole delle quali sono state pubblicate anche in italiano: “Scontro tra barbarie. Terrorismi e disordine mondiale”, analizzava la situazione dopo l’11 settembre 2001 e “La guerra dei 33 giorni. Un libanese e un israeliano sulla guerra di Israele in Libano” (in collaborazione con l’ebreo antisionista Michel Warschawski, entrambi editi da Alegre.

Achcar, in tutte le sue opere dedicate al cosiddetto Medio Oriente, critica sia la strumentalizzazione sionista della memoria della Shoah) sia il negazionismo arabo dell’Olocausto. Analogamente, i suoi due libri sulla “Primavera araba” del 2010-11 e di nuovo nel 2019, “The People Want (2013 e 2022)” e “Morbid Symptoms (2016)” (mai pubblicati in italiano), analizzano come quelle ondate di protesta di massa a livello regionale siano state alimentate dai fallimenti dei regimi di accumulazione del capitale e di governo oligarchico e abbiano segnato solo l’inizio del processo storico del loro smantellamento.

“Gaza, Genocidio annunciato” è una raccolta di saggi, alcuni scritti prima del 7 ottobre 2023 e altri successivamente, che sostengono che l’attacco guidato da Hamas contro obiettivi militari e civili israeliani in quella data e la successiva rappresaglia genocida di Israele non siano episodi anomali di violenza nella storia di Israele/Palestina. Piuttosto, rappresentano la continuazione della traiettoria storica e politica del progetto di insediamento sionista e della Nakba del 1948. Oltre a questa analisi strutturale di lungo periodo, i saggi offrono una descrizione meticolosa di eventi specifici successivi al 7 ottobre 2023 e riflessioni sulla politica israeliana e palestinese.

Achcar interpreta il genocidio di Gaza come un sintomo del declino dell’“ordine liberale internazionale atlantista”. Come ha sostenuto in un’intervista a Jacobin (e tradotta e pubblicata su questo sito), quell’ordine “è sempre stato una finzione”. Ma il genocidio di Gaza rappresenta l’era della “decadenza del liberalismo occidentale” e “costituisce uno spartiacque nella storia mondiale”.

A livello locale, il genocidio è stato la continuazione del “cambiamento sismico” a destra nella società israeliana in risposta alla Seconda Intifada. Le elezioni parlamentari del novembre 2022 hanno portato due partiti sionisti religiosi messianisti-fascisti nel governo israeliano. I loro voti nella Knesset assicurano che Benjamin Netanyahu non sarà esposto al carcere qualora venisse condannato in uno qualsiasi dei suoi tre processi in corso per corruzione, finché rimarrà primo ministro.

Di conseguenza, i messianisti-fascisti, in alleanza con i fanatici di destra “ordinari”, sono la locomotiva che guida le politiche di Israele. Anni prima del 7 ottobre avevano rivendicato l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele, mentre i loro sostenitori coloni si impegnavano in pogrom volti a espropriare e pulire etnicamente i palestinesi da aree sempre più vaste della regione.

L’elemento nuovo più prezioso nel libro di Achcar è il saggio introduttivo (di circa 50 pagine) scritto appositamente per questo volume. Qui presenta un’argomentazione accurata secondo cui le tattiche di Israele nell’attacco a Gaza – bombardamenti di aree abitate da civili, negazione di cibo e forniture mediche, distruzione di infrastrutture – rientrano nella definizione di “genocidio” specificata nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, entrata in vigore nel 1951. Inoltre, le potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, sono state pienamente complici di questo crimine. Cita la descrizione dei palestinesi come “animali umani” fatta dall’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, una delle tante dichiarazioni violentemente razziste dei leader politici e militari israeliani che annunciarono la loro intenzione di violare quella convenzione.

Già nel novembre 2023 il New York Times aveva catalogato 18.000 dichiarazioni genocidarie di israeliani su X e segnalato 286 dichiarazioni di israeliani di spicco che potenzialmente incitavano a comportamenti illegali. Il Times ha osservato che il loro “effetto cumulativo… ha normalizzato il dibattito pubblico su idee che sarebbero state considerate tabù prima del 7 ottobre: ​​discorsi sullo ‘sterminio’ della popolazione di Gaza, sulla pulizia etnica e sull’annientamento nucleare del territorio”.

Le radici delle operazioni genocidarie di Israele a Gaza risiedono nella “dottrina Dahiya”, implementata durante l’invasione israeliana del Libano del 2006, che postula l’uso di una forza sproporzionata e la “priorità di danneggiare le risorse piuttosto che cercare ogni singolo lanciatore” e “prendere di mira gli interessi economici e i centri di potere civili…”. Ciò è ulteriormente rafforzato dalla ricerca del “rischio zero” per i soldati israeliani, che “incoraggia il fuoco incontrollato senza alcuna considerazione per i civili”, come ha scritto il politologo israeliano Yagil Levy su Haaretz.

Accanto alla sua critica sistematica dell’apartheid israeliano, dell’espansionismo, della pulizia etnica e del genocidio, Achcar denuncia aspramente il regime politico misogino e antidemocratico di Hamas, che ha provocato manifestazioni contro il suo dominio a Gaza nell’estate del 2023. Considera la strategia militare di Hamas “palesemente irrazionale”, citando ironicamente la battuta di Yahya Sinwar del 2018: “Chi vorrebbe davvero affrontare una superpotenza nucleare con quattro fionde?”. Achcar considera la dipendenza di Hamas dalla lotta armata un’illusione mistica e politicamente controproducente, concludendo: “Non c’è possibile giustificazione per quello che è stato il più catastrofico errore di valutazione nella storia della lotta anticoloniale”.

Achcar rifiuta la lotta armata contro Israele perché si svolge in un campo dove Israele ha un vantaggio schiacciante. Al contrario, egli predilige la “lotta non violenta di massa… esemplificata dalla Prima Intifada”. Già nel 2009 sosteneva che “nessuna strategia razionale per affrontare lo stato sionista è possibile senza combinare la lotta palestinese e araba con uno sforzo per dividere la società ebraica israeliana dall’interno”. Prendendo a punto di riferimento la lotta di liberazione del Vietnam, per Achcar ciò implica «trasformare (la capitale giordana) Amman in una Hanoi araba» e distaccare una parte significativa degli ebrei israeliani «dalla mentalità sionista».

Alla luce dell’uso strumentale da parte dell’amministrazione Trump di false accuse di antisemitismo per reprimere il sostegno ai diritti dei palestinesi e attaccare l’intero edificio dell’istruzione liberale americana, l’appendice al volume risulta dolorosamente attuale. Redatta da Achcar e Raef Zreik, co-direttrice accademica del Minerva Humanities Center presso l’Università di Tel Aviv, e sottoscritta da 122 intellettuali palestinesi e arabi, la dichiarazione su “I diritti dei palestinesi e la definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance)” conserva la sua forza come vigorosa confutazione delle affermazioni secondo cui le critiche a Israele, per quanto veementi o fondamentali, costituiscano antisemitismo. Pubblicata originariamente sul Guardian nel novembre 2020, la dichiarazione rimane attuale e costituisce un monumento alla vitalità e alla chiarezza morale del pensiero arabo di sinistra, nonostante il dominio della regione da parte di cleptocrati e autocrati.

Il tipo di lotta di liberazione palestinese e araba che Achcar immagina, e ancor più la prospettiva di ottenere il sostegno di un numero significativo di israeliani, può sembrare fantasiosa all’ombra del “primo genocidio… perpetrato da uno stato tecnologicamente avanzato dalla sconfitta finale nel 1945 delle potenze dell’Asse di estrema destra…”. Achcar è pienamente consapevole che, per il prossimo futuro, le prospettive sono fosche. La corrente messianista-fascista nella politica israeliana è una componente emblematica delle crescenti forze neofasciste in Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti e altrove: paesi che hanno fornito aiuti materiali al genocidio israeliano di Gaza e hanno represso le proprie opposizioni interne. Il discredito dell’ordine liberale internazionale atlantista significa che, anche se la Corte internazionale di giustizia o la Corte penale internazionale emettessero verdetti di condanna per genocidio nei confronti di Israele e dei suoi leader, questi sarebbero in gran parte inapplicabili.

Ciononostante, il coinvolgimento di Achcar con un’ampia gamma di forze arabe di sinistra, nonché con molti intellettuali ebrei israeliani dell’opposizione, di cui cita ampiamente le argomentazioni, gli permette di immaginare un futuro diverso per il Medio Oriente e il Nord Africa, anche se le forze che potrebbero realizzarlo sono oggi deboli e frammentate. Nessuna formazione economico-politico-culturale è immutabile. Le questioni irrisolte di distribuzione economica, crescita e governance, evidenziate dai due recenti cicli di rivolte arabe, potrebbero tornare alla ribalta attraverso la lotta popolare. Il declino sempre più evidente del potere imperiale statunitense garantisce che, prima o poi, si verificheranno cambiamenti significativi negli equilibri di potere internazionali e regionali. Questi cambiamenti consentiranno l’emergere di opzioni politiche che oggi non sono visibili o considerate “irrealistiche”.


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