Come abbiamo scritto una decina di giorni fa, a metà maggio (precisamente dal 15 al 17 maggio) si svolgerà il IV incontro delle forze politiche internazionaliste che promossero, nel luglio del 2023, la prima riunione per cercare di offrire un quadro comune di confronto (e se possibile di azione politica concreta) a tutte le realtà che, al di là delle diverse “radici” (anarchiche, trotskiste, bordighiste, leniniste, comuniste libertarie, ecc.), hanno un’impostazione radicalmente internazionalista e antimilitarista. L’incontro si svolgerà nella sede parigina del NPA-R (una delle due organizzazioni in cui, purtroppo, si è diviso il Nouveau Parti Anticapitaliste), mentre il primo incontro, quello di Milano, si era svolto nella sede di Lotta Comunista. In questi due anni e mezzo si sono aggregate decine e decine di nuove organizzazioni, provenienti da tutti i continenti. Anche la nostra piccola realtà, l’area di Brescia Anticapitalista, è stata invitata a partecipare e ad inviare un breve contributo. Eccolo:

CONTRO TUTTI GLI IMPERIALISMI, CONTRO TUTTI I NAZIONALISMI

La crisi dell’ordine capitalistico mondiale post ‘89 è sotto gli occhi di tutt*. Se qualcuno si era illu­so (non solo all’interno della classe dominante) che la globalizzazione capitalista potesse portare ad una relativa stabilizzazione, oggi deve fare i conti con una dinamica esattamente opposta. In meno di vent’anni la concorrenza e lo scontro interimperialista (protezionismo, guerre commerciali, corsa agli armamenti, guerre sempre più diffuse) ha spazzato via queste illusioni. I ”vecchi” imperialismi (USA, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Giappone), quelli “nuovi” (Russia, Cina, India), le numerose potenze regionali che ambiscono a ritagliarsi la loro fetta di torta (Israele, Turchia, Iran, Arabia Saudita, Pakistan, ecc.) sono attivamente impegnati a ridisegnare gli equilibri tra le varie fa­zioni del capitale mondiale. Che mostrino il volto feroce e psicopatico dei Trump o dei Netanyahu, quello apparentemente pacato e “razionale”, ma altrettanto feroce, dei Putin o degli Erdogan, o quello “zen” degli Xi-Jin-Ping o della Takaichi, ogni brigante imperialista o aspirante tale sa benissimo che “la fe­sta è finita” e bisogna sfoderare gli artigli. Il “si vis pacem, para bellum”, millenario mantra dei militaristi, pre-capitalisti e capitalisti, da sempre, è tornato apertamente di moda, senza le ipocrisie della cosiddetta “legalità internazionale” che pretendevano nascondere la realtà brutale dei rapporti di forza tra il 1945 e il 1991. E lo strumento di costruzione del consenso tipico di epoche come queste è, come al solito, il più rancido nazionalismo, sostenuto spesso dalle peggiori ideologie oscurantiste ripescate dall’immondezzaio della storia, in particolare le superstizioni religiose (islamismo, cristianesimo, giudaismo, induismo, ecc.). Se l’opposizione a questa tendenza bellicista alla catastrofe è diffusa e comune non solo alle poche e deboli forze internazionali­ste, ma ad ampi settori di massa in tutto il mondo, non altrettanto si può dire della coscienza del mi­glior modo di opporsi alla corsa verso l’abisso. Il veleno del nazionalismo non intossica solo le clas­si dominanti e, purtroppo, anche gran parte degli sfruttati ed oppressi dei paesi imperialisti vecchi e nuovi (e delle cosiddette “potenze regionali”), ma evidentemente anche le masse dei paesi “periferi­ci” e “dipendenti” e, di conseguenza, quasi tutte le realtà organizzate che pretendono di opporsi a questa deriva guerrafondaia e imperialista. Volendo citare il Trotsky del 1938, ancor più di allora la crisi dell’umanità è la crisi della direzione proletaria. Le guerre in corso in Ucraina, in Palestina, in Sudan, in Libano, in Iran, ecc. così come gli scontri e le tensioni in America Latina, nel Rojava o in Africa ri­propongono troppo spesso lo schema obsoleto “aggressione imperialista-difesa della patria” (sostanzialmente una statalizzazione della “autodeterminazione dei popoli”) anche all’interno della cosiddetta “sinistra di classe” (e persino in molti settori sinceramente internazionalisti), facendo della peraltro giusta solidarietà verso i neo-colonizzati e gli oppressi di tutto il mondo l’elemento dirimente e assolutizzante che mette in secondo piano l’indispensabile discriminante di classe. Parole d’ordine (pensiamo al “Patria o muerte” di ca­strista o sandinista memoria) e progetti politici già ammuffiti, come il panafricanismo, il panarabi­smo ed in genere il terzomondismo, trovano, non solo tra i fan della geopolitica e i campisti (o gli “altercampisti”), un terreno tutto sommato ancora fertile. Come se la Conferenza di Baku si fosse tenuta nel 2020, invece che nel 1920. Non si tratta, a nostro avviso, di mantenere, in nome della pur fondamentale indipendenza di classe, un’equidistanza o un’indifferenza di fronte all’asimmetricità degli scontri in atto. Ovviamente è giusto solidarizzare con i palestinesi, i curdi, i libanesi bombar­dati dall’aviazione israeliana o turca, è giusto opporsi alle incursioni yankee in Venezuela o a Cuba, com’è stato giusto opporsi all’invasione dell’Ucraina nel 2022 (e pure alla guerra, a relativamente bassa intensità, iniziata dalla destra nazionalista ucraina nel Donbass a partire dal 2014), ma mantenendo la bussola dell’indipendenza di classe, senza cedere un millimetro alla spinte nazionaliste – o peggio ancora oscurantiste religiose – degli Stati aggrediti (che si chiamino Ucraina o Iran, Yemen, Libano o Venezuela). Ritenere che l’appog­gio alla cosiddetta “autodeterminazione dei popoli” sia un sacro principio inossidabile, indipenden­temente dalle direzioni politiche di questi processi (magari con la presa di distanza “salva-coscien­za” quando queste direzioni sono particolarmente reazionarie, come in Afghanistan o a Gaza, per fare solo due esempi) è, a nostro avviso, continuare su una strada che la Storia ha abbondantemente dimostrato essere un vicolo cieco, dalla rivoluzione cinese del 1925/27 all’attuale situazione in Pa­lestina. Nella stragrande maggioranza dei casi questi processi hanno dato vita a strutture statali o pa­rastatali estremamente reazionarie (spesso ancor peggiori dei regimi coloniali o semi-coloniali pre­cedenti) se non apertamente fasciste o fascistoidi. Ed anche dove le direzioni politiche di questi pro­cessi hanno avuto un’impostazione “progressista” e/o richiamantesi al “socialismo” (Cina, Jugosla­via, Corea, Vietnam, Cuba, Nicaragua, ecc.) la strada di quel “nazional-comunismo” si è rivelata (persino nei casi in cui l’influenza dello stalinismo era debolissima, come a Cuba o in Nicaragua) efficace solo per quello che in definitiva appariva come l’obiettivo fondamentale, cioè il nazionalismo, più o meno “antimperialista”. Ci rendiamo conto che affrontare un nodo teorico-politico di questa portata, un nodo che le varie correnti del socialismo dibattono da oltre 150 anni, in poche battute, ri­schia di creare molti più problemi di quanti ne risolva (o pretenda di risolvere). Ciononostante è im­portante cominciare a fare i conti con la nostra storia, con i nostri errori e le nostre illusioni, senza fare sconti a nessuno (né ai marxisti delle varie correnti, né agli anarchici delle varie “scuole”). Se oggi il movimento dei lavoratori e degli oppressi, nonostante l’enorme crescita numerica del prole­tariato mondiale negli ultimi 40 anni, è in una fase a dir poco difensiva, se la parola “socialismo” appare quasi cancellata dall’agenda politica di quasi tutte le società, uno dei problemi, se non il pri­mo, è l’estrema debolezza della coscienza di classe, dopo le numerose sconfitte e gli altrettanto nu­merosi vicoli ciechi imboccati nell’ultimo secolo. E la resa, più o meno consapevole e teorizzata, al veleno nazionalista, seppur nella versione “antimperialista”, ci sembra uno dei principali “imputati” di questo arretramento epocale. Per questo ben vengano gli incontri come quello previsto a Parigi a metà maggio, dove tutte le forze che si richiamano all’internazionalismo possano confrontarsi libe­ramente e, speriamo, fraternamente.

I/le compagn* di Brescia Anticapitalista

Brescia, 29 marzo 2026


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