Dal sito dei compagni del PCL un articolo sempre attuale
PREMESSA
Gli ultimi avvenimenti di cronaca rendono necessario tornare su un tema che ogni comunista dovrebbe affrontare: la violenza di classe.
«I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d’una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare.» Il manifesto del partito comunista, Karl Marx e Friedrich Engels (1848).
Comprendere questo concetto è un passaggio fondamentale della formazione teorica: è il momento in cui si separano i percorsi tra chi si limita a una generica sensibilità morale verso le ingiustizie e chi sviluppa fino in fondo una coscienza comunista.
A tal proposito è sempre utile per il movimento e per le avanguardie riflettere sull’efficienza strategica dell’uso della forza: il contesto storico, cioè i rapporti tra avanguardia e classe di riferimento e i rapporti di forza tra i soggetti sociali, è il discrimine. In particolar modo, le modalità di intervento dello Stato nello scontro di classe sono influenzate tanto dall’ordinamento giuridico quanto dallo scenario politico internazionale, ma è ancor di più importante capire quali sono le forze che la classe lavoratrice può mettere in gioco. Queste sono determinate dal livello della sua coscienza e dalla sua capacità organizzativa.
La forza è esercitata sistematicamente dalla borghesia per mantere il suo dominio come classe dominante e dal proletariato come forma di resistenza e ribellione. La forza che lo scontro genera è dunque uno strumento di lotta che ha trovato varie espressioni nella storia attraverso scioperi, occupazioni, manifestazioni e a volte anche con atti terroristici. È nostro intento focalizzarci in questo momento sugli scontri alle manifestazioni.
IL CONTESTO ITALIANO
Il contesto storico generale ci riferisce di una crisi profonda del capitalismo e una lunga crisi di direzione del movimento operaio, in pratica il peggior luogo e il peggior momento in cui trovarsi e le conseguenze non sono trascurabili. La crisi del capitalismo a livello globale sospinge e tutela i governi in manovre violente, siano esse di attacco (Israele in Palestina) che di difesa (come il ruolo che sta avendo la forza di polizia ICE negli Stati Uniti). L’Italia non è immune a queste dinamiche, poiché è globalmente inserita nella contesa capitalista: i DL Sicurezza, la repressione degli spazi di organizzazione del dissenso, l’attacco politico all’autorevolezza della stessa magistratura borghese
Nello specifico, la necessità di tutelare i rapporti di produzione capitalistici può indurre uno stato a compiere delle manovre improvvise per tutelare i suoi interessi.
Sebbene con modalità meno aggressive rispetto ad altre nazioni, l’Italia continua a portare avanti una propria strategia imperialista, evidente sia sul piano politico – come il piano Mattei – sia su quello economico, per esempio l’espansione della produzione militare di Leonardo SpA. Parallelamente, il governo tutela la borghesia italiana con la Finanziaria 2026 e rafforza il controllo dello scontro sociale tramite i decreti sicurezza.
Se da un lato vi è l’apparato statale borghese che è più vivo e dinamico che mai, dall’altro vi è l’incapacità di organizzare una risposta organica e strutturata da parte del movimento della classe lavoratrice.
La crisi della direzione del movimento è stata dimostrata anche dai risultati del Referendum sulla cittadinanza e lavoro, incapaci tanto di raccogliere il consenso sulle rivendicazioni sindacali quanto di legare queste a un cambiamento coerente, radicale e strutturale della società.
In generale, le mobilitazioni più ampie sono quelle organizzate dai sindacati confederali e concertativi (CGIL, CISL e UIL) ed il ruolo delle loro burocrazie funge da freno per lo scontro. Le organizzazioni indipendenti della classe lavoratrice sono ai minimi livelli in termini di capacità reale di mobilitazione. Solo negli scioperi politici per la Palestina di ottobre e novembre la classe operaia è tornata unitaria nelle piazze (costringendo la dirigenza CGIL ad aderirvi per evitare di perdere la faccia), rendendo infatti inapplicabile ogni misura repressiva poliziesca introdotta dal governo Meloni con l’ultimo DL Sicurezza. Convergenza che si è, purtroppo, immediatamente ripiegata nei mesi successivi con l’intento miope di capitalizzare qualcosa per la propria organizzazione a discapito dell’unico movimento di massa da decenni in Italia.
Al momento le organizzazioni comuniste, i collettivi, i centri sociali e i sindacati di base non hanno influenza sostanziale sulla classe lavoratrice, né di direzione né di organizzazione. Ciò senza negare che esistono situazioni locali circoscritte in cui la rappresentanza e il radicamento sono sicuramente più avanzati che nel contesto generale.
SCONTRI ALLE MANIFESTAZIONI
Dunque occorre organizzare la piazza perché non si possa configurare come sfogatoio della violenza di classe. La violenza come sfogo consola nella propria condizione mentre l’organizzazione unitaria e coerente della forza permette di cambiare le basi della propria condizione. La lotta di classe necessita della forza e questa va legata tanto a degli obiettivi immediati (le lotte politiche, le lotte sindacali) quanto a degli obiettivi generali (per noi, costruire le condizioni per la rivoluzione comunista).
Spesso gli scontri tra i manifestanti e le forze di polizia si rivelano in questa fase della lotta di classe episodi di violenza logoranti e quindi per noi controproducenti. Questo perché, da almeno due decenni, si configurano come scontri privi di una direzione strategica di lungo termine chiara e condivisa – e a volte nell’avanguardia stessa.
La mancanza della classe lavoratrice organizzata ai cortei si fa sentire anche nelle forme più pratiche di lotta, ad esempio si accusa la mancanza di un serio servizio d’ordine che sappia difendere i partecipanti e garantire lo svolgimento della manifestazione.
Tuttavia una strategia chiara purtroppo non è sufficiente, è necessario anche che questa sia corretta. Ci sono stati esempi nelle precedenti fasi della lotta di classe in Italia (anni ‘70) in cui l’innalzamento dello scontro diretto con le forze di polizia è stato catastrofico. Ne sono un esempio gli scontri del movimento del 1977, che avevano una direzione chiara e condivisa a egemonia autonoma e post-operaista e si sono tuttavia rivelate massacranti e in definitiva fallimentari.
Tutto ciò non nega il valore della lotta di piazza ma ci mette davanti a una responsabilità: lavorare in un’ottica di massa e tra le fila della classe lavoratrice, dotare la classe degli strumenti per organizzarsi, innalzare la coscienza e creare le condizioni tali per cui la rivoluzione diventi un orizzonte possibile, con un uso vario, cosciente ed efficiente delle varie tattiche di lotta che abbiamo sperimentato lungo la nostra storia.
Tanto più la repressione dello Stato si fa violenta e unitaria, tanto più noi dobbiamo unitariamente ragionare sulle pratiche di lotta utili da adottare perché il rischio è quello di individualizzare l’azione (anche se eseguita da un gruppo) e di abbattere interi settori dell’avanguardia, rischiando di sostituire all’azione della classe una manovra fatta da un’avanguardia senza esercito, fragile ed esposta. Questo non significa solo riorganizzare l’apparato militante della lotta di piazza ma anche dotarsi di un programma di liberazione coerente, chiaro e capace di trasformare ogni piazza in una speranza e non in un harakiri eroico che ha il prezzo di indebolire il movimento e le avanguardie, senza produrre una vera radicalizzazione.
Al contempo, si rischia di farsi fuorviare dall’illusione che cadere nelle mani del nemico possa produrre un atto di indignazione generalizzata, muovendo la solidarietà di classe e portando alla luce le nostre ragioni. In questa fase è chiaro che non sia così: gli arresti e i processi contro l* compagn* finite nelle mani dello Stato borghese impegnano il più delle volte solo e soltanto la stessa avanguardia.
Quando l* compagn* vengono scagionat* si festeggia giustamente per il ritorno in libertà ma i metodi e i tempi tendenziosi di assoluzione della giustizia borghese non possono essere rivendicati per giustificare la bontà della lotta del movimento e le buone ragioni dell* arrestat*. La bontà e le ragioni della nostra lotta sono giustificate dalla lotta stessa.
Evitare di dare compagn* in mano alla giustizia borghese dovrebbe essere una priorità assoluta. Non possiamo essere soddisfatti di tattiche che rendono così facile per la Polizia sottrarci forze umane fisiche e intellettuali. Ora più che mai è giunto il momento di prenderci la responsabilità di ragionare in profondità su queste stesse tattiche, senza nasconderci dietro la rassicurante retorica dell’eroismo degli arrestati. L’eroismo può esserci, ma non è il tema: dobbiamo tutelare e organizzare il movimento perché sia efficace.
Intanto cresce la militarizzazione degli spazi pubblici, e l’inasprimento dell’intera macchina repressiva dello Stato. Questo è l’effetto di due principali fattori: la necessità del Governo di compattare l’opinione pubblica contro un nemico interno che si ritiene la causa del disordine; la necessità del Governo di stabilire una retorica che riavvicini la varia cittadinanza alle ragioni dello Stato borghese, in un’epoca di forte fragilità dello stesso.
Così i ranghi polizieschi si fanno più serrati, la politica tenta di avere maggior controllo sulla giustizia (delegittimazione della magistratura, referendum sulla giustizia…) e la propaganda filogovernativa trova giustificazioni alle sue mosse, come nel caso dei decreti sicurezza.
Questo fine apparato di controllo, coercizione e repressione viene sperimentato in piccolo nel mondo ultras, poi viene verificato nelle manifestazioni politiche e infine diventa la prassi consolidata che colpisce le lotte sindacali della classe lavoratrice. L’inasprimento si fa generale e il potere borghese è giustificato dalla “sicurezza”. Lo Stato dice che le manifestazioni ad alto livello di scontro lo hanno dimostrato, perciò ora la violenza poliziesca è necessaria non a reprimere il dissenso, ma il disordine.
Noi sappiamo che tutto ciò che vogliono tutelare è la proprietà privata: reprimendo gli spazi sociali, affinando le pratiche di controllo sulla vita collettiva e individuale, e soprattutto difendendo in una lotta senza quartiere la proprietà privata dei mezzi di produzione. Proprio per quanto riguarda gli scontri all’interno dei luoghi di lavoro c’è un grande vuoto comunicativo (per portare il caso più eclatante, pensiamo alle varie aggressioni poliziesche e squadriste ai vari picchetti della logistica), nonostante siano il perno attorno a cui ruota l’intera contraddizione tra potere borghese e vita della nostra classe. La stampa borghese non ne parla, mentre i nostri canali di comunicazione non hanno la capacità di arrivare al di fuori della nostra bolla di consenso. Di cui spesso la classe lavoratrice larga non fa parte.
LA FORZA
L’operaio ha fatto tutto;
e l’operaio può distruggere tutto,
perché tutto può rifare
Un lavoratore italiano (Il capitale, Cafiero)
C’è anche da chiarire che il diritto alla piazza non esiste nel vuoto ma va sempre misurato sui rapporti di forza reali. Pensare di forzare dei blocchi con poche decine di persone contro un apparato militare, appellandosi semplicemente al principio astratto del diritto (borghese), è una prospettiva che nasce già sconfitta. In questo modo si assolutizzano le ragioni, dimenticando la materialità della forza in campo.
La natura profondamente materiale dei rapporti di potere sta in queste parole di Auguste Blanqui: “Chi ha del ferro ha del pane”. I rapporti di forza sono la più banale materialità dei mezzi a disposizione di una classe e dell’altra, ma non sono esclusivamente i rapporti di piazza.
La forza a disposizione di una classe è data dai suoi numeri, dalla sua capacità organizzativa, dal suo programma e dai suoi strumenti. La sinergia tra tutte queste cose permette allo scontro sociale di innalzarsi, dalla più elementare autodifesa fino alla guerra civile e all’assalto al potere.
Ogni tanto si vedono scene degne di un’avventura fiabesca: sassi e lattine contro camion della polizia, tentativi di forzature dei blocchi con dei bastoni, quando oggettivamente, ci servirebbero dei bulldozzer e lanciarazzi per pareggiare l’armamentario del nemico. Il risultato di queste azioni è la risposta delle forze di polizia con gas (cancerogeni) e manganelli. Inoltre bisogna anche tenere conto che le forze dell’ordine non usano neanche il loro completo potenziale e l’organizzazione del proletariato non è attualmente all’altezza, il G8 di Genova nel 2001 ne è stato una prova e un punto di svolta storico nella definizione di questo squilibrio, perpetuato nel riutilizzo da parte nostra di pratiche di lotta che hanno portato negli ultimi trent’anni a pesanti sconfitte e nel migliore dei casi a stalli.
Le potenzialità materiali ci sono, i numeri ci sono, i mezzi ci sono. Oggi il grande dilemma è organizzare numeri e mezzi, su questo dovremmo lavorare incessantemente prima e dopo ogni piazza, per ricondurre l’esito di ogni piazza all’avvicinamento a questo obiettivo minimo.
L’OBIETTIVO
Avere chiara la questione della lotta è condizione necessaria per dare un senso a tutte queste dinamiche di scontro. La nostra questione primaria è l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione.
Una visione completa ci fa comprendere che la borghesia lotterà fino alla morte in quanto è in gioco la sua stessa esistenza. L’unica possibilità di sconfiggerla sarà un cambio di regime, instaurando il governo della classe lavoratrice armata e condotta politicamente dalla democrazia delle assemblee dei lavoratori (soviet). Siamo consapevoli che il dominio assoluto della borghesia potrà essere distrutto soltanto con un sistema politico determinato in modo univoco dal proletariato e per questo rivendichiamo il termine che coniò Marx: dittatura del proletariato. Cioè il rovesciamento della dittatura della classe borghese sulla classe lavoratrice.
Una camionetta della polizia che brucia non ci basta, la spettacolarità del gesto non coglie la drammatica situazione in cui nelle fabbriche si producono quotidianamente aerei da combattimento e carri armati. Non ci basta perché vogliamo mandare in fumo l’intero sistema politico-economico-sociale capitalistico e sulle sue ceneri fondare una società basata sui princìpi di solidarietà, democrazia e rapporti umani non mediati dal denaro. Non ci basta perché un’azione di massa avrà a disposizione molta più benzina da bruciare di quella di qualche bottiglia molotov o petardo lanciato nella confusione, mettendo in campo la più sofisticata strategia a disposizione del proletariato.
Una pietraia contro la celere non ci accontenta, perché potremmo avere il controllo delle fabbriche in cui già oggi i lavoratori costruiscono e assemblano le armi che lo Stato gli ritorce contro.
Un celerino pestato non ci soddisfa. Noi vogliamo che la borghesia tremi al pensiero di rivoltarsi contro di noi, perché sapremo rispondergli con l’azione sistematica e compiuta, non con delle critiche scritte sui social o sui pezzi di carta ma con un governo dei lavoratori che non si farà scrupoli per difendere il potere dello Stato proletario.
Nella rivoluzione potrà esserci un contesto di guerriglia urbana, ma la guerriglia non fa la rivoluzione.
LA PROSPETTIVA
Legare ogni singolo scontro di classe alla prospettiva di fondo anticapitalista è compito del partito rivoluzionario delle lavoratrici e dei lavoratori. È ciò che il PCL è impegnato a fare ogni giorno sul piano nazionale e internazionale con la LIS (Lega Internazionale Socialista). Il partito deve rendere necessaria e concreta per le masse la possibilità di conquistare il potere politico per risolvere i problemi che oggi riguardano la classe lavoratrice. Il partito rivoluzionario dei lavoratori è l’organizzazione che ha la possibilità di avere in mano il quadro generale della lotta e quindi coordinare l’azione per la vittoria.
L’esperienza del passato ci dice che la mancanza del partito rivoluzionario ha portato al fallimento dei più grandi sollevamenti di massa (dal Biennio Rosso al 1968, in Italia), disperdendo le forze. L’esperienza vittoriosa dell’ottobre 1917 in Russia ci fornisce un prezioso riscontro su quali sono state le strategie e i mezzi vincenti, ed il partito ne è stato un elemento fondamentale. Come disse Trotsky : “Senza una organizzazione dirigente, l’energia delle masse si volatizzerebbe come il vapore non racchiuso in un cilindro a pistone. Eppure, il movimento dipende dal vapore e non dal cilindro о dal pistone”.
PER LA COSTRUZIONE UNITARIA DI UN FRONTE UNICO DI CLASSE
I tempi sono cambiati ed è necessario fare una seria riflessione sull’organizzazione dell’azione delle avanguardie e della classe lavoratrice, sui luoghi e sui modi più intelligenti e utili per dirottare la storia verso un binario che renda giustizia e dignità umana alla vita di ogni singolo oppresso di questo mondo.
Proseguiamo e approfondiamo i giusti e necessari percorsi di convergenza che sono stati avviati e in cui come PCL interveniamo per l’allargamento del fronte unico di classe e per la costruzione di un’organizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici solida e forte.
Senza padroni né re, perché siano i lavoratori a governare per sé stessi e costruire un mondo in cui le guerre imperialiste, lo sfruttamento e la violenza dei padroni e dei loro cani da guardia siano finalmente solo un brutto ricordo.
Odone Belluzzi e Ferdinando La Cava
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