Introduzione
Quella dei trotskisti era e rimane una storia più nota (per giudizi affrettati e sommari) che conosciuta, spesso trascurata dagli stessi che dovrebbero avere interesse a ricostruirla. Scrivere di questa e altre storie “minori” è doveroso e necessario. Doveroso perché si tratta di riconoscere il valore di esperienze politiche vissute con dedizione, onestà morale e intellettuale, spesso compiute in situazioni difficili e precarie. Necessario perché l’“altra storia” è pur sempre parte integrante della storia esattamente come il trotskismo italiano fu un aspetto peculiare della storia del comunismo italiano e per certi versi anche dello stesso Partito Comunista Italiano (Pci), come si potrà constatare da questo contributo, basato sulla pubblicistica ufficiale e su documentazione conservata da privati e fondi depositati presso centri studi e di ricerca e presso la Biblioteca Livio Maitan (Roma).
Dieci anni dopo la conferenza di fondazione della Quarta Internazionale (Qi) nel settembre 1938, quando si tenne il Secondo Congresso mondiale, nell’aprile 1948, per l’Italia furono conteggiati 800 aderenti1. Una cifra rilevante se si tiene conto che nel rendiconto della Conferenza di fondazione, alla quale partecipò un dirigente della qualità di Pietro Tresso, non figuravano riferimenti precisi circa il numero degli aderenti italiani alla nuova internazionale. In effetti la sezione italiana, sorta con la nascita della Nuova Opposizione Italiana (Noi) aveva conosciuto un’esistenza difficile nell’esilio francese, segnata da diaspore e divisioni interne che caratterizzarono la vita del gruppo composto da fuoriusciti antifascisti. Tant’è vero che alla vigilia del congresso di fondazione, nel 1938, praticamente la sezione italiana non esisteva più2
In questi ultimi anni, approfondite e documentate ricerche, tra le quali l’ultimo lavoro di Gabriele Mastrolillo3, hanno ricostruito nascita e sviluppi della Noi dopo l’espulsione dei “tre” (Alfonso Leonetti, Paolo Ravazzoli e Pietro Tresso) e hanno segnalato che la dissidenza di sinistra italiana pagò lo scotto del mancato riscontro della sua azione politica e di presenza militante nell’Italia fascista. Inoltre, fu subito coinvolta nelle “complicate” vicende del trotskismo internazionale e nelle diatribe interne alla direzione della sezione francese, che si divise nel 1934 a seguito della svolta entrista, caldeggiata da Trotsky, che prevedeva l’entrata nel partito socialista come tendenza. Buona parte delle poche forze militanti di cui disponeva e della capacità politica dei suoi dirigenti si dispersero e si divisero. Uno dei deficit del trotskismo storico italiano riguardava l’assenza di una corrente politica di riferimento all’interno del Partito Comunista d’Italia (Pcd’I), a differenza di quella che faceva capo ad Amadeo Bordiga le cui radici risiedevano nel socialismo di sinistra e nelle origini stesse del partito. Il trotskismo italiano si trovò a dover agire “schiacciato” tra due anime, due pensieri forti, già vigenti nel comunismo italiano, quello gramsciano e quello bordighiano. Eppure, singoli elementi svolsero un ruolo importante nel processo organizzativo che portò alla costituzione della Qi. Leonetti, ad esempio, partecipò alla direzione del Segretariato Internazionale (Si) dal 1930 al 1936 ed ebbe un intenso scambio epistolare con Trotsky, a riprova della stima serbata nei suoi confronti dal rivoluzionario sovietico e della sua posizione dirigente ai vertici del movimento trockista internazionale. Fu una piccola parte di militanti italiani in esilio, passati attraverso l’esperienza della guerra civile spagnola, a riportare in Italia le idee della Qi. Sconfitta la rivoluzione spagnola, essi trovarono rifugio in Francia dove vennero internati e successivamente consegnati dalla polizia di Pétain alle autorità italiane che li deportarono nelle Isole Tremiti. Uno di loro era Nicola Di Bartolomeo, attorno al quale nel confino si formò un collettivo trotskista. Dopo la caduta del fascismo, Di Bartolomeo e gli altri confinati furono liberati e si stabilirono a Napoli, dove fondarono un piccolo gruppo che si definì Centro Nazionale provvisorio per la costruzione del Partito Comunista Internazionalista (Quarta Internazionale). Privi di mezzi entrarono a Napoli nel Partito Socialista di Unità Proletaria (Psiup) e nella sua organizzazione giovanile e stabilirono alcuni contatti con dissidenti del Pci.
Nel 1944 il gruppo di Di Bartolomeo riuscì a riallacciare i rapporti con la Qi tramite militanti trotskisti inglesi e statunitensi giunti in Italia al seguito dell’esercito angloamericano. Venuti a conoscenza che a Foggia era stato pubblicato un manifesto a favore della Qi, Di Bartolomeo si recò sul posto, dove fece conoscenza con Romeo Mangano4, che era stato un dirigente della federazione del Pcd’I delle Puglie e segretario della Camera del lavoro di Foggia, ideologicamente vicino alle idee di Bordiga. Lo scambio di informazioni portò rapidamente a un accordo che si concluse, nel luglio del 1944, con la formazione del Partito Operaio Comunista (Poc)5. L’accordo coi pugliesi accrebbe notevolmente il numero dei militanti e la Qi pur tra dubbi e richieste di chiarimenti, finì col riconoscerlo come sezione italiana. Effettivamente le due componenti del Poc avevano un diverso concetto dell’organizzazione internazionale. I militanti pugliesi pensavano che la Qi non fosse altro che un organismo potenziale, senza diritto di imporre un programma e una disciplina a tutte le sezioni. Ciò corrispondeva in realtà al tentativo di diffondere le proprie idee utilizzando le possibilità offerte da un’organizzazione di sinistra già strutturata, anche se debole; come confermò lo stesso Romeo Mangano: «noi non ci fondemmo coi trotskisti, ma ritenemmo utile affiancarci ai trotskisti per le possibilità che un’organizzazione internazionale ci dava»6.
Terminata la guerra mondiale, quando si poterono stabilire maggiori contatti col Poc, il Si si rese conto delle divergenze di impostazione esistenti tra la QI e la sezione italiana, dove solo una piccola componente condivideva gli orientamenti politici e teorici del movimento trotskista. A partire dal 1947, il Si iniziò un suo lavoro d’intervento in Italia allargando il numero degli interlocutori fuori dal Poc, grazie a contatti stabiliti con esponenti dei partiti della sinistra tradizionale, socialisti, comunisti e azionisti. Già nel 1947 la Qi dichiarava che in Italia il movimento trotskista era agli inizi, organizzativamente e politicamente e che l’intento era quello di tentare la via della costruzione del partito rivoluzionario attraverso la fusione dei migliori militanti di sinistra socialisti, comunisti, azionisti, del Partito Comunista Internazionalista e del Poc7. Nel progetto di ricostruzione i dirigenti della Qi si impegnarono direttamente aiutando o orientando il lavoro politico dei compagni italiani. I nuovi contatti intrapresi dal Si, accanto alla persistente esistenza del Poc spiegano in parte la cifra di 800 aderenti dichiarati per l’Italia alla vigilia del Secondo Congresso Mondiale. In essa erano compresi i relativamente numerosi aderenti al Poc e altri militanti in contatto con la Qi. Quel numero, forse calcolato per eccesso, raccoglieva un’aggregazione di militanti per nulla omogenea come provenienza e come appartenenza a una struttura organizzativa. In questo senso il Poc rappresentava il problema principale. Diretto, dopo la morte prematura di Nicola Di Bartolomeo (1946), da Romeo Mangano, esso aveva accentuato la mai sopita tendenza a un’impostazione politica di derivazione bordighista. Dopo vari tentativi di chiarimenti, mediante l’invio in Italia di dirigenti del Si, compreso Michalis Raptis (meglio noto con lo pseudonimo Michel Pablo) – mentre parallelamente, soprattutto un altro giovane dirigente, Ernest Mandel (Walter, Germain) curava i rapporti e i contatti coi “nuovi” trotskisti provenienti dalle diaspore socialiste, comuniste e azioniste – il secondo congresso decise di non riconoscerlo più come sua sezione.
La ricostruzione della sezione italiana
Come ammise pochi anni dopo la stessa direzione dell’Internazionale, il riconoscimento del Poc era stato affrettato, pertanto si orientò ad aiutare la ricostruzione di una nuova sezione italiana8. Senza l’aiuto della Qi e il collegamento con i suoi dirigenti, la nuova «organizzazione non si sarebbe probabilmente costituita»9. Nel biennio 1947-1948 iniziò il raggruppamento dei dissidenti della sinistra italiana vicini al trotskismo mediante contatti con militanti del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (Psli), del Psi e del Pci e con esponenti del disciolto Movimento Comunista d’Italia, meglio conosciuto dal nome del loro giornale «Bandiera Rossa».
Fu soprattutto tra i giovani socialisti che si registrò il successo maggiore in termini di reclutamento. Si trattava di giovani provenienti dalla Federazione Giovanile Socialista (Fgs), rinata nel 1944, che volevano ricostruire un’internazionale socialista classista e rivoluzionaria, convinti della necessità di un’azione autonoma della classe operaia, dell’opposizione ad ogni compromesso sulla questione istituzionale, con un atteggiamento di riserva e di critica nei confronti del Comitato di Liberazione Nazionale, dell’alleanza con forze democratiche non di classe e della “svolta di Salerno”, operata dal Pci e subita, secondo loro, dal partito socialista. Usciti dalle file del socialismo, una parte di loro si unì con la componente trotskista in uscita dal Poc per pubblicare la rivista «4a Internazionale» a partire dal luglio 1948.
L’1 e il 2 gennaio del 1949 a Roma si riunì la prima conferenza nazionale del movimento trotskista italiano, alla quale partecipò un numero ridotto di militanti e di quadri, che raccoglieva l’adesione di alcuni “vecchi” trotskisti della prima generazione e giovani provenienti dalla Fgs, dal Partito d’Azione e dal Pci. L’anno dopo si diedero il nome di Gruppi Comunisti Rivoluzionari (Gcr) e iniziarono la pubblicazione del mensile «Bandiera Rossa» in aprile10.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’inasprirsi della Guerra Fredda e l’eventualità di una terza guerra mondiale rafforzarono i legami tra i partiti comunisti e socialdemocratici e il movimento operaio, togliendo spazio politico a gruppi di minoranza. Per evitare l’isolamento si ritenne opportuno agire in seno alle formazioni riformiste, contando sui processi di differenziazione che si sarebbero manifestati. Il progetto di costruzione entrista, varato nel 1952, conteneva elementi che lo distinguevano da esperienze analoghe compiute negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale. Allora si era trattato di operazioni di breve durata, delimitate nel tempo e negli obiettivi. Nel progetto impostato dal X Plenum del Comitato Esecutivo Internazionale del 1952 si delineavano prospettive nuove. Una riguardava la durata: «non entriamo in questi partiti per uscirne presto. Vi entriamo per rimanervi a lungo», per contribuire allo sviluppo di tendenze centriste di sinistra; l’altra consisteva nel praticare l’entrismo nei partiti comunisti con larga influenza di massa, nei confronti dei quali non si poteva praticare un entrismo totale, «bensì un entrismo di tipo specifico, sui generis»11.
In Italia e Francia una parte degli appartenenti alle relative sezioni – quelli strettamente necessari a dirigerla e quelli che, per vari motivi, non potevano inserirsi nelle organizzazioni comuniste – dovevano mantenere in vita un gruppo indipendente col compito di appoggiare e coordinare l’attività entrista, diffondere per mezzo della stampa le tematiche quartinternazionaliste e reclutare gli elementi migliori contattati dagli entristi all’interno del partito o dall’organizzazione esterna. Gli altri dovevano iscriversi al Pci e aderire alle organizzazioni sindacali e associative da esso influenzate, conquistare la fiducia di compagne e compagni, esporre critiche senza farne però un motivo di rottura.
La destalinizzazione
In Italia la svolta entrista si configurò all’interno di un bilancio del lavoro politico compiuto nei tre anni di costruzione indipendente12. Organizzata la sezione italiana, quando si provò a praticare l’intervento politico di propaganda e reclutamento tra operai e contadini, i militanti si trovarono di fronte a difficoltà oggettive: le avanguardie dei movimenti di massa ed i quadri sindacali più attivi stavano nei partiti di sinistra, in particolare nel Pci. E in confronto al Pci o al Psi, i Gcr erano una piccola organizzazione che contava meno di cento militanti con scarse per non dire alcuna possibilità di incidere sulla situazione e di reclutare nuovi militanti. L’entrismo era concepito come parte del processo transitorio di costruzione del partito rivoluzionario, come altrettanto transitoria era la forma organizzativa dei Gcr, considerata necessaria per stimolare un processo aggregativo più ampio. La pratica entrista significava doppia militanza: nel Pci e nei Gcr, il che voleva dire partecipare alla vita della sezione del partito e mantenere regolari contatti con l’organizzazione. Tanto all’interno, quanto all’esterno del Pci gli entristi nascondevano i riferimenti diretti ai Gcr e alla Qi. Partecipavano alla vita del partito col proprio nome e cognome, mentre all’interno dei Gcr erano conosciuti con pseudonimi, coi quali firmavano gli articoli su «Bandiera Rossa» e figuravano tra i componenti gli organismi dirigenti della sezione italiana.
Il Pci nel quale i trotskisti entravano, nel 1952 contava 2.093.540 iscritti, il 40,3% dei quali erano operai. Del partito di massa, i trotskisti vedevano perlopiù gli effetti negativi. Cresceva il divario tra l’aumento quantitativo del numero degli iscritti e il basso livello della loro preparazione e partecipazione politica. Il partito di massa corrispondeva alle esigenze delle direzioni burocratiche di fare dei partiti comunisti non già delle organizzazioni rivoluzionarie d’avanguardia […] bensì delle gigantesche macchine elettorali, i cui singoli componenti si muovevano per una limitata propaganda spicciola nel loro rispettivo ambiente alla vigilia delle elezioni, senza però avere quelcontinuo contatto reciproco che favorisce gli scambi di opinione e di esperienza, sviluppa il senso critico ed accentua l’esigenza di intervenire nell’elaborazione della linea politica del partito13.
A risentirne era la vita organizzativa, politica e culturale del partito. Il funzionamento delle cellule e delle sezioni si riduceva all’attività finalizzata all’applicazione delle direttive provenienti dall’alto, tralasciando la formazione politica del militante, a cominciare dall’esercizio della democrazia interna, che il centralismo burocratico non consentiva.
Le tesi del XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (Pcus) del 1956 e il “rapporto segreto” di Chruščëv14 – intitolato Sul culto della personalità e le sue conseguenze – suscitarono nel Pci differenti e contrastanti reazioni, creando una situazione favorevole al dibattito e alla discussione, che si alimentò con la successiva repressione violenta della rivolta ungherese. Nella denuncia dello stalinismo fatta dal segretario del Pcus i Gcr osservavano che «una classe dirigente non può sbagliare per vent’anni» e comunque non può autoassolversi mediante un’autocritica parziale, «soprattutto nella misura in cui si confessa colpevole dell’eliminazione di tutta una serie di militanti e dirigenti comunisti, dell’abbandono del leninismo, della violazione della democrazia interna di partito»15. Quando si verificò l’intervento delle truppe sovietiche in Ungheria, il 3 novembre 1956, i trotskisti non esitarono a schierarsi dalla parte dei proletari ungheresi, contro «le forze militari della burocrazia sovietica», dalla parte dei «consigli operai» contro il governo «fantoccio sostenuto dai carri armati russi»16. Escludendo la denuncia dei misfatti di Stalin, le tesi avanzate dal XX Congresso del Pcus – che teorizzavano la coesistenza pacifica, la non inevitabilità della guerra e la possibilità di edificare il socialismo conquistando la maggioranza parlamentare – rafforzavano l’impianto politico della leadership togliattiana. L’occasione per definire in modo organico la revisione iniziata dopo il XX Congresso si presentò con l’VIII Congresso Nazionale del Pci, tenuto a Roma nel dicembre 1956, al quale partecipò Livio Maitan, segretario dei Gcr e membro del Si della Qi, in veste di rappresentante del giornale «Bandiera Rossa». Per il Pci il congresso era l’occasione per trarre le conseguenze teoriche e politiche di un percorso che già da molti anni, secondo i trotskisti, non era più rivoluzionario nei metodi, nella strategia, nella tattica e nella prassi quotidiana.
Quando Togliatti espose la sua interpretazione dello stalinismo nell’intervista rilasciata alla rivista «Nuovi Argomenti», che la pubblicò nel numero del maggio-giugno 1956, i Gcr colsero l’imbarazzo del leader comunista, ma anche la sua «perfetta malafede»17 quando affermava che «dei fatti che oggi vengono denunciati noi non avevamo e non potevamo avere nozione alcuna»18. La verità era ben altra: egli conosceva perfettamente la situazione e i fatti che Chruščëv denunciava poiché era stato «in Italia il più fedele sostenitore delle idee e dei metodi di Stalin»19. In altre parti dell’intervista però Togliatti non minimizzava e giungeva ad avanzare, quale spiegazione degli “errori” di Stalin, l’idea di una degenerazione burocratica. Si fermava però «alla soglia delle questioni più scottanti»20, evitava di addentrarsi nell’analisi della natura sociale del sistema sovietico, non affrontava il problema del rapporto tra degenerazione del sistema e politica estera sovietica.
Verso la metà degli anni Cinquanta la politica di inserimento nel Pci era stata in buona parte realizzata, i militanti trotskisti si stavano integrando nelle strutture del partito. Le ripercussioni del XX Congresso del Pcus del 1956 nelle file del comunismo italiano segnarono la fine dell’isolamento politico dei Gcr. Rispetto a prima le loro idee iniziarono ad uscire dalla ristretta cerchia degli “addetti ai lavori” e l’influenza politica dell’organizzazione conobbe un relativo incremento. A quell’epoca, ricordava Giuseppe Paolo Samonà, l’organizzazione trotskista “svolgeva un ruolo che, per esemplificare, potremmo definire “di testimonianza”. Il militante comunista disorientato […] che sapeva appena, specie se giovane, dell’esistenza di una “setta” trotskista, leggendo il giornale […] si rendeva conto che la “setta” non era poi tale se riusciva a capire i problemi fondamentali dei compagni in crisi e a parlare il loro linguaggio21“.
I militanti entristi potevano ora caratterizzarsi maggiormente con le loro posizioni senza incorrere in sanzioni disciplinari. Tuttavia, non era ancora il momento di condurre una battaglia aperta contro l’apparato, mancava la forza critica sufficiente per farlo, quindi erano da evitare «iniziative premature tali da apparire una espressione di frazione clandestina»22.
Dopo il XX Congresso i militanti comunisti rivoluzionari vissero «settimane di vera e propria euforia intellettuale e morale e di grande impegno per sfruttare un’occasione tanto favorevole a riflessioni critiche» dentro e fuori il Pci23 in occasione di vari dibattiti pubblici, fino al riconoscimento dell’interlocuzione con loro, avvenuto nel corso del convegno di studi gramsciani del gennaio 1958, al quale Maitan fu invitato e, col favore esplicito di Togliatti, fu accolto il suo intervento inerente il rapporto Gramsci-Trotsky24. Anche nel reclutamento, fatto con le dovute cautele per “proteggere” gli entristi, si registrarono relativi successi, con l’immissione di nuovi elementi provenienti per la maggior parte dall’interno del Pci e dalla sua organizzazione giovanile, ma anche, seppure in misura minore dal Psi o reclutati direttamente dal lavoro esterno dei Gcr.
Con gli ingraiani
A smuovere nuovamente la discussione nel Pci contribuì il XXII Congresso del Pcus dell’ottobre 1961. Per lo storico Roy Medvedev, quel congresso ebbe un significato e una risonanza maggiore del precedente XX Congresso del 195625. Si ritornò sui crimini di Stalin e Chruščëv propose di innalzare a Mosca un monumento alle vittime dell’arbitrio staliniano, si adottò una risoluzione a favore della rimozione del sarcofago di Stalin dal mausoleo della Piazza Rossa, il nome della città di Stalingrado fu cambiato in Volgograd. Immediata la ricaduta nel dibattito interno agli organismi dirigenti del Pci, dal Comitato Centrale (Cc) del novembre 1961, dove si discusse del XXII congresso del Pcus, a cui aveva partecipato lo stesso Togliatti, alla Direzione del dicembre 1961, convocata per discutere le divergenze che si erano manifestate nel precedente dibattito. In effetti, il confronto che si verificò in quel Cc registrò toni aspri e accesi. Fu l’occasione nella quale stalinismo e rapporto con l’Unione Sovietica furono trattati in termini critici e autocritici, nel quadro di un’analisi che registrava gravi divergenze e provocava polemiche acute tra i dirigenti del partito26. Poco dopo, a questo passaggio critico si aggiunse la polemica con la dirigenza cinese apertasi nel corso del X Congresso del partito del dicembre 1962, quando Togliatti criticò il Partito Comunista Cinese per le sue posizioni “estremiste” sulla questione cubana, sul pericolo di un conflitto nucleare, sul giudizio sull’Unione Sovietica, sulla coesistenza pacifica e sulla via democratica al socialismo. I cinesi risposero con un editoriale del «Quotidiano del Popolo» del 31 dicembre 1962, intitolato Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi. Togliatti a sua volta replicò suscitando un ulteriore articolo di approfondimento da parte sempre del suddetto quotidiano27. Critiche da sinistra al Pci erano alimentate dai fermenti in atto tra i giovani comunisti e trovarono espressione sul settimanale «Nuova Generazione», con articoli di solidarietà alla rivoluzione algerina e cubana, di riflessione sull’Unione Sovietica e la Cina, su Stalin e lo stalinismo28.
Per il ruolo e il prestigio di cui godeva nel partito Togliatti, la sua improvvisa morte, avvenuta il 21 agosto del 1964 a Yalta, in Crimea, scompigliò le carte nel gruppo dirigente29. Giorgio Amendola in due articoli pubblicati su «Rinascita» nel novembre 1964 sosteneva l’opportunità di lavorare alla formazione di un grande partito unico del movimento operaio nel quale trovassero posto i comunisti, i socialisti e gli esponenti del liberalsocialismo. La riunificazione non poteva avvenire né sulle posizioni socialdemocratiche né su quelle comuniste. Si trattava di costruire un partito con un nome e un simbolo nuovi, con una politica di riforme di struttura per la trasformazione democratica e socialista della società30.
Nel Pci la sua proposta fu accolta dai più come un’eresia. I trotskisti intervennero riconoscendo il diritto a costituirsi in tendenza degli amendoliani, ma criticarono l’idea di partito unico, che rimandava il discorso a prima della scissione di Livorno del 1921 con implicito il riconoscimento del fallimento del comunismo, «confuso da Amendola con lo stalinismo»31. Un’altra differenziazione esplicita si manifestò nella riunione del Cc del partito del giugno 1965, quando esponenti della sinistra uscirono allo scoperto. Date queste premesse il dibattito precongressuale in vista dell’XI Congresso del Pci fu vivace e acceso e si pose nel percorso di continuità e riformulazione apertosi con la scomparsa di Togliatti sotto la direzione della segreteria di Luigi Longo32.
Si configurò l’alleanza della tendenza amendoliana col centro in contrasto con la sinistra, supportata dall’atteggiamento di Pietro Ingrao che qualificandosi su alcuni temi, compresa la richiesta di democrazia interna, si accreditò come il referente dei critici e degli oppositori nell’ambito generico di una corrente “ingraiana”. Tutto lasciava «ampio margine all’azione critica e alla qualificazione di posizioni politicamente avanzate da parte dei nostri militanti», scriveva il responsabile del lavoro nel Pci i quali, secondo l’indicazione del Cc dei Gcr, dovevano «inserirsi nella tendenza di sinistra ingraiana»33.
La X Conferenza nazionale dei Gcr, che si tenne a Roma dal 14 al 18 luglio 1965, sottolineava i successi riportati34. Il numero degli iscritti, circa duecento, era pressoché raddoppiato, nuovi gruppi si erano formati in città in cui prima l’organizzazione non era presente. Inoltre, due suoi militanti, Giulio Savelli e Giuseppe Paolo Samonà, avevano fondato nel 1963 la casa editrice Samonà e Savelli, che conquistò una posizione di rilievo nel “mercato” dell’area critica alla sinistra del Pci. Per impulso della casa editrice, nel 1966 iniziava la pubblicazione della rivista mensile «La Sinistra», diretta da Lucio Colletti, influenzata dalle tematiche trotskiste, rivolta all’area larga della critica interna ed esterna alle organizzazioni politiche tradizionali della sinistra35.
All’organizzazione si ponevano problemi nuovi di direzione e di utilizzazione delle limitatissime risorse materiali. Era quindi necessario ridefinire le strutture dirigenziali, garantire un maggior gettito finanziario al movimento, ridistribuire incarichi vari, compreso l’intervento nell’appena costituito Partito Socialista di Unità Proletaria (Psiup). Tutte misure atte a sfruttare al meglio il lavoro di tendenza, articolandolo innanzitutto nel Pci e nella Federazione Giovanile Comunista Italiana (Fgci), con l’obiettivo di conquistare posizioni e servirsene per stimolare un’azione politica di differenziazione dalla linea del partito, inserendosi con ruolo di catalizzazione nei fermenti critici di sinistra che affioravano.
Alla discussione precongressuale la sinistra ingraiana vi partecipò raccogliendo tra il 15 e il 20% dei delegati. L’XI Congresso dei comunisti, che si tenne a Roma dal 25 al 31 gennaio 1966, vide emergere una tendenza di sinistra, con un leader politico, Ingrao, «di incontestabile levatura»36, secondo il giudizio a caldo dei Gcr. Per le sue posizioni la sinistra pagò un prezzo a livello di formazione degli organismi dirigenti, mentre altri esponenti furono trasferiti a ruoli meno rilevanti nel partito. La ritorsione contro gli ingraiani colpì anche alcuni esponenti di rilievo dei Gcr come Silvio Paolicchi (Puntoni), che era stato segretario della federazione pisana, poi dirigente del dipartimento dell’organizzazione a Roma e infine, nei primi anni Sessanta, Presidente della Lega delle Cooperative e dal 1962 membro del Cc, non più rieletto all’XI congresso e poco dopo, con Augusto Illuminati (Vladimiro Bernieri), radiato dal partito. Poi toccò a Savelli (Francesco Marchi), radiato in quanto editore di una rivista, «La Sinistra», definita frazionistica e ostile alla linea del partito37.
I Gcr speravano che la sinistra mettesse alla prova la propria consistenza e capacità, unendo alla cautela e alla duttilità tattica necessarie, la risolutezza e la sistematicità nel lavoro di elaborazione e nell’azione, anche dopo il congresso. Invece, già nel luglio del 1966 registravano l’atteggiamento di passività degli ingraiani e prospettavano per i comunisti rivoluzionari una più netta differenziazione all’interno della tendenza perché – dicevano – era in atto «la smobilitazione di quello che era stato il gruppo ingraiano»38.
[continua]
1Sedova-Trotsky – Munis – Péret (s.d.), p. 25.
2Si veda il contributo di Mastrolillo nel presente volume.
3Mastrolillo (2022); Francescangeli (2005).
4Come si è poi appreso aveva operato come informatore dell’Ovra almeno fino al 1929: cfr. Colapietra (1978) e Francescangeli (2005), p. 288.
5Sulle vicende del Poc si veda P. Casciola, I difficili rapporti tra il Poc e la IV Internazionale (1946-1948), in Giachetti (1988).
6Testimonianza in Peregalli (1991), p. 137.
7Lettera di Walter (E. Mandel) a F. Archibugi, Parigi, 30 ottobre 1947, in Carte personali dell’autore.
8Cfr. Le parti Ouvrier Communiste (Italie) et la IVe Internationale e Résolution sur le Poc d’Italie, in Prager (1988) (ed.), pp. 337-345 e pp. 345-351.
9Maitan (1965), p. 265.
10Cfr. Giachetti (1988). L’argomento è ripreso e trattato da Maitan (2002), pp. 66-138; Buccheri (2023), pp. 81-103 e da Francescangeli (2023), pp. 108-116.
11Cfr. Pablo [M. Raptis], Rapport sur les applications tactiques de la ligne du IIIe Congrès Mondial, in Prager (1989) (ed.), pp. 346, 351. Sul dibattito che l’entrismo suscitò nella Qi e nella sezione italiana cfr. Giachetti (1992); Maitan (2002), pp.147-161; Buccheri (2023), pp. 108-115. Una lunga disamina delle ragioni dell’entrismo rispetto ai rapporti tra avanguardia e movimenti di massa, nella prospettiva della costruzione del partito rivoluzionario, è contenuta in Maitan – Di Giuliomaria (1967) (a cura di), pp. 9-81.
12Cfr. Giachetti (1990).
13P. Brando [R. Gambino], Cosa significa ‘formare ed educare l’attivo del Partito, in «Bandiera Rossa», n. 2, 1954.
14Il rapporto “segreto” di Chruščëv, in appendice a Froio (1988), pp. 143-226.
15Continua nell’Urss il declino dello stalinismo, in «Bandiera Rossa», n. 3, 1956
16Viva la rivoluzione ungherese! Vergogna ai suoi calunniatori, ivi, n. 13, 1956.
17Togliatti e la sua direzione devono andarsene, ivi, n. 4, 1956. L’intervista a Togliatti è stata successivamente riprodotta nel volume Aa.Vv. (1979).
18P. Togliatti, Intervista a Nuovi Argomenti, ivi, p. 176.
19Gruppi Comunisti Rivoluzionari (1956), pp. 6-7.
20Spriano (1986), p. 198.
21Samonà (1997), p. 8. Sulla politica dei Gcr in quel contesto giudicato favorevole cfr. Giachetti (1994).
22La situazione del movimento operaio e i compiti dei Gcr, risoluzione sulla tattica dei Gcr votata nella sessione del Comitato Centrale del luglio 1961, in Maitan – Di Giuliomaria (1967) (a cura di), p. 139.
23Maitan (2002), p. 178.
24L’intervento fu pubblicato in Istituto Antonio Gramsci (1958) (a cura di). Maitan aveva già trattato l’argomento Gramsci nel libro Attualità di Gramsci e politica comunista (1955). Ritornò sul tema col libro Il marxismo rivoluzionario di Antonio Gramsci (1987).
25Cfr. Medvedev (1982), p. 253. La prima pagina di «Bandiera Rossa» titolava Stalin e i suoi metodi sono definitivamente condannati: si costruisca negli stati operai la democrazia di Lenin, n. 9, 1961. Nel 1965 le Edizioni Bandiera Rossa pubblicavano una raccolta di testi e risoluzioni della Qi: Maitan (1965) (a cura di).
26Cfr. Righi (2007) (a cura di).
27Una delle prime edizioni di Sulle divergenze fra il compagno Togliatti e noi. Ancora sulle divergenze fra il compagno Togliatti e noi (1963).
28Cinque dei redattori della rivista (Augusto Illuminati, Pio Marconi, Eugenio Rizzi, Giuseppe Paolo Samonà e Paolo Santi) appartenevano ai Gcr.
29«Per la sua intelligenza lucida, per la indiscutibile duttilità e abilità», scrisse Livio Maitan, «Togliatti era in grado di esprimere, probabilmente meglio di qualsiasi altro, il movimento a cui apparteneva e le sue esigenze […]. Egli era un uomo più dei fronti popolari che del terzo periodo, della conciliazione antifascista più che della Guerra fredda, di una concezione e di una prassi burocratica paternalistica più che di una concezione e di una prassi terroristica» (L. Maitan, Mito e storia di Togliatti, in «Bandiera Rossa», n. 8, 1964).
30Cfr. G. Amendola, Il socialismo in occidente, in «Rinascita», n. 44, 1964 e Ipotesi sulla riunificazione, ivi, n. 47, 1964.
31Archivio Gambino-Verdoja, Torino [d’ora in poi Agvt], Comunicato del Comitato Esecutivo, in «Bollettino Interno», n. 191, 1964.
32Cfr. Höbel (2010).
33Agvt, I. Rivera [M. Gorla], Ai segretari di gruppo, Gcr, Comitato esecutivo, 1965 e ivi, Riunione del Comitato Centrale, in «Bollettino Interno», n. 241, 1965.
34I Comunisti Rivoluzionari riuniti nella X Conferenza nazionale, in «Bandiera Rossa», n. 7, 1965.
35La rivista si rivelò un prodotto editoriale azzeccato. Tiratura iniziale 12.000 copie, 17.000 dopo il terzo numero, con 2.600 abbonati più un venduto pari ai 7- 8.000 esemplari, per un totale di 10.000 copie per numero (per questi dati cfr. L. Colletti, Saluto ai lettori, in «La Sinistra», n. 11-12, 1967, p. 5).
36Prevale la destra ma la sinistra si afferma, in «Bandiera Rossa», n. 1-2, 1966. «Il suo intervento al congresso è apparso come l’intervento del dirigente dell’opposizione» (Bilancio critico dell’XI congresso del Pci e le prospettive di lotta per la sinistra, ivi, n. 3, 1966.
37Cfr. Radiati dal Pci Paolicchi e Illuminati, ivi, n. 7, 1966, e Successo della “Sinistra” reazioni dei burocrati, ivi, n. 12, 1966.
38L. Maitan, Ingrao manca ancora all’appuntamento, ivi, n. 5, 1967.
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