di Diego Giachetti

Il Sessantotto dei Gcr

La critica al comportamento tenuto dalla componente ingraiana dopo il Congresso riguardava anche i Gcr che l’avevano sostenuta. E così accadde nel corso del Cc del 16-17 dicembre 1967 che preannunciava un documento implicante «una svolta nell’orientamento della nostra tattica»39. Quasi tutti i componenti dell’organismo dirigente avevano segnalato limiti tattici e necessità nuove di lavoro, aperte a esperienze di raggruppamento politico anche fuori dal Pci. Il fallimento della sinistra ingraiana non era imputabile solo ad errori tattici, a timidezze e incertezze politiche, bensì riguardava anche l’impostazione di una concezione riformista. Bisognava spostare l’attenzione sul lavoro esterno, verso le nuove avanguardie, inserirsi nei processi che si delineavano, senza escludere a priori la permanenza nel lavoro interno al Pci e al Psiup. In questo senso il documento licenziato dal Cc rappresentava «una sensibile svolta»40 che spostava l’asse dall’interno all’esterno delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio, riorientando il lavoro indipendente verso la partecipazione all’attività delle nuove avanguardie per favorirne il raggruppamento al di fuori dei partiti tradizionali.

Di questo e di altro si discusse nel corso dei lavori della XII Conferenza nazionale dei Gcr del 23 marzo 1968, che si aprirono con la constatazione di essere

in una situazione estremamente interessante per la formazione di un’avanguardia rivoluzionaria. Per la prima volta nel dopoguerra si è sviluppato un impetuoso movimento di massa che ha scosso l’equilibrio politico preesistente al di fuori dell’influenza dei partiti operai41.

L’organizzazione era ancora cresciuta rispetto alla Conferenza del 1965, contava circa duecentocinquanta militanti, ma negli ultimi mesi aveva registrato «serie difficoltà in alcuni settori di attività»42. A Milano, ad esempio, nel dicembre del 1967 avevano abbandonato l’organizzazione i militanti della rivista «Falcemartello» i quali, assieme ad altri gruppi maoisti, diedero poi vita all’Unione dei Comunisti Italiani, più noti col nome del loro giornale «Servire il Popolo». Sempre a Milano altri militanti stavano progettando un lavoro d’intervento diretto in alcune fabbriche che si consolidò a cominciare dalla pubblicazione del periodico «Avanguardia Operaia», da cui scaturì l’omonima organizzazione politica, dopo l’uscita dai Gcr.

La relazione introduttiva ai lavori congressuali del segretario Maitan, dopo aver richiamato le ragioni dell’entrismo, constatava che l’emergere di nuove forze sociali esterne ai partiti tradizionali della sinistra, imponeva «un tipo di attività completamente nuovo: ogni forma di entrismo a questo livello, sarebbe una totale assurdità»43. La prospettiva di lavoro verso quelle forze sociali ancora influenzate dai partiti tradizionali andava rivista, «operando una svolta radicale», perché non poteva più essere subordinata «a una dialettica interna ormai asfittica e precaria, falsata completamente dal peso schiacciante degli apparati»44, ma doveva porsi partendo dai processi sociali e politici in corso, per sviluppare un’attività rivolta all’esterno, connessa coi fermenti nuovi che si delineavano.

La svolta tattica e politica, decisa dopo un acceso dibattito, come recitava il titolo sulla prima pagina di «Bandiera Rossa»45, lasciava spazio a interpretazioni non univoche. Per ribadire il carattere strategico della svolta, Massimo Gorla presentò una risoluzione nella quale si affermava perentoriamente che «l’entrismo non può in nessun modo corrispondere alle nostre necessità di intervento politico attuale e pertanto deve essere considerato un’esperienza conclusa»46.

Concludendo i lavori della XII Conferenza nazionale, Maitan prendeva atto della svolta dell’orientamento politico dell’organizzazione, ma ci teneva a sottolineare che essa aveva come obiettivo quello di mantenere «l’organizzazione politica» perché, se nessuno aveva parlato esplicitamente di una prospettiva di dissoluzione dei GCR, «forse questa era la logica di certe considerazioni»47.

La risoluzione presentata da Gorla e approvata dalla Conferenza invitava gli organismi dirigenti a garantire l’applicazione della svolta a tutti i livelli dell’organizzazione. In pratica si dovevano promuovere o sostenere forme organizzative specifiche quali circoli politico-culturali, antimperialisti, con lo scopo di associare forze per agire in un’azione comune e sviluppare un collegamento con la classe operaia, costituendo raggruppamenti di avanguardia come stava avvenendo a Milano con Avanguardia Operaia, Potere Operaio di Pisa, Circolo Panzieri di Venezia, Unità Proletaria di Roma48.

Questo passaggio di integrazione e trasformazione dell’attività politica metteva in tensione l’organizzazione. Lo segnalava Maitan in un documento interno nel quale indicava le difficoltà incontrate dall’organizzazione nell’approcciarsi con le avanguardie delle nuove generazioni, molte delle quali non ritenevano più necessaria «l’esistenza di una specifica organizzazione trotskista»49. Tutto ciò mentre gli avvenimenti di quei mesi in Europa incalzavano e proponevano nuove situazioni, a cominciare dal maggio francese, salutato col titolo su tutta la prima pagina di «Bandiera Rossa» del 1° giugno 1968: Il maggio francese apre una fase nuova della rivoluzione in Europa, e poi il 20 agosto 1968 con l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia50.

Intanto la struttura dei gruppi locali dei Gcr vacillava. Nell’assumere l’incarico del mantenimento dei contatti fra i gruppi dell’Italia settentrionale, Silverio Corvisieri, in una lettera al torinese Renzo Gambino, descriveva quanto stava accadendo a Roma:

abbiamo dato vita al gruppo di Unità Operaia, che ha messo assieme un centinaio di compagni di varia provenienza [che] converge con le posizioni di Avanguardia Operaia a Milano per costruire un’avanguardia rivoluzionaria di cui i trotskisti sono una semplice componente51.

Gambino a sua volta gli raccontava di un’assemblea tenutasi per la visita di Berruti (Claudio Di Toro), membro della segreteria nazionale, durante la quale aveva descritto «un quadro generale di disgregazione e di fallimento», proponendo al gruppo di Torino «di accelerare i tempi verso lo scioglimento dei Gcr e poi di tutta l’Internazionale»52.

Effettivamente, i gruppi locali erano in difficoltà, divisi e con perdite di militanti. A Venezia, scriveva Luigi Vinci, il gruppo era praticamente sciolto, come a Milano e Perugia. A Verona e Trieste invece resistevano posizioni ossificate. A Roma la partecipazione a Unità Operaia divideva il gruppo. A Napoli e Bari si coglievano esitazioni politiche, a La Spezia molti compagni lavoravano in un gruppo militante misto. A Palermo Mario Mineo era in procinto di rompere con i Gcr53. A Roma, scriveva Corvisieri, prevaleva la linea di

promuovere un processo controllato di dissolvimento della sezione italiana della IV Internazionale. Nel prossimo Comitato Centrale si discuterà di questo. A mio avviso è importante un processo controllato di dissolvimento e non disgregazione o una scissione54.

Più o meno lo stesso concetto ricorreva nelle parole di Luigi Vinci: «saltano fuori due linee: quella dello scioglimento controllato e quella della ricostruzione»55.

Aprendo i lavori del Cc dei Gcr del 19-20 ottobre 1968, Maitan richiamava «le gravi difficoltà che ha dovuto far fronte negli ultimi mesi la nostra organizzazione», l’emergere di «punti di vista diversi per quanto riguarda i problemi che si pongono all’avanguardia rivoluzionaria e le forme d’intervento e di attività dei marxisti rivoluzionari»56. Divergenze non sanabili. Nel corso dei lavori si svelò la propensione della maggioranza del Cc per lo scioglimento dei Gcr, con effetto immediato sull’organizzazione.

La Conferenza nazionale del marzo 1969 si propose di ricostruire l’organizzazione, uscita malconcia dalle vicende accadute nei mesi precedenti a causa del delinearsi di «tendenze centrifughe, che oggettivamente hanno rappresentato un cedimento a tendenze spontaneistiche e localistiche»57. Dalla divisione dei Gcr erano derivate direttamente o indirettamente formazioni quali l’Unione dei Comunisti Italiani, Avanguardia Operaia, Unità Operaia, il Circolo Rosa Luxemburg di Venezia, i Nuclei Comunisti Rivoluzionari di Roma, il Circolo Lenin di Palermo e altre ancora.

Il danno provocato dalla fuoriuscita fu rilevante, i Gcr si ridussero «a qualche decina di militanti»58, un quarto dei circa duecentocinquanta precedenti, taluni per altro logorati dal lungo impegno e dalla delusione provocata dalla crisi. Di conseguenza non furono in grado di esercitare «una funzione come forza nazionale nel 1968-1969, con tutte le conseguenze facilmente immaginabili»59.

Abbandonato l’entrismo, la ricostruzione dell’organizzazione avvenne con un progetto politico che puntava sull’inserimento nei movimenti di lotta formati dalle nuove avanguardie politiche. La prospettiva a lungo termine era quella di influenzare l’area della sinistra rivoluzionaria per favorire un processo di agglutinazione delle avanguardie nate dalle lotte operaie e studentesche di quegli anni. Il processo si sperava potesse condurre al superamento della frammentazione organizzativa della sinistra rivoluzionaria mediante l’individuazione di un comune programma politico di rivendicazioni transitorie. La ricerca del confronto critico con le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria divenne uno degli aspetti dell’orientamento dei Gcr. Gli altri erano l’intervento operaio attraverso la costituzione dei gruppi di Iniziativa Operaia e quello studentesco, uno dei principali bacini di reclutamento.

Permaneva l’attenzione alle vicende interne del Pci, criticato per il suo gradualismo riformistico e socialdemocratico in un momento in cui esisteva una situazione esplosiva sul piano sociale e della lotta di classe, con una dinamica anticapitalista al di fuori della sua egemonia e in cui si era venuta esprimendo una sinistra rivoluzionaria di una certa consistenza, che metteva il partito ai margini dei movimenti studenteschi e in episodi rilevanti di lotta operaia. Al suo interno si consolidava una larga maggioranza centrista attorno a Luigi Longo ed Enrico Berlinguer, col riassorbimento di Ingrao, mentre si delineava una sinistra organizzata, quella che il 23 giugno 1969 diede vita al mensile «Il manifesto», giudicata in ritardo sui tempi, cioè tre anni dopo quello che avrebbero dovuto fare in occasione dell’XI Congresso60.

Una sottovalutazione a caldo di questa corrente che fu rivalutata dopo l’avvenuta radiazione dei suoi principali esponenti dal Pci. Difatti, quando nel 1970 la rivista pubblicò le Tesi per il comunismo, pensate come proposta di una piattaforma di discussione e di lavoro politico per l’unità della sinistra rivoluzionaria e la costruzione di una nuova forza politica61, i Gcr risposero positivamente all’invito ad avere un confronto franco e unitario sulle tesi, coscienti dell’importanza dell’iniziativa, precisando però fin da subito condivisioni e dissensi su varie concezioni e sulle indicazioni espresse, specificando che le divergenze non impedivano «di ricercare punti di convergenza, forme possibili di confronto e di unità d’azione»62.

Proseguimenti: dalla LCR a DP e al PRC

Negli anni Settanta l’organizzazione recuperava le perdite subite conquistando adesioni tra giovani studenti e operai che rinnovavano “l’età” dei militanti. Circa l’80% degli appartenenti alla sezione italiana vi aveva aderito tra il 1969 e il 197263. Il quindicinale «Bandiera Rossa» fu affiancato dalla rivista teorica «Quarta Internazionale», da vari periodici ciclostilati rivolti agli studenti e alle fabbriche e, a partire dal 1979, iniziò la pubblicazione della rivista «Critica Comunista». Alle elezioni politiche del 1972 i Gcr appoggiarono le liste del Manifesto. Alle elezioni politiche del 1976 entrarono nel cartello di Democrazia Proletaria (Dp).

La crisi delle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, apertasi dopo le elezioni del 1976 e dispiegatasi negli anni seguenti, impose ai Gcr una riconsiderazione della propria linea. Si criticarono gli errori di estremismo commessi, l’eccessiva semplificazione delle analisi, l’incapacità di elaborare un programma complessivo legato alla situazione italiana, il mancato rafforzamento quantitativo e qualitativo della sezione indebolita, per altro, da due scissioni, quella della Lega Socialista Rivoluzionaria (1975) e quella della Lega Comunista64 (1976) che andarono a rimpolpare la diaspora interna all’area trotskista, che comportò una sorta di moltiplicazione con crescita contenuta di piccole organizzazioni nate in polemica coi Gcr e la loro appartenenza alla Qi detta da loro “pablista”, dal nome dell’allora segretario dell’internazionale, dopo la rottura verificatasi nel 1951-1952 che diede vita al Comitato per la Ricostruzione della Qi. Questa divisione fu in parte ricomposta nel 1963 con la riunificazione sancita dal VII Congresso Mondiale che si svolse a Roma a partire dal 31 maggio65; riunificazione che non frenò l’attitudine, negli anni seguenti, al processo di differenziazione e separazione delle varie componenti che si richiamano al trotskismo a livello internazionale, con ricadute anche nel contesto italiano66.

A partire dal 1979 i Gcr cessarono nominalmente di esistere. Il XXI Congresso nazionale dell’organizzazione, svoltosi nel novembre di quell’anno, decise di adottare un nuovo nome: Lega Comunista Rivoluzionaria (Lcr). Essa partecipò con proprie liste alle elezioni amministrative del 1980, mentre alle elezioni politiche del 1983 e del 1987 aderì e sostenne le liste di Dp. All’inizio degli anni Ottanta la Lcr organizzava a vario titolo circa quattrocento persone tra militanti, candidati e simpatizzanti67.

Nel febbraio 1989 il IV Congresso dell’organizzazione aprì al processo di confluenza in Dp, che avvenne nel settembre di quell’anno. Sciolta quindi la Lcr diedero vita all’Associazione Quarta Internazionale. Con Dp nel 1991 confluirono nel Movimento per la Rifondazione Comunista, poi diventato Partito della Rifondazione Comunista (Prc). Nel 1995, per evitare confusioni derivanti dall’esistenza di nomi diversi tra il giornale «Bandiera Rossa» e l’Associazione Quarta Internazionale, decisero di adottare un unico nome: Associazione Bandiera Rossa.

Nell’autunno del 2002, dopo 52 anni di pubblicazioni, la testata «Bandiera Rossa» cessava di esistere, sostituita dalla rivista bimestrale «Erre» a cui si aggiunse, a partire dal 2007, il mensile di attualità politica «Sinistra Critica», dal nome assunto dalla corrente, costituitasi nel marzo 2005 in occasione del VI congresso del Prc. La corrente che al congresso aveva ottenuto il 6,5% dei voti, raccoglieva sensibilità militanti di matrice antistalinista, vicini ai movimenti sociali non riconducibili tutti alla Qi. Dopo la fuoriuscita dal Prc nel dicembre 2007, Sinistra Critica (Sc) si costituì in movimento politico indipendente dandosi come obiettivo la nascita di una costituente anticapitalista. Parallelamente dalla diaspora in seno a Rifondazione Comunista nascevano nel 2006 due organizzazioni trotskiste indipendenti, con diverse affiliazioni internazionali: il Partito di Alternativa Comunista e il Partito Comunista dei Lavoratori. Altri invece proseguivano il lavoro interno al Prc come il gruppo Contro Corrente e «Falcemartello» dal nome del loro periodico, poi denominatosi Sinistra Classe Rivoluzione, dopo l’uscita dal partito.

In seguito alla caduta del governo e al conseguente scioglimento delle Camere, Sc, si presentò alle elezioni politiche del 2008. La lista ottenne un risultato modestissimo, raggiungendo lo 0,46% (170 mila voti) alla Camera e lo 0,42% al Senato. Se la vita della rivista «Erre» fu breve, cessò le pubblicazioni nel 2012, quella di Sc durò meno ancora. Nel 2013 avvenne una “separazione consensuale” da cui nacquero due formazioni: Sinistra Anticapitalista e l’associazione Solidarietà Internazionalista rete “Communia Network”, entrambe collegate alla Qi, cioè a una delle componenti del trotskismo internazionale la cui attitudine alla “crescita” per divisione e separazione meriterebbe uno studio specifico che coniughi le ragioni storiche e politiche del fenomeno, con una sociologia delle modalità di costruzione di quelle organizzazioni, correlata alla composizione sociale degli aderenti e ai contesti nazionali e continentali in cui hanno operato e operano.

Per quanto riguarda l’Italia si sconta la mancanza di una storia attendibile, non solo propagandistica, delle varie esperienze d’organizzazioni trotskiste. Chi scrive si è occupato dei Gcr approfondendo l’analisi relativa alla prima parte della loro storia, quella che va dalla fine degli anni Quaranta all’inizio dei Settanta68. Manca ancora una ricognizione storico-critica sui decenni successivi che tenga conto, e inserisca, l’esperienza dell’organizzazione nel contesto politico e sociale in cui ha operato, e all’interno stesso della Qi.

NOTE

39Cfr. Agvt, «Bollettino Interno», n. 235, 1967, p. 1.

40Ivi, intervento di Rivera [M. Gorla], in «Bollettino Interno», n. 235, 1967, p. 3 e ivi, Progetto di risoluzione approvato dal Cc nella riunione del dicembre 1967 (ciclostilato).

41Il 23 marzo Gcr a Congresso, in «Bandiera Rossa», n. 6, 1968.

42Ibidem. Per la quantificazione dei militanti rimando alla testimonianza di Maitan all’autore, Milano, 11 gennaio 1989.

43Relazione di L. Maitan alla XII Conferenza dei comunisti rivoluzionari, in «Bandiera Rossa», n. 7, 1968.

44Ibidem.

45La svolta politica decisa dopo un acceso dibattito, ivi, n. 8, 1968.

46La risoluzione Rivera [M. Gorla] alla XII Conferenza dei comunisti rivoluzionari, ivi, n. 7, 1968. Alla stessa conclusione giunsero nel dicembre del 1969 i rappresentanti di undici sezioni europee della Qi, quando esposero le ragioni per le quali avevano modificato l’orientamento entrista per passare un’attività indipendente chiedendo al Comitato Esecutivo Internazionale (Cei) di approvare la modifica avvenuta (cfr. Une conférence des sections de la IVe Internazionale, in «Quatrième Internationale», n. 41, 1970). Il Plenum del Cei del dicembre 1969 ratificò la fine dell’entrismo così com’era stato formulato ed applicato a partire dal 1952 (cfr. Résolution du Cei. La construction des partis révolutionnaires de masse en Europe capitaliste, in «Quatrième Internationale», n. 42, 1970, pp. 45-50).

47Replica di L. Maitan alla XII Conferenza dei comunisti rivoluzionari, in «Bandiera Rossa», n. 7, 1968. Sulla militanza trotskista di Massimo Gorla cfr. Billi-Gambetta (2016).

48Cfr. rispettivamente Tendenze della situazione italiana e nuovi orientamenti del movimento operaio, in «Bandiera Rossa», n. 10, 1968, e Orientamenti per un lavoro operaio, ivi, n. 12, 1968.

49Agvt, L. Maitan, Un testo insufficiente. Discussione per il IX Congresso mondiale, 20 agosto 1968, pp. 6-7, (ciclostilato).

50Il giudizio su quanto era accaduto divise il gruppo dirigente dei Gcr. «Bandiera Rossa» pubblicò la dichiarazione del Segretariato Unificato della Qi (L’intervento militare rafforza le tendenze antisocialiste) di condanna all’invasione e di sostegno agli studenti e agli operai cecoslovacchi alla ricerca di un socialismo democratico, antiburocratico, contemporaneamente al Comunicato della segreteria dei Gcr intitolato La spartizione del mondo tra imperialisti e revisionisti che riprendeva il giudizio cinese sull’accaduto (cfr., «Bandiera Rossa», n. 14, 1968. La differenza di posizioni si esplicitò durante il confronto fra esponenti dei Gcr riportato in «Bandiera Rossa», numero ciclostilato (Agvt, La questione cecoslovacca, ivi, n. 15, 1968).

51Agvt, lettera di S. Corvisieri, Roma, 5 settembre 1968.

52Ivi, lettera di R. Gambino a S. Corvisieri, Torino, 4 ottobre 1968.

53Centro Studi Piero Gobetti (Torino), Emilio Soave/Fondo Marcello Vitale [d’ora in poi Cspgt, Es/Fmv], lettera di L. Vinci a E. Soave, Milano, 31 ottobre 1968. Sul gruppo di Palermo in uscita cfr. Aa.Vv. (1969), p. 7.

54Cspgt, Es/Fmv, lettera di S. Corvisieri a E. Soave, s.d. (1968).

55Ivi, lettera di L. Vinci a E. Soave, Milano, 31 ottobre 1968. Maitan e altri con lui erano anche disposti a discutere di dissolvimento, di sostituzione di uno strumento con un altro, a patto di sapere quale organizzazione si proponeva: «la mia profonda convinzione è che l’orientamento [dissolutivo] non può portare che a una totale dispersione di forze». Biblioteca Livio Maitan (Roma), Fondo Livio Maitan (1940-2003), b. 65-21, corrispondenza Gcr 1968, doc. 247, lettera di L. Maitan ai compagni, Roma, 9 ottobre 1968, online a https://liviomaitan.wordpress.com/  (ultimo accesso il 9 maggio 2023).

56Convocata una Conferenza dei comunisti rivoluzionari, in «Bandiera Rossa», n. 15, 1968.

57Dibattiti e nuovi organismi direttivi, ivi, n. 3, 1969.

58Risoluzione della Conferenza Nazionale dei Gcr, in «Quarta Internazionale», n. 4, 1972, p. 22.

59Maitan-Mandel (1972), pp. 113-114.

60Una politica riformista per una fase di tensioni prerivoluzionarie, in «Bandiera Rossa», n. 3, 1969. Nel 1969 Maitan diede alle stampe un libro che esaminava criticamente la politica comunista dalla svolta di Salerno in poi: PCI 1945-1969: stalinismo e opportunismo (1969).

61Cfr. Tesi per il comunismo, in «Il manifesto» mensile, n. 9, 1970.

62Lettera dei Gcr al Manifesto, in «Bandiera Rossa», n. 7, 1970. Sul tema i Gcr pubblicarono un apposito libro (Risposta alle tesi del Manifesto, 1970) nel quale erano trattati i punti principali delle divergenze di ordine politico e teorico: maoismo e natura dell’Unione Sovietica, passaggio al comunismo e strategia rivoluzionaria, la lotta rivoluzionaria in Italia, strumenti di lotta e concezioni leniniste.

63Cfr. La nostra campagna elettorale, in «Bandiera Rossa», n. 5, 1972.

64Sulle origini e la costituzione della Lega Comunista cfr., Massari (2006)

65Cfr. VII Congresso Mondiale e Congresso di Riunificazione della IV Internazionale. Documenti e relazioni (1964). Su questo punto (e in generale sulla storia della Qi) cfr. Maitan (2006), pp. 139-149.

66Per orientarsi nell’ “arcipelago” trotskista risultano utili due testi: Ferrari (2012); Azzerri (2015), in particolare il capitolo «Il trotskismo dopo la morte di Trotsky». Per l’Italia, solo online, cfr. Colombo (s.d.).

67Per questi dati si rimanda al documento Lcr, Risposta al questionario, 1980, in Carte personali dell’autore.

68Si veda anche Francescangeli (2023), pp. 154-158.

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