Contro l’aggressione imperialista all’Iran, dalla parte della classe lavoratrice e dei movimenti femministi.

AMR “CONTROVENTO”

Sosteniamo la sconfitta degli obbiettivi di Stati Uniti e Israele, ma anche il rovesciamento del regime teocratico e reazionario da parte del popolo iraniano.

Praticamente da due settimane si è aperta una nuova guerra tra Iran, Usa e Israele. Questa volta non appare una riedizione della guerra dei 12 giorni, dei bombardamenti mirati e complessivamente limitati dello scorso giugno, ma un vero e proprio conflitto che sta coinvolgendo l’intera area del cosiddetto Medio Oriente, dai paesi arabi allo stretto di Hormuz. L’assassinio di Khamenei, la distruzione di una scuola con più di 150 bambine uccise, il tentativo di produrre un cambio di regime attraverso una guerra dall’aria, le pretese di Trump di scegliere i nuovi leader iraniani (pescandoli tra l’altro nelle stesse file del regime), l’intenzione israeliana di annullare le capacità militari iraniane, il blocco del commercio petrolifero con un impatto economico globale, la continuità della risposta militare iraniana (capace di sferrare colpi significativi sulle basi militari USA e i suoi sistemi radar, oltre che continuare a bombardare Israele e le principali città del Golfo) delineano una vera e propria guerra, di cui abbiamo visto l’inizio ma di cui è imponderabile la sua conclusione, in ogni caso con conseguenze profonde sugli assetti dell’area e forse mondiali. Ne sono un segno evidente i livelli di fuoco usati da USA e Israele in questi giorni di guerra (probabilmente senza precedenti in un tempo così concentrato), l’inedito uso massiccio della Intelligenza Artificiale nella sua gestione, ma anche l’evidente presenza russa e cinese alle spalle dell’Iran, anche con supporti e sistemi di sorveglianza dell’area.

Lo schieramento dalla parte della resistenza iraniana è per noi oggi senza discussione, davanti ad un evidente aggressione imperialista, che per gli USA ha l’esplicito scopo di cristallizzare rapporti di subordinazione per poterli poi estendere a livello mondiale, da parte israeliana ha l’evidente obbiettivo di affermare un dominio militare sull’area per ricostruire gli assetti degli accordi di Abramo (lasciando solo la Turchia sullo sfondo come possibile competitore). Riteniamo infatti che non sia sufficiente affermare la nostra contrarietà alla guerra e ai bombardamenti in corso, chiedendo magari una sua conclusione rapida o una de-escalation gestita internazionalmente che magari favorisca una transizione di regime. Questo esito, possibile anche se forse improbabile, oggi confermerebbe sostanzialmente gli obbiettivi politici e militari di Trump e Netanyahu, l’efficacia di una loro politica imperialista di guerra, spingendo a replicare nuove avventure militari (in Libano, in Siria, o magari contro l’espansione dell’influenza della Turchia; in Groenlandia o contro l’espansione cinese in Sudamerica e Africa). Senza scordarsi che il primo insegnamento di un eventuale crollo del regime iraniano gestito da USA e Israele sarebbe che senza un’effettiva potenza nucleare non ci sarebbe reale possibilità di indipendenza politica, incentivando così la costruzione di arsenali di dissuasione, come avvenuto negli scorsi decenni per Israele, Pakistan e Corea del Nord. Oggi, allora, di fronte a questa aggressione, ci impegniamo a sostenere la resistenza iraniana, ritenendo progressiva in questo contesto una sconfitta dell’aggressore.

Allo stesso tempo, senza nessuna politica dei due tempi, non dimentichiamo che la Repubblica islamica è uno stato teocratico, reazionario e capitalista, che non solo ha ucciso migliaia di persone nelle mobilitazioni delle scorse settimane tramite il braccio armato di basīj e pasdaran, ma si è costruito nel sangue sin dalla repressione del 1981 travolgendo la sinistra, l’autoorganizzazione dei lavoratori, il movimento delle donne e i giovani. Come fu per Saddam, non scende una lacrima o un saluto per la morte di Khamenei, dei comandanti Pasdaran e dei dirigenti del regime. La nostra speranza è che questa guerra indebolisca l’esercito e il regime iraniano a tal punto da facilitare un suo ribaltamento popolare, per noi sul lato del lavoro invece che su quello della subordinazione compradora che cercano USA e Israele con Reza Pahlavi.

In questi giorni appare cioè in piena luce il doppio volto dell’islam politico iraniano, da una parte capace di contrastare l’azione imperialista nell’area (in Libano, in Iraq, in Siria, in Yemen, contro Israele), dall’altra incarnato in un regime feroce e reazionario che reprime la classe lavoratrice, le sinistre e i movimenti femministi. Sappiamo che questo doppio volto sconcerta le sinistre in Italia e nel mondo. Questa contraddizione non è in realtà di oggi, ma accompagna la Repubblica Islamica sin dalla sua nascita. Il piccolo e grande capitale iraniano, a lungo subordinato dall’imperialismo angloamericano, ha trovato nei primi anni della rivoluzione un assetto con la pancia tradizionalista del clero religioso e il suo consenso nelle campagne, costruendo intorno alla rendita petrolifera un inedito capitalismo pubblico di imprese statali, fondazioni religiose (bonyad), reti economiche legate ai Pasdaran, privatizzazioni controllate. La sinistra iraniana nel corso del processo rivoluzionario, e per lungo tempo anche quando iniziò la sua stabilizzazione repressiva, si focalizzò sull’unità antimperialista e il ruolo dello Stato nell’economia, non cogliendo la natura capitalistica e reazionaria della Repubblica islamica, ritrovandosi quindi massacrata nella chiusura bonapartista della rivoluzione accelerata dalla guerra con l’Iraq. L’indipendenza di classe è allora una bussola fondamentale, ieri come oggi.

Per questo, riprendiamo in conclusione il breve documento del 1° marzo 2026, il primo giorno di guerra, della Tendenza dei marxisti rivoluzionari dell’Iranunica erede rimasta dell’HKS (Hezb-e Kārgarān Susyālist Irān), il Partito Socialista degli Operai dell’Iran, che nel 1979, nei primi mesi della rivoluzione riunì i sostenitori del Segretario Unificato della Quarta Internazionale e del SWP USA, oggi nel raggruppamento di International Standpoint.

La guerra dei due blocchi capitalistici e la guerra della classe operaia

Ancora una volta, la Guerra Fredda tra i due blocchi capitalistici reazionari si è trasformata in una guerra di bombe e missili. Questa volta, come nella Guerra dei Dodici Giorni, sono state messe in gioco le vite, i corpi e i mezzi di sussistenza dei lavoratori e delle altre classi sfruttate. A prescindere da quanti funzionari del regime capitalistico oligarchico verranno uccisi oltre a Khamenei, da quali scenari l’imperialismo abbia in mente per l’Iran, o da quale combinazione del regime e dell’apparato capitalistico di repressione continuerà a essere coinvolta negli affari del paese dopo il cessate il fuoco, prima ancora che la guerra apparisse nel cielo con missili e bombe, essa si vedeva già sulle tavole vuote dei lavoratori e delle classi sfruttate.

La guerra significa infatti prezzi alti, disoccupazione, insicurezza, distruzione delle infrastrutture e distruzione del futuro delle generazioni. In ogni conflitto militare sono le persone comuni a essere le vittime, mentre i governi e i proprietari del capitale ne traggono beneficio. Ed è proprio per questo che dichiariamo la nostra ferma opposizione alla guerra iniziata tra la “Repubblica Islamica dell’Iran” e il blocco imperialista USA-israeliano. Questa guerra è condotta per interessi reazionari e capitalistici e non ha nulla a che vedere con i lavoratori e i lavoratori sfruttati.

Dichiariamo che nessuna potenza straniera — né l’imperialismo statunitense, né Israele, né alcun’altra potenza — ha altre preoccupazioni se non i propri interessi economici e geopolitici. L’esperienza storica ha dimostrato che l’intekprvento degli imperialisti non ha portato né libertà né prosperità; ha invece imposto distruzione, instabilità e nuove forme di sfruttamento.

Allo stesso tempo, la nostra opposizione alla guerra e al fronte imperialista non significa sostenere il regime capitalistico oligarchico. La Repubblica Islamica ha dimostrato, nel corso dei suoi decenni di governo, di essere nemica dei lavoratori, delle donne, delle minoranze nazionali, dei giovani e di tutte le masse sfruttate e oppresse. La repressione delle rivendicazioni sindacali, l’imprigionamento degli attivisti del lavoro, la diffusione della povertà e delle disuguaglianze di classe, e la limitazione delle più elementari libertà sociali e politiche costituiscono il chiaro bilancio di questo governo. Questa struttura politica non ha prodotto altro che crisi, corruzione e pressione sulle masse.

Meno di due mesi fa, il mondo intero ha assistito al massacro di massa di decine di migliaia di giovani iraniani nelle strade delle città di tutto l’Iran. Per questo riteniamo che il popolo iraniano non debba scegliere tra la tirannia interna e l’intervento straniero. Entrambe le strade renderanno miserabile la vita delle masse sfruttate.

La vera alternativa è la formazione di un terzo blocco indipendente e progressivo: un fronte che sorga dai consigli operai, dai consigli delle minoranze nazionali, dalle organizzazioni indipendenti delle donne, dagli studenti e da tutti gli strati oppressi. Solo attraverso l’organizzazione cosciente e su scala nazionale delle masse in lotta possiamo opporci contemporaneamente alla belligeranza dei due blocchi: il capitalismo straniero e la repressione interna.

Dal nostro punto di vista, è giunto il momento che gli alleati internazionali dei lavoratori e degli sfruttati accorrano in aiuto dei loro fratelli e sorelle di classe in Iran e chiariscano la propria posizione nella lotta del proletariato iraniano contro tutte le forze controrivoluzionarie interne ed esterne. Il carattere rivoluzionario o controrivoluzionario dei governi non è determinato dalle loro dichiarazioni verbali contro l’imperialismo, ma dalla loro reale funzione nel ciclo delle relazioni capitalistiche globali e dal loro orientamento di classe. La Repubblica Islamica ha dimostrato, nel corso di quasi mezzo secolo di dominio, di aver sempre agito contro gli interessi delle masse popolari e tutte le sue apparenti lotte antimperialiste sono state in realtà un tentativo di ottenere una quota maggiore nelle competizioni e nei conflitti all’interno del campo controrivoluzionario.

Riteniamo che l’emancipazione della classe operaia possa essere realizzata soltanto dalla stessa classe operaia. E solo il proletariato rivoluzionario è il portabandiera dell’emancipazione di tutte le classi sfruttate e oppresse. Una volta che questa guerra tra i due blocchi capitalistici reazionari finirà, la guerra di entrambi contro i lavoratori e gli sfruttati continuerà e si intensificherà. E l’unico modo per conquistare i diritti economici, sociali e politici è concentrarsi sulla formazione e sul coordinamento dei nuclei clandestini della lotta di classe dei lavoratori e degli sfruttati.

In Iran, indipendentemente da quale regime capitalistico prevalga, l’unica via per ottenere i più elementari diritti democratici potrà realizzarsi soltanto dopo la rivoluzione socialista guidata dal proletariato. Avanti verso la costruzione dei nuclei clandestini degli operai d’avanguardia socialisti! Avanti verso la costruzione dei nuclei clandestini delle masse anticapitaliste!
Avanti verso l’unificazione dell’azione nazionale dei lavoratori e la formazione di un centro dirigente operaio! Avanti verso l’instaurazione di un governo dei lavoratori e la transizione verso una società socialista!

Post su Facebook di Alessandro Esotico

I miei ultimi post sull’ Iran sono stati causa di malumori tra i sostenitori della resistenza anti-imperialista.

Sono giorni che sulla mia pagina insisto sulla questione e continuerò a farlo, anche grazie a coloro che mi criticano. Significa che sto toccando un nervo scoperto, e questo dà fastidio alla narrazione di molti.

Oggi proveremo a fare la colonscopia alla nuova guida del regime, PierKhamenei. Ma anche al figlioletto dello Scià, che sempre più si sta proponendo come futura guida della nazione.

L’alternativa democratica, in giacca e cravatta.

Il nuovo paladino della resistenza islamica e del fronte anti-occidentale ha un patrimonio niente male. Alcune inchieste giornalistiche hanno ricostruito una rete immobiliare globale che conta, solo nella città “satanica” di Londra, immobili per circa 130 milioni di dollari.

Alcune analisi parlano di reti patrimoniali che potrebbero arrivare a circa 3 miliardi di dollari, includendo investimenti, partecipazioni e strutture finanziarie offshore. Ovviamente molti di questi capitali non sono intestati direttamente al nuovo mega-presidente galattico, ma a società di comodo e intermediari, una parte dei quali collegati ai circuiti economici vicini ai Pasdaran.

Il centro economico del potere di PierKhamenei è la holding para-statale Execution of Imam Khomeini’s Order. Nel 2013 un’inchiesta stimava un patrimonio di circa 95 miliardi di dollari tra immobili, imprese industriali e partecipazioni finanziarie.

Va ricordato che questa struttura non è un caso isolato. Una parte enorme dell’economia iraniana è controllata da fondazioni religiose e conglomerati legati ai Pasdaran, vere e proprie holding che operano nei settori dell’energia, delle telecomunicazioni, delle infrastrutture e della finanza.

Intanto si fa sempre più avanti la candidatura del figlio dello Scià. Un altro Pier.

Il signore in questione, Reza Pahlavi, dispone di un patrimonio personale che oscilla tra i 150 e i 200 milioni di dollari. È l’erede della dinastia dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, che prima della rivoluzione del 1979 controllava un vasto impero economico attraverso la Pahlavi Foundation, una struttura che possedeva banche, industrie, hotel e immobili anche negli Stati Uniti e in Europa.

Insomma, PierKhamenei è il titolare di un sistema tentacolare che estende interessi economici e investimenti tra Dubai, Hong Kong, le banche globali e vari mercati europei, mentre il figlioletto dello Scià vanta significative proprietà immobiliari negli Stati Uniti ed è anch’egli pienamente integrato nel sistema finanziario occidentale.

Sono esponenti di due “sfere”, di due élite che accumulano ricchezza un po’ in Occidente e un po’ in Oriente.

Entrambi fanno affari dove capita, con chi capita e dove conviene.

Rivali e nemici, due alternative opposte, secondo molti.

Uno che vorrebbe difendere il paese dagli occidentali invasori, l’altro che vorrebbe portare libertà e democrazia dopo decenni di oscurantismo.

A voi le conclusioni.

Qualche giorno fa avevo accennato a come le élite iraniane si stiano arricchendo grazie alla guerra… in Iran.

Lo fanno attraverso holding para-statali, fondazioni economiche e società offshore che operano fuori dai controlli bancari tradizionali. Con la crisi attuale il contrabbando energetico diventa una vera manna.

Il petrolio viene venduto tramite intermediari, i pagamenti passano attraverso società di copertura e conti offshore e, grazie alle triangolazioni bancarie, i capitali rientrano nei circuiti finanziari internazionali.

È proprio qui che entra in gioco il fenomeno dello shadow banking, di cui già ho avuto modo di accennare: una rete di intermediari finanziari, società di copertura e sistemi di pagamento paralleli che permette di muovere miliardi di dollari fuori dai canali bancari ufficiali.

Secondo segnalazioni del Tesoro degli Stati Uniti, miliardi di dollari collegati a queste operazioni transitano attraverso hub finanziari come gli Emirati e Hong Kong, che funzionano da snodi tra l’economia iraniana e il sistema finanziario globale.

Con la guerra in corso questi meccanismi diventano ancora più redditizi: l’aumento dei prezzi energetici, il commercio petrolifero mediato da intermediari e il sistema delle triangolazioni commerciali trasformano la crisi in un’occasione di accumulazione per una parte della borghesia iraniana.

Ma Hong Kong è anche uno snodo fondamentale per i rapporti economici con Cina e Russia, e quindi con quell’area economica che molti presentano come alternativa al sistema occidentale.

Questa è, in sintesi, la geografia finanziaria della borghesia iraniana e di come essa stia accumulando ricchezza, in questi giorni, proprio grazie alla guerra.

Insomma: sono attaccati o complici degli aggressori? Questa è la domanda che si porrà il realista borghese o il marxista paladino della resistenza anti-imperialista.

Gli si deve rispondere che sono aggressori nell’aggressione.

La borghesia trae profitto dove e come può, anche quando a essere preso di mira è il proprio paese.

Gli unici a pagare il prezzo delle contraddizioni del capitalismo sono i senza riserve, coloro che vivono esclusivamente della propria forza lavoro.

Alla fine l’imperialismo, nella sua complessità, facilita la lettura politica: l’evoluzione storica del capitalismo conduce la società globale verso una polarizzazione sempre più estrema.

Mai come oggi le parole del Manifesto sono così vive: esistono solo due classi, la borghesia e il proletariato.

Qualsiasi altra posizione, ” tattica” ” strategia”, fuori da questo presuppsoto, questo apriori insito negli attuali rapporti sociali di produzione, significa fare dell’opportunismo.

E se mostrare che il Re è nudo dà fastidio a molta gente me ne farò una ragione.


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