di Alessandro Esotico
Franco Battiato scriveva in una sua celebre canzone:
“L’Ayatollah Komehini per molti è santità, abbocchi sempre all’amo. Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia, che crea falsi miti di progresso”.
Tutto si può dire del cantautore siciliano, tranne che fosse un comunista, e quelle parole riflettevano un’intenzione dell’artista diametralmente opposta alla mia.
Ma colgono una sacrosanta verità: la creazione di falsi miti di progresso.
Quando vi fu la rivoluzione islamica, molti settori del marxismo la salutarono come una frattura del sistema imperialista.
Alcune correnti trotzkiste sostennero che quella rivoluzione fosse “islamica nella forma, ma socialmente rivoluzionaria nel contenuto”.
L’idea era che l’Islam rappresentasse semplicemente il linguaggio politico attraverso cui le masse esprimevano una rivolta sociale e anti-imperialista.
La religione sarebbe stata dunque una sovrastruttura ideologica, mentre il contenuto reale della mobilitazione sarebbe stato di natura progressiva.
I maoisti utilizzarono uno schema diverso, ma giunsero spesso a conclusioni simili.
La loro lettura si fondava sull’idea della rivoluzione anti-imperialista del terzo mondo.
Non era necessario che il proletariato fosse il soggetto diretto della rivoluzione: potevano esserlo anche contadini, guerriglie o movimenti popolari nazionali.
In questa prospettiva, l’Islam appariva come uno strumento di mobilitazione delle masse contro l’imperialismo occidentale.
I primi sono soliti usare la formula degli stati operai deformati, a cagione delle loro tesi, mentre i secondi svilupparono in quegli anni la teoria dei “tre mondi”, a partire dalla quale, unitamente al principio del sostituzionismo, si appoggiavano le teorie delle rivolte popolari.
Interclassismo allo stato puro.
Posizioni con sfumature differenti, ma sensibili agli echi dello sciismo rosso che in quegli anni si faceva strada.
Uno degli autori più influenti di questa corrente fu Ali Shariati.
La sua riflessione cercava di reinterpretare lo sciismo come una religione storicamente legata alla rivolta degli oppressi.
In questa prospettiva, la tradizione sciita veniva letta come una storia di resistenza contro il potere ingiusto, il cui simbolo centrale era il martirio di Husayn nella Battaglia di Karbala.
Questo evento diventava l’archetipo della lotta tra oppressi e oppressori, tra giustizia e tirannia.
All’interno di questa interpretazione venne elaborata la distinzione tra “sciismo rosso” e “sciismo nero”.
Il primo rappresenterebbe lo sciismo originario, legato al sacrificio, alla rivolta e alla difesa dei diseredati.
Il secondo, invece, rappresenterebbe lo sciismo istituzionale e clericale, integrato nei sistemi di potere.
Così iniziò a farsi strada l’idea che l’Islam potesse contribuire allo sviluppo delle guerre di liberazione contro l’imperialismo, fondando queste posizioni su una serie di elementi presenti nella dottrina sociale dell’Islam, come la zakat, cioè l’obbligo religioso di destinare una parte della propria ricchezza ai poveri e ai bisognosi.
La zakat rappresenta uno dei cinque pilastri dell’Islam e ha una funzione di redistribuzione all’interno della comunità dei credenti.
Attraverso questo meccanismo si afferma l’idea che la ricchezza non possa essere accumulata senza limiti e che una parte di essa debba essere restituita alla collettività.
Accanto alla zakat esiste anche il divieto di riba, cioè dell’usura o dell’interesse eccessivo sul denaro.
In questa rassegna dei falsi miti di progresso non dobbiamo dimenticare gli stalinisti.
Il partito del Tudeh salutò con favore la rivolta iraniana, leggendola quale forma di rivoluzione democratica e anti-imperialista, dal momento in cui avvenne la cacciata dello Scià, amico degli americani.
Cosa accadde dopo la presa del potere di Komehini ce lo racconta la storia: la repressione del proletariato iraniano, le impiccagioni degli oppositori del regime, il ruolo delle donne.
Qualcuno dirà che Komehini non fu Shariati, che lo sciismo nero non è quello rosso.
Altri, invece, subordineranno “le contraddizioni interne” al fronte anti-imperialista che interpreterebbe l’Iran.
E allora qui veniamo al nodo della questione, al punto cruciale.
I falsi miti di progresso della borghesia non dipendono da una soggettività storica o da un gruppo di potere arrivato al comando.
Qui la contingenza non è contemplata.
Se dovessimo ragionare in questi termini, si finirebbe per abbandonare la base del materialismo storico.
Ma se restassimo nello schema classico di inizio Novecento tra centro e periferia dell’imperialismo, comunque non ne ricaveremmo nulla.
Come del resto saremo condannati alle tenebre della comprensione se non ragionassimo seriamente sulla natura del socialismo.
Per me tutto fila solo in questo modo:
1Il capitalismo non è legato alla proprietà privata dei mezzi di produzione, ma al rapporto sociale di produzione.
Per gli stalinisti, l’abolizione della proprietà privata equivale al socialismo; per i trotzkisti, si tratterebbe di una forma sociale di economia post-capitalista, in attesa della rivoluzione internazionale.
Per me, no.
Motivo per cui, in Iran, non vi fu e non vi è né una forma religiosa che interpreti istanze proletarie, né una forma di socialismo in realizzazione.
Quanto accadde negli anni ’70 fu solo una rivolta atta alla ristrutturazione interna del capitalismo iraniano.
2 L’imperialismo, dopo la Seconda Guerra Mondiale, è diventato unitario.
Non esistono zone del mondo aliene da questo stadio del capitale.
Ne consegue che anche la grammatica centro-periferia del mondo non ha più alcun senso per le lotte del proletariato.
Ricomponendo i tasselli di questa storia, quanto emerge, soprattutto con una lettura retrospettiva, è la coerenza teorica dei compagni internazionalisti che hanno sempre denunciato il carattere imperialista di queste “rivoluzioni”, ma anche il ruolo opportunista svolto dalla galassia “comunista” che ha appoggiato — e ancora oggi appoggia — la grammatica dei fronti della resistenza.
Vedere per credere cosa ha significato per il proletariato iraniano quella rivoluzione!
Se dunque l’imperialismo è un sistema unitario e contrapposto al proprio interno, va da sé che bisogna superare qualsiasi forma di appoggio politico a qualunque fazione della borghesia.
Ma bisogna anche evitare l’altra faccia della medaglia: il neneismo.
Non bisogna essere equidistanti, ma equicontrari.
Equiavversi a qualsiasi fronte, a qualsiasi interesse particolare.
I falsi miti del progresso della borghesia coprono l’intero pianeta.
E non si tratta di qualunquismo.
La mia è una lucida quanto amara constatazione.
Ma non è farina del mio sacco. Sono solo un nano che si appoggia sulle spalle dei giganti per guardare meglio l’orizzonte.
Qui non si tratta di non volersi sporcare le mani, si tratta di doverlo fare nel modo giusto.
Tra questi modi non rientra — e non può rientrarvi — l’appoggio a un regime sanguinario che ha fondato il suo nazionalismo bieco e spietato nella logica del martirio, bagnato nel sangue del proletariato.
La mondializzazione del conflitto di classe deve partire dal superamento di qualsiasi obiettivo prioritario, dall’abbattimento di qualsiasi retorica di fasi intermedie:
abbattimento mondiale della classe che sfrutta gli sfruttati, in tutte le sue configurazioni storiche e sociali.
E tra queste rientrano anche i preti sciiti, con i loro falsi miti di progresso e tutto il cucuzzaro al loro seguito
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