di Alessandro Esotico

C’è chi sostiene l’esistenza di Stati non imperialisti da appoggiare politicamente, ma non militarmente; altri propongono invece un appoggio sia politico sia militare.

C’è anche chi afferma che tutti gli Stati siano ormai integrati nel sistema imperialista, ma che esistano nazioni più avanzate in questo stadio e altre più arretrate; per questo motivo i comunisti dovrebbero sostenere queste ultime, al fine di colpire e distruggere il cuore dell’imperialismo.

Tutte queste posizioni hanno un unico centro gravitazionale: la questione dell’autodeterminazione dei popoli. Un nodo ripreso da Stalin nei suoi “Principi del leninismo”, posti a fondamento del marxismo-leninismo.

Facciamo allora un po’ di chiarezza.

Ciò che Lenin scrisse sull’autodeterminazione dei popoli va compreso nel contesto storico preciso in cui nacque quella posizione: l’inizio dello stadio imperialista del capitalismo, analizzato da esso in “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”.

All’inizio del XX secolo esistevano ancora grandi imperi multinazionali e vaste aree del pianeta che uscivano dal colonialismo e venivano integrate nello sviluppo del capitalismo mondiale. In questi contesti le borghesie locali cercavano di liberarsi dal dominio diretto delle grandi potenze europee.

I bolscevichi compresero che queste contraddizioni potevano essere utilizzate tatticamente per indebolire la catena imperialista.

Soprattutto perché vi era la presenza di una Russia rivoluzionaria, guidata dai proletari, cui la classe lavoratrice internazionale avrebbe potuto rifarsi.

In che modo?

L’obiettivo strategico era agganciare il proletariato dei paesi coinvolti alla rivoluzione internazionale, spingendo la rivoluzione democratico-borghese a trasformarsi in rivoluzione proletaria.

Figuriamoci se per Lenin l’autodeterminazione dei popoli poteva mai essere un fine in sé!

Occorre ribadirlo, ancora una volta, che non basta mai: questa prospettiva era inseparabile da condizioni storiche ben precise: l’esistenza della rivoluzione russa e la possibilità concreta di un’estensione internazionale del processo rivoluzionario.

Le cose, tuttavia, non andarono così. La rivoluzione rinculò e annunciò simbolicamente la propria sconfitta con i cannoni di Kronstadt.

Stalin fu l’interprete ideale di questo processo controrivoluzionario. Cosa fece?

Con la sua codificazione del “leninismo” nei I fondamenti del leninismo arrivò a trasformare una posizione tattica, legata a condizioni storiche specifiche, in una dottrina generale. La questione nazionale divenne così un principio stabile della politica estera dello Stato sovietico.

Il sostegno ai movimenti nazionali veniva utilizzato per ampliare l’influenza geopolitica dell’URSS e per costruire alleanze con borghesie nazionali in conflitto con le potenze occidentali.

Quella che originariamente era una tattica rivoluzionaria finì così per trasformarsi progressivamente in una dottrina di politica internazionale.

A questo punto viene spontanea una domanda: cosa scriverebbe Lenin oggi, se fosse tra noi?

Da rivoluzionario qual era, partirebbe probabilmente da un presupposto semplice: il quadro storico è radicalmente diverso rispetto al mondo del 1917.

Scriverebbe che il capitalismo ha raggiunto un livello di integrazione globale tale che non esiste più alcuna area del pianeta esterna alla rete mondiale dei rapporti imperialistici. Tutte le economie nazionali partecipano ormai alla competizione globale del capitale.

In queste condizioni le lotte per l’indipendenza nazionale non possono più essere considerate momenti progressivi della lotta di classe mondiale. Esse rappresentano piuttosto conflitti tra borghesie nazionali per il controllo dello Stato e per la propria collocazione nella gerarchia del sistema imperialista.

Probabilmente ricorderebbe innanzitutto una lezione storica che egli stesso trasse dallo scoppio della Prima guerra mondiale: quando la maggior parte dei partiti socialisti scelse di sostenere le proprie borghesie nazionali nel conflitto, Lenin denunciò quella posizione come social-patriottismo e come tradimento dell’internazionalismo proletario, perché per Lenin il principio era semplice: il primo compito dei lavoratori non è sostenere la propria nazione contro un’altra, ma combattere la propria borghesia.

Inoltre Lenin mostrerebbe come, da una parte, vi siano coloro che riducono l’internazionalismo a una logica inter-nazionale: l’appoggio a Stati o blocchi geopolitici considerati “meno imperialisti” o “anti-imperialisti”.

Associando costoro proprio a quei partiti che tradirono il proletariato durante il primo conflitto mondiale.

Ma riconsocerebbe che, dall’altra parte vi sono, invece, coloro che riconoscono il carattere globale e interconnesso del sistema imperialista, ponendosi su posizioni autenticamente internazionaliste.

Ed è qui che porrebbe una linea di classe invalicabile: tra coloro che tradiscono la causa proletaria e i veri comunisti.

Per questi ultimi l’internazionalismo non significa scegliere tra Stati contrapposti, ma solidarizzare con i proletari di tutte le nazioni e combattere anzitutto la propria borghesia.

Ed è con questi che Lenin si schiererebbe senza alcun dubbio.

Combatterebbe con tutte le sue forze qualsiasi ipotesi di endorsement politico a questo o quel regime, perché riconoscerebbe immediatamente il danno che ne deriverebbe: trascinare il proletariato in un conflitto tra potenze significherebbe portarlo sul terreno della politica nazionale e degli interessi borghesi.

Il risultato non sarebbe l’internazionalismo, ma una sua caricatura: il nazional-comunismo. Ovvero la sua condanna più radicale.

E probabilmente – dopo aver ricordato il tradimento della seconda internazionale e aver visto il movimentume odierno alla coda dei regimi islamici e ai criminali dei BRICS – citerebbe amaramente anche le pagine di Marx, in cui il rivoluzionario di Treviri scrive che la storia tende a ripetersi due volte: prima come tragedia e poi come farsa.

Penso che Lenin scriverebbe questo.

Quindi, quando sostenete che i “veri comunisti appoggiano l’Iran”, ricordatevi che state tradendo a pieno il vostro tanto citato e incensato Lenin.

Il marxismo leninismo non è altro che la negazione del marxismo rivoluzionario, che la storia del dominio borghese ha presentato alle coscienze di milioni di individui come il metodo per arrivare al socialismo.

Un metodo che oggi si sposa come il pane e la marmellata con le migliori destre nazionaliste presenti sul piano internazionale.

A dividerli è solo il paralume dei proclami e delle piazze.

I nazionalcomunisti non sono altro che fascisti travestiti di rosso, e poco importa del loro grado di consapevolezza.

Svolgono una funzione ben precisa. La stessa di quella sinistra che votò i crediti di guerra e mandò in vacca la seconda internazionale.

Sono quelli che esultano per le bombe su Tel Aviv, quelli che “è meglio un regime di tagliagole purché si opponga agli USA”.

Occorre ribadirlo con forza: i comunisti non esultano per la morte di proletari e praticano l’indifferentismo di classe nei confronti di tutte le forme di regime borghese: repubbliche islamiche, democrazie parlamentari e statalismi orientali.

Allora che andassero a fare in culo tutti loro.

Con i loro Ayatollah, i loro socialismi reali, i loro eroi capi popolo, i loro compagneros del pueblo, le loro resistenze popolari, il loro buon senso, il loro tappismo, le loro difese democratiche e costituzionali, il loro parlamentarismo.

Sono sicuro che Lenin mi darebbe ragione.


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