di Negin Bank, attivista iraniana

Come si spiega la decadenza di un popolo? È la domanda che molti italiani mi pongono, o che altri vorrebbero farmi ma tacciono per timore di offendermi.

​La risposta è complessa, ma lucida: negli ultimi anni, il regime iraniano, attori geopolitici come Israele e il mainstream globale hanno investito massicciamente per neutralizzare il Rinascimento Iraniano. Parlo del movimento rivoluzionario “Donna, Vita, Libertà”, una forza dirompente che in breve tempo ha spinto la società iraniana oltre i confini della cultura patriarcale — una cultura che affonda le radici tanto nel periodo pre-islamico quanto in quello post-islamico.

​La minaccia di un mondo senza “Padri”

“Donna, Vita, Libertà” ha compiuto un atto sacrilego: ha scardinato i miti maschili dello sciismo (gli Imam Ali, Hossein e Mehdi) e, allo stesso tempo, ha messo in discussione le figure eroiche pagane e mitologiche come Ciro il Grande, Dario, Rostam o Afrasiab.

​Questo movimento ha dimostrato al mondo una verità scomoda: una rivoluzione, e dunque una società, può essere guidata senza la figura paterna del Leader.

​Questo concetto è pericoloso. Mette in discussione non solo il regime di Teheran, ma l’intera struttura del sistema globale che vede nell’“Uomo-Stato” l’unico garante dell’ordine.

Come fermare un’ondata che in pochi giorni ha superato i confini dell’Iran, unendo popoli di ogni continente sotto lo stesso grido?

L’arma del fascismo e il cambio di pelle

​La soluzione è stata la più antica e invisibile: il fascismo.

​Il fascismo sciita del regime è ormai al capolinea; la sua data di scadenza è passata e non convince più nemmeno i figli della stessa classe dirigente. Per sopravvivere, il sistema ha bisogno di una nuova pelle. Non potendo più reggersi sulla teocrazia, si sta rifugiando in un fascismo nazionalista. In un’alleanza implicita con logiche occidentali, il regime non ha contrastato il ritorno del nazionalismo, ma ha anzi favorito l’idea di un nuovo “Padre” (il “Re” al posto della “Guida Spirituale”) come unico salvatore del popolo.

​Davanti al crollo imminente della Repubblica Islamica, i centri di potere globale preferiscono una restaurazione monarchica e nazionalista alla libertà radicale di “Donna, Vita, Libertà”.

Una complicità silenziosa

​In questi anni abbiamo assistito a una convergenza strategica: canali d’opposizione all’estero, algoritmi dei social network e spazi culturali e intellettuali all’interno del paese stesso hanno promosso la monarchia come l’unica alternativa “naturale” e identitaria. Un’operazione facilitata dal richiamo nostalgico a un passato glorioso.

​Dobbiamo essere onesti e assumerci le nostre responsabilità: non abbiamo fatto abbastanza. Né noi iraniani, né la comunità internazionale, abbiamo protetto a sufficienza la luce di quel movimento orizzontale.

​Ma non è troppo tardi. Possiamo e dobbiamo fare tutto il possibile per invertire questo processo e rimettere al centro l’autodeterminazione, prima che un nuovo autoritarismo prenda il posto del vecchio.


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