di Marina Misaghinejad (da Comune-Info)

26 Gennaio 2026

Ogni mobilitazione è il risultato di una selezione, spesso non dichiarata, che stabilisce cosa è importante e cosa deve restare ai margini. Questa selezione, spiega l’antropologa italo-iraniana Marina Misaghinejad, non avviene solo a livello mediatico o istituzionale, attraversa anche la società in movimento. Come dimostra quanto sta accadendo per l’Iran e il Rojava, alcune proteste richiedono uno sforzo maggiore di comprensione perché rompono schemi. Una delle conseguenze di cui occorre essere consapevoli, come esercizio di autocritica, è che dove la mobilitazione è debole si aprono vuoti che altri attori, con linguaggi semplificati e retoriche aggressive, si affrettano a occupare


Negli ultimi mesi si è manifestata, in modo direi inequivocabile, l’esistenza di una capacità di mobilitazione che molti davano per esaurita. Non solo numericamente, ma anche sul piano simbolico e organizzativo. Ci sono stati linguaggi condivisi, reti informali che si sono ricomposte, un senso diffuso di urgenza capace di tradursi in una presenza pubblica focosa, bella e per certi versi rigenerante. Questa capacità di stare insieme è il prodotto di scelte, di priorità e di un investimento politico ed emotivo in cui si decide “di stare”.

È per questo che oggi il silenzio su Iran e Rojava non può essere archiviato come una semplice mancanza di attenzione. Non si tratta di stanchezza, né di incapacità oggettiva. Quando una mobilitazione esiste, il suo arrestarsi selettivo diventa una presa di posizione precisa. Il vuoto che si crea attorno a repressioni dichiarate, popolazioni sotto attacco, ultimatum militari e migliaia di morti ammessi persino dai regimi stessi è uno spazio lasciato scoperto.

Scrivere di questo silenzio non significa reclamare una purezza impossibile o pretendere una presenza costante su ogni fronte, ma riconoscere che la mobilitazione, quando sceglie di non vedere, produce effetti politici tanto quanto quando riempie le piazze. E che la domanda a questo punto non è se sia possibile mobilitarsi sempre, ma perché in alcuni casi si decide di non farlo, anche quando gli strumenti, le reti e la consapevolezza esiste. C’è una tentazione diffusa a raccontare la mobilitazione come un riflesso automatico… ovvero accade qualcosa e la risposta collettiva si attiva quasi naturalmente. In realtà ogni mobilitazione è il risultato di una selezione, spesso non dichiarata (di certo non inconscia), che stabilisce cosa entra nel campo del dicibile e del mobilitabile e cosa resta ai margini. Questa selezione non avviene solo a livello mediatico o istituzionale, attraversa anche gli spazi militanti, le reti informali, le soggettività politiche che decidono dove investire tempo, parola, corpo. È in questo spazio che si produce una forma di gerarchia implicita delle cause ritenute leggibili, sostenibili, compatibili con il proprio orizzonte politico. Alcuni conflitti si prestano a essere narrati con categorie consolidate, altri richiedono uno sforzo maggiore perché rompono schemi, mettono in crisi appartenenze, obbligano a tenere insieme contraddizioni scomode. È in questi casi che la mobilitazione si arresta.

Riconoscere questo non significa delegittimare le lotte che riescono a imporsi nello spazio pubblico. Significa piuttosto assumersi la responsabilità di una domanda più profonda: se la mobilitazione è una scelta, su quali criteri viene fatta questa scelta? E cosa dice di noi, come campo politico, il fatto che alcune situazioni vengano sistematicamente lasciate fuori, anche quando la loro urgenza è sotto gli occhi di chiunque voglia guardare?

Rojava emerge in questo quadro come una cartina di tornasole particolarmente rivelatrice. Non perché sia una lotta “più giusta” di altre (in parte per me lo è), ma perché mette in crisi molte delle scorciatoie attraverso cui siamo abituati a leggere i conflitti. Qui non c’è un racconto facilmente riducibile a blocchi contrapposti, né una narrazione che consenta identificazioni immediate e rassicuranti. C’è un’esperienza politica che ha provato a costruire autonomia, convivenza e autodeterminazione in un contesto di guerra permanente e che oggi si trova sotto pressione militare, diplomatica e simbolica. Rojava costringe a confrontarsi con una pluralità di attori, con alleanze tattiche, con contraddizioni reali che non possono essere risolte con una formula ideologica unica. Richiede uno sforzo di lettura che non si limita a individuare un nemico esterno, ma interroga anche le categorie con cui pensiamo l’emancipazione, la sovranità, la resistenza. È forse per questo che mentre sul terreno si parla apertamente di resistenza a oltranza, di ultimatum, di popolazioni chiamate a difendere ciò che hanno costruito, nello spazio pubblico più vicino a noi prevale una cautela che somiglia molto a una rimozione. Eppure, se la mobilitazione vuole dirsi capace di stare nei conflitti del presente, è proprio qui che dovrebbe misurarsi, misurarsi non dove tutto è già chiaro, ma dove la realtà eccede le nostre mappe politiche e ci obbliga a ridefinirle.

Anche nel caso iraniano non si può di certo parlare di assenza di informazioni o di immagini. La repressione è stata pubblica, dichiarata, rivendicata. Per la prima volta lo stesso vertice del regime ha ammesso migliaia di uccisi, mentre arresti, esecuzioni, torture e blackout continuano a scandire la quotidianità di chi ha osato protestare. Non siamo quindi davanti a un conflitto opaco o indecifrabile, ma a una violenza esercitata apertamente contro una mobilitazione popolare ampia, trasversale, radicata nei corpi e nelle vite. Eppure anche qui lo spazio della mobilitazione si è progressivamente ristretto ed è successo attraverso una forma più sottile di abbandono, ovvero il venir meno della parola, della presa di posizione, della capacità di tenere aperto un fronte di attenzione. Il silenzio in questo caso è la diretta conseguenza di una difficoltà a collocare la rivolta iraniana dentro narrazioni politiche già disponibili, senza forzarla o semplificarla. Il risultato è che un’intera popolazione in lotta viene lasciata senza sponde, mentre la repressione si normalizza e diventa rumore di fondo. Quando la violenza di un regime smette di generare scandalo e mobilitazione, non perché sia finita ma perché non sappiamo più come raccontarla, allora il problema non è la complessità del contesto iraniano. Il problema è la nostra incapacità di restare presenti anche quando la lotta non conferma le nostre aspettative politiche.

Dove la mobilitazione viene a mancare si apre invece un vuoto che altri attori, con linguaggi semplificati e retoriche aggressive, si affrettano a occupare. In Iran la repressione ha lasciato terreno fertile non solo alla brutalità interna, ma anche a narrazioni esterne che cercano di orientare la lettura dei conflitti secondo logiche nazionalistiche, populiste, o addirittura trumpiane con nemici chiaramente individuati e la promessa di un ordine ristabilito con la forza. Queste derive prendono forza proprio perché chi potrebbe sostenere uno spazio di parola coerente e critico decide di ritirarsi, lasciando campo libero a semplificazioni pericolose. È un meccanismo che conosciamo, è un meccanismo che lascia soli i popoli in rivolta sotto minaccia, finendo per produrre equivalenze morali e geopolitiche tossiche, che legittimano regimi, alimentano retoriche reazionarie e trasformano le vittime in strumenti di narrazione esterna.

(Intra)vedere l’elefante nella stanza significa ammettere che la mobilitazione non è solo una questione di numeri o presenza fisica nelle piazze, ma di continuità politica e capacità di stare dentro i conflitti, anche quando diventano scomodi, complessi o pericolosi. In questo senso la sfida non è più solo quella di denunciare la violenza, è quella di non lasciare il campo libero a chi approfitta della nostra assenza per riempirlo con paura e rabbia.


Marina Misaghinejad, antropologa italo-iraniana, si occupa di Iran, diaspore, movimenti transfemministi e islamofobia. Pubblica alcuni suoi articoli sulla piattaforma Substack.com.


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