di Emilia De Rienzo (da Comune-Info)

27 Gennaio 2026



C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. Per Walter Benjamin, questo angelo incarna la condizione tragica della storia stessa. “L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”.

L’immagine è potente e straziante: l’angelo vorrebbe fermarsi, “destare i morti e ricomporre l’infranto”, ma una tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro. Quella tempesta che noi chiamiamo progresso. Le ali, impigliate nel vento che spira dal paradiso, non possono più chiudersi. L’angelo è trascinato via mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo.

La memoria come trasformazione

In questa visione di Benjamin, l’unica forma di redenzione possibile viene dalla memoria. Ma non da una memoria inerte, commemorativa, che si limita a custodire il dolore come una reliquia.

Benjamin ci chiede qualcosa di più radicale: ricordare per trasformare il presente. Il passato non è qualcosa di concluso, sepolto dietro di noi. È l’altra faccia del presente stesso. È il presente che genera dal suo interno il proprio passato, e il passato non può sussistere indipendentemente da un presente che lo testimonia e lo redime. Ogni volta che ricordiamo, non stiamo semplicemente recuperando qualcosa di morto e finito: stiamo attivamente costruendo il significato di ciò che è stato, dandogli nuova vita nel nostro presente.

Il tradimento della memoria

Ma cosa accade quando la memoria diventa solo ripetizione? Quando ricordare il proprio dolore non ci trasforma, ma ci pietrifica in un eterno lamento che giustifica l’inflizione di nuovo dolore? La tragedia della Palestina ci mostra esattamente questo tradimento della memoria. Israele ha ricordato la Shoah, ha custodito la memoria della persecuzione, dell’annientamento, della negazione dell’umanità del popolo ebraico. Eppure questo ricordo non ha impedito che si costruisse un presente in cui è l’altro ad essere annientato, negato, cancellato dalla sua terra e dalla sua storia.

La memoria della sofferenza non ha generato empatia per la sofferenza altrui. Ha generato invece la ripetizione della catastrofe, solo con ruoli invertiti. Come se ricordare significasse solo preservare il proprio diritto a non soffrire più, indipendentemente da chi dovrà soffrire al nostro posto.

Una distinzione necessaria

È fondamentale essere chiari: criticare le politiche dello Stato di Israele, opporsi al governo Netanyahu e ai suoi ministri, denunciare l’occupazione e le violenze contro i palestinesi non è antisemitismo. L’antisemitismo – l’odio razziale contro gli ebrei in quanto tali – va sempre condannato senza esitazioni. Ma criticare uno Stato, le sue scelte politiche, le sue azioni militari è esercizio di democrazia e di coscienza. Soprattutto quando ministri israeliani usano un linguaggio apertamente genocidario, quando propongono deportazioni di massa, quando la distruzione è sistematica e pianificata. Non sono provocazioni gratuite: sono osservazioni necessarie su come i meccanismi della disumanizzazione si ripetano, indipendentemente da chi li mette in atto.

Molti ebrei – intellettuali, attivisti, organizzazioni, lo stesso Grossman – si oppongono a queste politiche proprio “in nome” della memoria della Shoah, non contro di essa.

Equiparare automaticamente antisionismo e antisemitismo è una strategia retorica che serve solo a silenziare il dissenso e a rendere indicibili certe verità.

Ricordare per non ripetere

Benjamin ci insegna che la vera redenzione attraverso la memoria non è commemorazione, ma trasformazione. Ricordare le vittime significa riconoscere in ogni vittima del presente l’eco di quelle del passato. Significa che chi ha conosciuto l’abisso della disumanizzazione dovrebbe essere il primo a rifiutarsi di ricrearlo.

La memoria sterile è quella che dice: “Non dimenticheremo mai quello che ci hanno fatto”. La memoria redentrice è quella che dice: “Non dimenticheremo mai, e per questo non lo faremo mai a nessun altro”.

L’angelo della storia di Benjamin guarda angosciato il cumulo delle rovine. Ma noi, che non siamo angeli trascinati dalla tempesta, abbiamo ancora la possibilità di scegliere. Possiamo scegliere di ricordare per fermarci davvero, per “ricomporre l’infranto”, per costruire un presente in cui la memoria del dolore genera compassione, non vendetta.

Vivere il presente senza annientare l’altro

Il presente che genera il proprio passato, nella visione di Benjamin, è un presente responsabile. Un presente che sa che ogni azione di oggi diventerà la memoria di domani, e che ogni vittima di oggi griderà giustizia alle generazioni future. Non basta ricordare. Bisogna lasciare che il ricordo ci cambi, ci trasformi, ci renda incapaci di infliggere agli altri ciò che è stato inflitto a noi. Bisogna che la memoria diventi etica, prassi, scelta quotidiana di riconoscere nell’altro la stessa umanità che esigiamo venga riconosciuta in noi. Altrimenti, la tempesta del progresso continuerà a spingere l’angelo lontano dalle rovine, mentre noi continuiamo ad accumularne di nuove, convinti che le nostre siano diverse, giustificate, necessarie. Convinti che la nostra sofferenza passata ci autorizzi a ignorare quella che infliggiamo oggi.

La vera lezione dell’angelo di Klee è questa: o la memoria ci redime tutti, o non redime nessuno.

E Primo Levi, che della memoria fece testimonianza e monito, ci ha lasciato parole che dovrebbero bruciare nella coscienza di ogni generazione: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.

La memoria, se non diventa trasformazione, è solo l’anticamera della prossima catastrofe.


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