di Alessandro Esotico
I campi di concentramento non spuntarono come funghi in Germania.
Furono il risultato di una razionalità tecnica portata a compimento.
I primi esempi di campi si ebbero nell’Impero britannico, durante la guerra anglo-boera. A distanza di pochi anni li ritroviamo nella guerra d’indipendenza cubana di fine Ottocento. Il salto di qualità venne compiuto dal nazionalsocialismo, grazie al fordismo e alle tecniche della produzione industriale nate nel solco del secondo ciclo di accumulazione del capitale.
Nei campi di concentramento transitarono milioni di persone. Gli storici stimano che tra 1,5 e 2 milioni di esse furono ridotte ai lavori forzati nel periodo compreso tra il 1939 e il 1945.
Un sistema schiavile riportato in auge nell’epoca del capitale, dotato della razionalità tecnica ad esso confacente. Un sistema necessario per sostenere lo sforzo bellico e l’economia della Germania nazista.
La produzione di ricchezza direttamente riconducibile ai campi non è quantificabile con esattezza: gli storici dell’economia divergono sulle cifre precise. Possiamo però affermare senza esitazioni che si trattò di un indotto notevole, agganciato al più ampio sistema del lavoro forzato nazista — che includeva anche prigionieri di guerra e civili deportati — e che interessò circa 20 milioni di persone tra il 1939 e il 1945.
Il nazionalsocialismo fu la risposta più cinica e barbara che la borghesia tedesca abbia mai partorito. Ma fu una risposta storica alla crisi del secondo ciclo di accumulazione: una risposta che i capitalisti tedeschi diedero con piena convinzione, dopo l’umiliazione della pace di Versailles e gli effetti devastanti della crisi del 1929.
In questo quadro, la caccia all’ebreo e la teorizzazione eugenetica rappresentarono l’altra faccia della medaglia: quella della distruzione dello scarto, dei pesi morti, dei presunti parassiti sociali.
Una risposta cinica, spietata, barbara, che si avvalse però della razionalità tecnico-scientifica del tempo per programmare e pianificare tutto al millimetro. Si eliminava ciò che non serviva, e si sfruttava fino alla morte tutto il resto.
Lo stesso principio investì i gulag sovietici. Circa il 5% della forza lavoro complessiva dell’URSS proveniva da lì, impiegata soprattutto nei settori estrattivi, fondamentali per l’economia staliniana. Anche in questo caso, il lavoro coatto fu una leva strutturale, non una deviazione accidentale.
Alla fine del secondo macello mondiale, una delle più note intellettuali del tempo, nonché faro del pensiero liberale, Hannah Arendt, partecipò come inviata speciale del New York Times al processo Eichmann. Da quell’esperienza nacque il celebre pamphlet La banalità del male.
La filosofa sostenne che per compiere un genocidio non fosse necessario essere demoni o mostri: bastava eseguire ordini, rinunciare alla coscienza individuale, non interrogarsi su ciò che è giusto o sbagliato. Dietro Arendt c’è Kant.
Ma a filo di materialismo storico, l’esperienza tragica che si consumò nel cuore dell’Eurasia ci dice ben altro: che l’imperialismo, giunto al punto massimo di contraddizione del proprio ciclo, opta per la guerra. E che la distruzione della forza-lavoro in eccesso può assumere forme diverse: dall’ideologia razzista votata allo sterminio, alla cinica eliminazione dello scarto, fino alla costrizione schiavile della forza-lavoro, spogliata persino del salario.
I campi di concentramento furono la risposta a queste esigenze.
Eichmann fu un uomo, senza dubbio. Ma ad essere banale non è il male che un uomo può compiere. È banale il concetto stesso di male, inteso nella sua astrazione morale. Perché, nell’epoca compiuta della legge del valore, è il modo di produzione capitalistico a essere messo nelle condizioni di libertà: nella libertà di prodursi e riprodursi.
Il gerarca nazista fu il compimento di un processo che condusse dal libero mercato ai monopoli: un processo interamente interno alla società civile che la filosofa liberale difese con tanta tenacia.
Ma la logica del campo non ha certo cessato di esistere. Avrei gioco facile a citare i lager libici, le zone economiche speciali, i centri di detenzione. Non lo farò.
Piuttosto, pensate alle fabbriche. Alla recinzione e alla perimetrazione. Al controllo degli accessi. Alla separazione netta tra interno ed esterno. Allo spazio serializzato. Ai tempi rigidamente scanditi. Alla sorveglianza continua.
Foucault direbbe che si tratta della stessa grammatica disciplinare.
Allora possiamo parlare di logica del campo: una logica che nasce con le prime grandi fabbriche di Manchester, che si articola storicamente e arriva fino a oggi, assecondando le diverse fasi della dittatura borghese — ora democratica e liberale, ora apertamente nazista.
Una logica che denuncia l’articolazione storica della modo di produrre nel capitale. La logica della astrazione, del feticismo.
La Shoah non fu una parentesi orrenda, l’interruzione della civiltà.
Fu, più che altro un climax, un acuto, iscritto, però, nello stesso spartito musicale.
Spartito che è presente ancora oggi, e detta la musica della nostra storia: la dittatura mondiale del capitale.
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