Tra voci di golpe, indagini ufficiali e una purga senza precedenti ai vertici dell’Esercito Popolare di Liberazione
Dazibao e Samuele Soddu [da DAZIBAO]
Secondo The Epoch Times, testata giornalistica legata al gruppo religioso cinese del Falun Gong, la sera del 18 gennaio Zhang Youxia, massimo generale cinese, membro dell’Ufficio politico e primo vicepresidente della Commissione Militare Centrale (CMC), avrebbe tentato un colpo di stato.
Xi Jinping quel giorno avrebbe dovuto alloggiare al Jingxi Hotel di Pechino, dove Zhang Youxia avrebbe pianificato di arrestarlo. Tuttavia, il piano è trapelato due ore prima dell’operazione, Xi Jinping ha lasciato immediatamente l’Hotel Jingxi e ha organizzato l’operazione di arresto: una trappola tesa agli uomini di Zhang Youxia, che arrivati all’hotel, avrebbero avuto uno scontro a fuoco con gli uomini di Xi Jinping, con vittime da entrambe le parti.
Non è la prima volta che a Zhang Youxia viene attribuito un colpo di stato.

Come riportavano a luglio dell’anno scorso varie testate, tra cui Fubini sul Corriere della Sera, Xi Jinping era stato commissariato proprio da Zhang Youxia, in quel momento alla guida del campo anti-Xi Jinping composto dagli anziani del Partito Comunista Cinese. Col commissariamento di Xi Jinping, Zhang Youxia aveva preso il controllo completo sull’esercito cinese, diventando “l’uomo più potente della Cina”.
Ad ottobre dell’anno scorso sempre Zhang Youxia avrebbe rafforzato il suo potere epurando dall’esercito la fazione guidata da He Weidong, anch’egli vicepresidente della Commissione militare centrale e, secondo le ricostruzioni, l’ultimo alleato di Xi Jinping a livello militare. He Weidong avrebbe tanto di organizzare un colpo di Stato a favore di Xi, ma Zhang Youxia ha agito prontamente, smantellando la base del potere militare di Xi.
Effettivamente ad ottobre 2025 He Weidong è stato espulso dal Partito Comunista Cinese e privato dei suoi ranghi militari, apparentemente con l’accusa di corruzione. Ma secondo le ricostruzioni, non si tratta di corruzione, ma di una operazione condotta da Zhang Youxia, al termine della quale Xi Jinping avrebbe avuto un ictus ed è collassato.
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Cosa c’è di vero in tutto questo?
Nonostante queste ricostruzioni assomigliano al racconto di un intrigo alla corte imperiale, esse non nascono nel vuoto. Partiamo da ciò che sappiamo con certezza.
Il 24 gennaio 2026 il Ministero della Difesa cinese ha comunicato che Zhang Youxia e Liu Zhenli, membro della Commissione e capo del Dipartimento di Stato maggiore congiunto, sono sospettati di gravi violazioni della disciplina del Partito e della legge e sono oggetto di una procedura formale di revisione e investigazione decisa dal Comitato Centrale del PCC.
La forma non è neutra: in Cina, quando si parla di indagini su quadri militari di massimo livello, il percorso passa di norma per gli organi disciplinari interni e per i meccanismi di controllo del Partito, prima di qualsiasi passaggio pubblico in tribunale.
Zhang Youxia era una vera e propria architrave nell’Esercito Popolare di Liberazione. Settantacinque anni, carriera nelle forze terrestri, uno dei pochissimi militari dentro l’Ufficio politico, per anni indicato come l’uomo più solido nel collegamento tra Xi Jinping e l’apparato armato. Considerato amico personale di Xi Jinping, nel 2017, come membro del Politburo del PCC, è diventato il secondo vicepresidente della CMC. Nel 2022, oltre l’età pensionabile, è diventato il primo vicepresidente della CMC.
Liu Zhenli, sessantuno anni, era invece la figura che incarna l’operatività: lo Stato maggiore congiunto è la cabina che coordina pianificazione, prontezza, esercitazioni, comando e raccordo tra forze terrestri, marina, aeronautica, forza missilistica e strutture di supporto. I loro incarichi li collocavano nel punto in cui politica e comando militare si sovrappongono.
Sul piano della cronologia, un segnale era arrivato quattro giorni prima. Il 20 gennaio Zhang Youxia è risultato assente da una sessione di studio di alto livello dedicata all’attuazione delle decisioni del quarto plenum del ventesimo Comitato centrale. Nelle cronache ufficiali, osservatori esterni hanno notato formule che menzionavano la presenza dell’altro vicepresidente della Commissione, Zhang Shengmin, ma senza immagini o riferimenti espliciti a Zhang Youxia. Secondo una ricostruzione dell’Istituto Takshashila, quell’assenza ha acceso il circuito delle voci interne e delle interpretazioni, con l’ipotesi che non si trattasse di un semplice impegno parallelo.
L’annuncio ufficiale ha chiuso lo spazio delle speculazioni, aprendo nuovi interrogativi: cosa significa che un vicepresidente della Commissione Militare Centrale finisce sotto indagine, proprio mentre la macchina politico-militare si prepara alla stagione istituzionale di primavera e alla fase di pianificazione di medio periodo?
La stessa analisi di Takshashila lega la tempistica al calendario politico: in Cina, l’inizio di marzo coincide con le riunioni annuali dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza consultiva politica, appuntamenti in cui vengono spesso consolidate nomine, ristrutturazioni, linee di bilancio e indirizzi strategici.
Il punto, però, non è solo l’annuncio del Ministero. Il giorno dopo arriva la cornice ideologica. Il quotidiano di riferimento delle forze armate ha pubblicato un editoriale che definisce l’operazione contro Zhang e Liu un passaggio “decisivo” nella lotta alla corruzione militare e nella rettifica politica interna. L’editoriale sostiene che i due avrebbero tradito la fiducia del vertice politico e della Commissione, e collega la loro condotta non soltanto a fatti corruttivi ma a danni arrecati al principio del comando centralizzato e alla catena di controllo del Partito sull’esercito.
Come si legge dell’editoriale delle forze armate “la risoluta indagine e punizione di Zhang Youxia e Liu Zhenli rappresenta un importante risultato nella lotta contro la corruzione del Partito e dell’esercito”, una lotta “basata su tolleranza zero: non esiste nessuna zona franca nella repressione della corruzione” e “indipendentemente da chi sia o dall’alto della sua posizione, chiunque si dedichi alla corruzione non sarà tollerato”.
Ma l’editoriale conferma che non si tratta solo di lotta alla corruzione, perché, come si legge, “Zhang Youxia e Liu Zhenli, in qualità di quadri superiori del Partito e dell’esercito, hanno gravemente tradito la fiducia e le aspettative del Comitato Centrale del Partito e della Commissione Militare Centrale, hanno gravemente calpestato e minato il sistema di responsabilità del Presidente della Commissione Militare Centrale, hanno seriamente fomentato problemi politici e di corruzione che hanno minato la leadership assoluta del Partito sull’esercito e minacciato le fondamenta del governo del Partito, hanno seriamente danneggiato l’immagine e il prestigio della Commissione Militare Centrale e hanno gravemente influenzato le basi politiche e ideologiche per l’unità e il progresso tra tutti gli ufficiali e i soldati. Hanno causato danni immensi alla costruzione politica, all’ecologia politica e all’efficacia in combattimento dell’esercito, e hanno avuto un impatto estremamente negativo sul Partito, sul Paese e sull’esercito”.
In casi di corruzione “semplici”, la comunicazione tende a restare sul piano delle violazioni disciplinari, con richiami a regole, sobrietà, e punizioni esemplari. Qui, invece, la descrizione insiste su danni alla costruzione politica delle forze armate, sull’ecosistema interno, e sulla capacità operativa complessiva. Il messaggio è che l’indagine non riguarda soltanto soldi e favori, ma il modo in cui si esercita e si controlla il potere militare.
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Sul lato delle fonti non ufficiali, il South China Morning Post ha aggiunto alcuni elementi attribuiti a persone informate. Il quotidiano di Hong Kong ha scritto che l’élite del Partito sarebbe stata informata dell’indagine già il giorno prima della comunicazione pubblica. Ha inoltre riferito, citando una fonte, che Zhang sarebbe accusato di corruzione e di non aver controllato i comportamenti di collaboratori e familiari, e di non aver segnalato per tempo problemi emersi nel suo ambito. Una seconda fonte, sempre secondo il giornale, avrebbe indicato che Zhang sarebbe stato posto sotto custodia dagli investigatori militari nei giorni immediatamente precedenti.
Secondo il Wall Street Journal, Zhang Youxia sarebbe accusato di aver rivelato segreti nucleari agli Stati Uniti: “l’accusa più scioccante, secondo quanto affermato dalle fonti, è stata quella secondo cui Zhang avrebbe fatto trapelare agli Stati Uniti dati tecnici fondamentali sulle armi nucleari della Cina”. Alcune prove contro Zhang sarebbero arrivate da Gu Jun, ex direttore generale della China National Nuclear Corp., cioè l’azienda statale che supervisiona tutti gli aspetti dei programmi nucleari civili e militari della Cina.
Il 19 gennaio 2026, Gu è stato sospettato di “gravi violazioni delle leggi e dei regolamenti” dalla Commissione centrale per l’ispezione disciplinare (CCDI), l’organo disciplinare interno del partito, e dalla Commissione nazionale di supervisione , la massima agenzia anticorruzione della Cina. Come prosegue il WSJ “durante il briefing di sabato, le autorità hanno rivelato che l’indagine su Gu ha collegato Zhang a una violazione della sicurezza nel settore nucleare cinese, hanno affermato le fonti”.
La caduta di Zhang sarebbe anche alla promozione di Li Shangfu, nominato Ministro della Difesa a marzo 2023 e rimosso dall’incarico il 24 ottobre 2023. Zhang avrebbe contribuito a promuovere Li in cambio di ingenti tangenti.

Ne rimarrà soltanto uno?
Questa mossa non ha precedenti nella storia dell’esercito cinese e rappresenta l’annientamento totale dell’alto comando. Zhang Youxia, con la sua rimozione, rappresenta uno degli ufficiali militari di più alto rango a perdere il potere dopo l’incidente di Lin Biao del 1971.
Secondo Christopher Johnson, capo del China Strategies Group e ex analista della CIA, l’epurazione anche di uno degli amici personali di Xi, Zhang, dimostra che ormai non ci sono più limiti allo zelo anti-corruzione. “Xi ha cercato di evitare una destituzione totale dei vertici nei primi anni della campagna anticorruzione” evitando di prendere di mira i generali di grado superiore in servizio attivo e i reparti chiave dell’esercito, come la forza missilistica strategica, ha affermato Johnson. “In seguito si è reso conto che era impossibile, e questa mossa è l’epilogo di quel processo”.
Per capire perché Zhang e Liu siano un salto di livello, bisogna ricostruire la sequenza 2023–2026. Dall’estate del 2023, il partito ha detronizzato alti ufficiali dell’esercito, dell’aeronautica, della marina, della forza missilistica strategica e della polizia paramilitare cinesi, nonché dei principali comandi di teatro operativo, incluso quello concentrato su Taiwan. Negli ultimi due anni e mezzo, più di 50 alti ufficiali militari e dirigenti dell’industria della difesa sono stati indagati o rimossi dall’incarico.
La Commissione Militare Centrale contava sei membri militari professionisti all’inizio del suo attuale mandato nel 2022. Ora ha un solo ufficiale in uniforme attivo, il generale Zhang Shengmin, promosso a vicepresidente solo a ottobre, dopo l’epurazione di un altro generale che ricopriva quel ruolo. A differenza di Zhang Youxia e Liu Zhenli, veterani di guerra, Zhang Shengmin ha ricoperto per gran parte della sua carriera il ruolo di funzionario politico e ispettore disciplinare
Secondo l’Istituto Takshashila, la fase moderna delle epurazioni militari prende forma proprio nell’estate 2023, quando il Dipartimento per lo sviluppo degli equipaggiamenti della Commissione Militare Centrale emana un avviso pubblico, invitando a segnalare irregolarità negli appalti e nelle forniture militari riferite a un arco di anni che parte dal 2017.
Questa ricerca di whistleblower avviene in un momento chiave: si tratta del periodo di espansione di alcune infrastrutture strategiche e di programmi ad alta intensità tecnologica, inclusi segmenti legati alle capacità missilistiche. L’avviso, secondo quella ricostruzione, produce un flusso di segnalazioni che innesca le prime rimozioni.
In quella stessa fase, la PLA Rocket Force, cioè la Forza Missilistica cinese diventa l’epicentro. La rimozione del comandante Li Yuchao viene vista come il primo “taglio” evidente. Poi il caso si estende al ministro della Difesa Li Shangfu, che era stato direttore del Dipartimento per lo sviluppo degli equipaggiamenti nel periodo coperto dalle segnalazioni. La sua caduta, nel quadro descritto da più analisi, ha un doppio effetto: mostra che gli appalti non sono un fatto periferico, e apre una frattura nella catena di comando di un settore considerato strategico.
La scossa alla PLA Rocket Force coincide con una serie di valutazioni diffuse dall’intelligence statunitense, secondo cui alcune unità missilistiche cinesi presenterebbero gravi problemi operativi e di affidabilità. In particolare, tali rapporti hanno sostenuto che in diversi casi i missili sarebbero stati mantenuti in condizioni non operative — fino al punto, secondo queste fonti, di risultare riempiti con liquidi inerti anziché con carburante — e che parte dei nuovi complessi di silos in costruzione nello Xinjiang soffrirebbe di inefficienze strutturali e organizzative.
Indipendentemente dall’attendibilità di queste affermazioni, il loro impatto politico è stato significativo. Quando Li Shangfu è stato rimosso a meno di sei mesi dalla sua nomina a Ministro della Difesa e membro della Commissione Militare Centrale, la crisi ha cessato di apparire come un problema circoscritto a un singolo ramo delle forze armate e ha assunto invece i contorni di una questione sistemica, estendendosi ai livelli più alti della leadership politico-militare cinese.
Negli anni successivi, l’onda sale lungo i comandi di teatro e le reti di patronato: dal nucleo degli appalti e della forza missilistica si passa a un gruppo di ufficiali associati alla pianificazione dello scenario di Taiwan e alle carriere maturate tra Fujian, marina e comandi orientali. È la cosiddetta cricca di Taiwan/Fujian, dove compaiono i nomi del comandante del Teatro orientale Li Xiangyang, il responsabile del lavoro politico Miao Hua, e infine il secondo vicepresidente della Commissione Militare Centrale He Weidong. Il collegamento tra lo scandalo del PLA Rocket Force (PLARF) e la presa di mira dei funzionari della cricca di Taiwan non è ancora chiaro, ma, al di là delle singole accuse, la sequenza smonta una rete di relazioni basata su incarichi condivisi, promozioni incrociate e protezioni reciproche. La mega-indagine su 9 importanti funzionari militari, annunciata ad ottobre 2025, sembrava aver chiuso il cerchio su coloro che rubavano i fondi al bilancio di pianificazione militare orientata allo scenario di Taiwan.
Questa ondata si collega infatti anche a elementi quantitativi: l’espansione del bilancio della difesa, con una crescita annua intorno al 7,2% per tre anni consecutivi e con flussi rilevanti verso programmi missilistici e pianificazione per lo scenario taiwanese. Il punto non è la cifra in sé, ma l’idea che più bilancio significhi più contratti, più intermediazioni e più spazi di rendita.
Nel novembre 2025, un’analisi del South China Morning Post già descriveva la campagna anticorruzione nelle forze armate come una tendenza destinata a durare, non un episodio. Il giornale collegava il tema alle decisioni del quarto plenum e al fatto che, dopo le prime rimozioni, le indagini avevano continuato a produrre conseguenze nella struttura di comando, mantenendo alta l’incertezza su chi fosse al sicuro e su come sarebbero state rimpiazzate le figure scomparse.
Arriviamo così al gennaio 2026.
Su questo punto, più fonti convergono con dettagli diversi ma stesso dato strutturale: la Commissione, dopo questa ondata, risulta ridotta a un nucleo estremamente ristretto, con Xi Jinping e pochissimi altri membri operativi. Il Washington Post ha descritto la rimozione come un terremoto nella catena di comando, osservando che Zhang era considerato una figura difficilmente intaccabile, in un contesto in cui la modernizzazione delle forze armate, con obiettivo indicato per il centenario dell’esercito del 2027, viene costantemente richiamata da analisti e osservatori.
In generale i giornali occidentali tendono a sottolineare il continuo accentramento del potere nelle mani di Xi come causa di queste espulsioni, ma i profili militari recentemente espulsi erano fino a ieri considerate figure vicinissime al presidente.
Secondo il Financial Times, per esempio, l’accusa politica implicita è che i due avrebbero indebolito il principio del comando presidenziale all’interno della Commissione, cioè il sistema che lega formalmente l’obbedienza militare alla responsabilità del presidente della Commissione stessa. La lettura è che, nelle parole usate dai comunicati e dagli editoriali, l’obiettivo non sia solo reprimere la corruzione ma prevenire la formazione di centri di potere militare autonomi o la formazione di fazioni e reti clientelari.
Sul piano interpretativo c’è anche un altro elemento speculativo che ritorna piuttosto di frequente: la questione Taiwan. Non perché le fonti dicano che l’indagine è “per Taiwan”, ma perché la pianificazione militare legata a quello scenario ha avuto negli ultimi anni un peso enorme in termini di risorse, catene di comando, esercitazioni e priorità. Se vengono toccate figure che hanno avuto ruoli diretti o indiretti nella macchina di pianificazione e comando, l’effetto immediato è una redistribuzione di responsabilità e un rimescolamento dei vertici. Qui il dato giornalistico più concreto, al momento, è quello sulla “rotazione” accelerata: comandi di teatro e servizi che cambiano titolari, sostituzioni frequenti, figure che scompaiono dal circuito pubblico e vengono rimpiazzate con comunicazioni parziali.
Il nodo dei numeri è un’altra parte dei racconti speculativi. Takshashila fornisce una stima delle promozioni e delle sparizioni nell’era più recente: decine di generali promossi dopo il ventesimo Congresso del Partito, una quota significativa rimossa o “scomparsa” dalla scena pubblica. In un sistema dove, secondo le interpretazioni occidentali, la visibilità è segnale politico, la scomparsa è un indicatore: o si è caduti in disgrazia, o si è stati messi in isolamento disciplinare, o si è in attesa di un passaggio formale. Il bollettino parla di almeno quattordici generali finiti nel mirino dopo promozioni recenti e di oltre venti “scomparsi” senza una comunicazione pubblica chiara.
Il risultato pratico è un apparato che, mentre annuncia modernizzazione e obiettivi ambiziosi, conduce una rettifica interna continua. L’editoriale dell’esercito insiste che questa rettifica non è un segno di indebolimento ma una condizione per rafforzare l’efficienza e la capacità di combattimento. Nella narrativa ufficiale, più si scava, più l’esercito diventa “puro” e affidabile. Ma dal punto di vista organizzativo, ogni indagine di vertice produce inevitabilmente un periodo di adattamento: incarichi ad interim, catene di firma, nuove linee di responsabilità, riassetto dei gruppi di lavoro. Questo vale a maggior ragione per lo Stato maggiore congiunto, che è l’organo di coordinamento operativo: se il suo capo finisce sotto indagine, qualcuno deve assumere in tempi rapidi funzioni che non sono solo simboliche.
Sullo sfondo c’è il calendario politico del 2026 e quello, più grande, del 2027. La data del 2027 ricorre in molte analisi perché coincide con il centenario dell’Esercito Popolare di Liberazione e con l’orizzonte temporale in cui la Cina ha indicato obiettivi di modernizzazione militare. Inoltre, il 2027 è l’anno in cui dovrebbe tenersi il congresso del Partito, da cui dipendono conferme e assetti di potere al vertice. Diverse letture giornalistiche collegano la stretta sulle forze armate alla necessità di arrivare a quei passaggi con una catena di comando priva di ambiguità politiche.
Il punto centrale resta però ciò che dicono le fonti cinesi: non il dettaglio dell’accusa, che non viene fornito, ma la cornice. Quando l’organo dell’esercito scrive che la campagna è “senza zone franche” e “a tolleranza zero”, e quando collega direttamente la vicenda alla disciplina politica e alla lealtà, sta dicendo che l’istituzione militare è considerata un terreno in cui la corruzione e la deviazione politica vengono trattate come facce della stessa minaccia. In questo schema, l’indagine contro Zhang e Liu non è un evento isolato ma un passaggio di una catena iniziata dall’elezione del presidente Xi Jiping e salita progressivamente di livello.
Dalla primavera 2026 ci si attende quindi un doppio movimento: da un lato la prosecuzione delle indagini e l’eventuale estensione a reti di collaboratori, famiglie e intermediari; dall’altro la necessità di riempire i vuoti, soprattutto se l’assetto della Commissione Militare Centrale resta ridotto e se alcune funzioni operative vengono redistribuite. L’attenzione su marzo è legata anche a questo: le riunioni istituzionali di inizio anno sono il momento in cui si consolidano scelte e si presentano sostituzioni, senza necessariamente entrare nei dettagli giudiziari. Takshashila prevede esplicitamente che il momento delle nomine e delle sostituzioni possa collocarsi in prossimità di quell’appuntamento.
Per ora, la sostanza giornalistica disponibile è questa: annuncio del Ministero della Difesa, editoriali e rilanci dell’agenzia statale sulla linea anticorruzione, elementi di retroscena attribuiti a fonti interne riportati dalla stampa di Hong Kong, e un quadro interpretativo occidentale che legge l’operazione come centralizzazione ulteriore del potere militare. Il resto, non è pubblico e si può dire ben poco a riguardo. Ma la dimensione dell’intervento è già misurabile dal livello dei ruoli colpiti e dalla riduzione funzionale del vertice di comando nel momento in cui l’operazione viene resa pubblica.
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