
Circa 300 persone in corteo, nel pomeriggio di sabato 24 gennaio, hanno percorso le vie del centro storico, in concomitanza con la patetica “manifestazione” militarista degli alpini che ricordavano, a modo loro, la battaglia di Nikolajewka (durante l’aggressione nazifascista all’URSS). Slogan che ricordavano la dura lotta contro gli islamofascisti dell’ISIS di un decennio fa, ripetendo spesso “Donna, vita, libertà” (lo slogan che simboleggia anche la lotta delle donne iraniane contro il regime oscurantista degli ayatollah). Qualcuno ha urlato pure “No alla tirannia sionista ed islamista, per un Medio Oriente laico e socialista” (anche se con scarso successo, purtroppo), per sottolineare l’opposizione a tutti i regimi del Medio Oriente (e non solo), caratterizzati dal fanatismo religioso (islamico o giudaico) e l’unica prospettiva, incarnata parzialmente dall’esperienza del Rojava, di superamento dell’attuale disastrosa situazione. Molti gli slogan in curdo (credo in kurmanji) lanciati dalla comunità curda bresciana, e ripresi, per quanto possibile, anche dagli italiani “autoctoni”. Tutti gli interventi al microfono, sia prima della partenza del corteo che alla fine, hanno sottolineato l’importanza della difesa dell’unica esperienza progressista e socialisteggiante del Medio Oriente, non a caso attaccata (o comunque isolata) un po’ da tutti gli stati del mondo, ad ovest come ad est. Uno dei pochi “successi” (al di là dei limiti, oggettivi e soggettivi) nel quadro desolante della marea guerrafondaia e d’estrema destra che sta impestando il pianeta. Molti dei partecipanti erano dell’area del CS “Magazzino 47 (l’organizzazione che si è fatta maggiormente carico della mobilitazione), ma c’era un discreto numero di militanti dei COBAS, dell’Associazione Italia-Cuba, di Rifondazione Comunista e di Brescia Anticapitalista, oltre a molti compagni senza appartenenze “partitiche” o sindacali. Totalmente assenti le componenti “campiste” della sinistra bresciana e, purtroppo, anche la comunità araba e palestinese, indubbiamente influenzata dalle vere e proprie calunnie (o nel migliore dei casi dalle interessate narrazioni pro domo sua) diffuse dai media arabi e in generale islamici. Non ci si aspettava certo un corteo paragonabile a quelli enormi contro il genocidio sionista che, tra settembre ed ottobre, hanno attraversato Brescia e le altre città d’Italia. Il silenzio assordante dei media sull’aggressione dei regimi siriano e turco contro il Nordest siriano autonomo spiega in buona parte queste difficoltà. D’altra parte i numeri, seppur migliori rispetto alle aspettative, erano ben lontani anche dai cortei pro-palestinesi tra l’ottobre 2023 e l’estate 2025, che erano mediamente tre o quattro volte più partecipati (e a volte molto di più). Probabilmente l’immagine delle donne gazawi velate, inermi, che piangono i loro figli assassinati smuove molte più coscienze di quella delle orgogliose combattenti delle YPJ, a testa alta e scoperta, che imbracciano un kalashnikov davanti ad una bandiera con la stella rossa. Ma saranno queste ultime, forse, a cambiare la storia del Medio Oriente.
Flavio Guidi
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