di Alessio Lamparelli
21 gennaio 1921.
Quella mattina pioveva a Livorno.
I delegati comunisti lasciarono il Teatro Goldoni cantando l’Internazionale, scortati dai Carabinieri, mentre gruppi di operai scendevano dalle gallerie per accompagnarli.
Li guidava un ingegnere napoletano di 31 anni. Aveva appena pronunciato le parole che spaccarono in due la storia: “I delegati che hanno votato la mozione della frazione comunista abbandonino la sala.”
Si chiamava Amadeo Bordiga.
Oggi tutti celebrano quella data come la nascita del “partito di Gramsci”. C’è un problema: Gramsci non prese mai la parola. Passò il congresso, come documenta il filmato dell’epoca, “rintanato nel suo palco.” Non fu eletto nella direzione. Era “poco conosciuto fuori Torino.”
Togliatti non era nemmeno presente.
Il nuovo partito nacque in un teatro in rovina.
Il San Marco era stato usato come deposito militare durante la guerra. Il tetto marcio, le finestre senza vetri. Pioveva dentro. I delegati stavano in piedi sotto gli ombrelli aperti, per ore, mentre fuori la polizia sorvegliava.
In quello squallore nacque quello che sarebbe diventato il più grande partito comunista d’Occidente.
Ma non sarebbe rimasto il loro partito.
L’Esecutivo eletto quel giorno:
Amadeo Bordiga, ingegnere
Bruno Fortichiari – quello che nel 1914 aveva firmato l’espulsione di Mussolini dal PSI.
Luigi Repossi, operaio tornitore cresciuto in miseria.
Ruggero Grieco, agronomo pugliese orfano a sette anni.
Umberto Terracini, avvocato torinese.
Cinque uomini.
Entro dieci anni*, quattro su cinque sarebbero stati espulsi dal partito che avevano fondato.
Due mesi prima l’Italia era in fiamme.
Settembre 1920. Mezzo milione di operai occupa le fabbriche. Torino, Milano, Genova – i cancelli chiusi dall’interno, le bandiere rosse sui tetti, i consigli operai che decidono la produzione. Per un attimo la rivoluzione sembra possibile.
Poi il PSI si tira indietro. Trattare, mediare, “essere responsabili.”
E il fascismo arriva a riempire quel vuoto.
La scissione di Livorno nasce da quel tradimento. Chi fonda il partito sa una cosa: o rivoluzione o niente.
Tutti espulsi tranne Grieco: l’unico che rimase. Nel 1936 firmò l'”Appello ai fratelli in camicia nera.” Capite da voi cosa significa rimanere.
Ma le espulsioni non furono la cosa peggiore.
Togliatti aveva chiesto al CLN il via libera per “togliere di mezzo fisicamente” i principali internazionalisti. Erano colpevoli di “ostacolare l’inquadramento della classe operaia dietro il tricolore.”
Mandavano ragazzi manipolati a uccidere rivoluzionari chiamandoli fascisti. Compagni come
Mario Acquaviva e Bruno Fortichiari.
Primi anni Duemila. Una trattoria operaia di Milano.
Un vecchio compagno alto quasi due metri – uno di quelli che ti immagini spaccare teste ai fascisti negli anni Quaranta – racconta sottovoce la sua storia.
Lui e altri due amici, giovani, armati di revolver, erano stati mandati proprio così. “Andate ad ammazzare quel traditore fascista, Bruno Maffi.”
Entrano nella sede. Vedono Marx e Lenin alla parete. Maffi che parla di rivoluzione. Capiscono subito che qualcosa non quadra.
In dialetto milanese lui dice agli altri: “Ragazzi, sediamoci e sentiamo cosa sta dicendo.”
E fu così che passarono più di cinquant’anni di militanza. Fino a quella sera del racconto.
Quando Gramsci morì nel 1937, Togliatti tenne i suoi Quaderni per dieci anni.
Quando li pubblicò, li pubblicò censurati. Rimossi i riferimenti a Bordiga, le prove che Gramsci aveva rotto con la linea del partito, i suoi tentativi di leggere Trotsky.
Nelle Lettere dal carcere, diciotto citazioni di Bordiga furono alterate o cancellate.
Fu fabbricata una fotografia falsa: il presunto matrimonio della figlia di Bordiga, con gli sposi che salutano romanamente tra camicie nere. Un matrimonio mai avvenuto. Una foto costruita per dimostrare che il fondatore del partito comunista era fascista.
Nel 1951, su ordine diretto di Togliatti, fu scritto che Bordiga era stato “trotskista”, “simpatizzante fascista”, “sostenitore della borghesia.”
L’uomo che aveva fondato il partito accusato di essere il suo nemico.
Il teatro dove nacque il PCd’I fu demolito dopo la guerra.
La targa commemorativa parla di “ideologia di Marx, Engels, Lenin e Stalin, con l’esempio di Gramsci, sotto la guida di Togliatti.”
Bordiga non è nominato.
Fortichiari non è nominato.
Repossi non è nominato.
Acquaviva e Atti non sono nominati.
Il luogo è stato cancellato.
La memoria è stata cancellata.
Alcuni sono stati cancellati fisicamente.
E qui la storia potrebbe finire.
L’ennesimo racconto di vittime e carnefici. Di stalinisti assassini e rivoluzionari traditi.
Ma c’è qualcosa che cambia tutto.
Quelli che ancora oggi portano avanti quella tradizione – la Sinistra Comunista “italiana” – non usano mai questi nomi.
Mai.
In nessun testo. In nessun documento. In nessun anniversario.
Non per dimenticanza. Per principio.
Perché la storia non la fanno gli individui. Non esistono “grandi uomini” da celebrare. Il culto della personalità – quello di Stalin, ma anche quello di Lenin trasformato in icona – era esattamente ciò che Bordiga criticava come tradimento della rivoluzione.
Fare i nomi significherebbe cadere nella stessa trappola.
Pensateci.
Uomini che fondano un movimento.
Vengono espulsi, calunniati, assassinati.
E i loro eredi – per rispetto a ciò in cui credevano – rifiutano di pronunciarne i nomi.
I nemici li hanno cancellati per interesse.
I continuatori li hanno taciuti per fedeltà.
Il risultato è lo stesso: il silenzio.
Il significato è opposto.
Conoscete un altro esempio simile nella storia?
Uomini perseguitati e uccisi, e i cui eredi – proprio perché li rispettano – rifiutano di ricordarli?
Io no.
È una coerenza che non appartiene alla politica. Appartiene a qualcosa che la nostra epoca non sa più nemmeno concepire.
Oggi ogni leader vuole il nome sui manifesti.
Ogni intellettuale vuole la firma sulle idee.
Ogni militante vuole essere ricordato.
Loro no.
104 anni fa, in un teatro che non esiste più, sotto una pioggia che entrava dal tetto, un gruppo di uomini credette che il mondo stesse per cambiare.
Furono sconfitti.
Furono espulsi.
Furono calunniati.
Alcuni furono ammazzati – non dai fascisti, dai “compagni.”
Poi furono dimenticati. Due volte.
La prima per odio.
La seconda per amore.
E forse è esattamente quello che avrebbero voluto.
*In realtà Terracini fu espulso nel 1939 (e riammesso nel “nuovo PCI” alla fine del1944) [FG]
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