di Enio Minervini
Pubblichiamo le posizioni di Sinistra Anticapitalista e del Partito Comunista dei Lavoratori sul Referendum di marzo.
La “riforma” Nordio ignora volutamente i tempi della giustizia e la disastrosa condizione carceraria. Come ogni gesto del governo Meloni serve solo a deformare la cornice dei diritti e i rapporti di forza tra le classi [Enio Minervini]
I problemi più gravi della giustizia italiana sono due:
- i tempi della giustizia, sia penale che civile, che consentono ai più forti, attraverso il patrocinio di costosi avvocati, di negare giustizia procrastinando i processi e, anche in sede civile, negando diritti ai più fragili, sia nei rapporti di lavoro che nella vita civile quotidiana;
- lo stato disastroso delle carceri, il sovraffollamento e la presenza, strettamente legata al primo punto, di un numero abnorme di detenuti per reati facenti riferimento direttamente a disagio economico o sociale, spesso in attesa di giudizio per anni.
Pertanto i problemi più gravi della giustizia italiana sono problemi che affliggono le classi sociali meno abbienti a vantaggio dei più forti.
Ed allora la prima riflessione da fare è che è assolutamente evidente come la riforma della Giustizia del Governo Meloni non tocchi minimamente questi due punti, per ammissione, si noti, dello stesso Ministro Nordio.
D’altronde, in questa materia come in tutte le altre, il segno sociale del Governo delle destre non è certo quello di sollevare gli afflitti ed affliggere i potenti, ma l’esatto contrario. Ogni ragionamento tecnico sul merito della “riforma”, infatti, deve comunque avere la capacità di unire i puntini, ovvero di collegarsi alle ripetute manomissioni del governo Meloni della Costituzione (l’Autonomia differenziata e, in prospettiva il premierato) ma anche alle forzature dei limiti, già molto angusti, all’esercizio del conflitto sociale, alla libertà di movimento dei migranti, agli stili di vita oltre che agli attacchi alle condizioni di lavoro delle classi subalterne.
Dunque quali sono i pilastri della riforma e quale ne è il segno autentico sulla base del quale orientarsi per un sì o un no al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo prossimi?

- La separazione delle carriere. È il punto più conosciuto e su cui il dibattito spesso di concentra, eppure sembra essere quello ad impatto più limitato. Con le norme attuali la possibilità di passaggio dal ruolo della magistratura requirente a quella giudicante, o viceversa, è limitatissimo. Oltre il 99% dei magistrati svolge il medesimo ruolo per tutta la carriera lavorativa. Il rilievo pratico della riforma è pertanto sotto l’1%.
Rimane caso mai una considerazione teorica da fare: immaginare e spingere, sul drammatico modello americano, la magistratura requirente non più come un corpo dello Stato con una cultura di terzietà nei confronti dell’indagato, ma come una sorta di avvocato dell’accusa, vuol dire di per sé minare le garanzie di giustizia nel processo. Un tema per ora teorico, ma in relazione ai punti che seguono, assume caratteri pratici inquietanti.
- I metodi di elezione dei membri del CSM. Attualmente sono eletti. Nello specifico, per due terzi sono magistrati “togati” eletti da tutti i magistrati, per un terzo sono “laici”, cioè professori universitari di diritto e avvocati esperti, eletti a maggioranza qualficata dal Parlamento. A questi si aggiungono il Presidente della Repubblica che lo presiede oltre al primo Presidente e al Procuratore generale della Cassazione.
La riforma Meloni/Nordio prevede invece che siano sorteggiati. I “togati” saranno sorteggiati dall’elenco di tutti i magistrati in servizio d’Italia (sic!). I “laici” saranno sorteggiati da una lista che, preparata dal Parlamento, avrà chiaramente una derivazione dalla maggioranza di Governo in carica.
Qual è il significato profondo di questo cambiamento e perché è evidente che in questo modo il Governo potrà creare le condizioni per un controllo sulla magistratura più forte che oggi, piegandola alle proprie esigenze?
Il sorteggio rende inevitabilmente meno autorevole i componenti nominati. Non c’è merito in una lotteria. Ma soprattutto il sorteggio toglie responsabilità in quanto rende il sorteggiato totalmente disancorato da un pensiero, da una cultura, da un progetto di miglioramento delle cose su cui esercita il suo ruolo. Non si è vincolati da nulla e da nessuno e si esercita il proprio potere a piacimento. Ma soprattutto, si ponga mente alle differenze della composizione della platea da cui si sorteggiano i membri togati e quelli laici. Questi ultimi saranno, come detto, sorteggiati da una lista gestita dalla maggioranza di Governo. Avranno pertanto una omogeneità di vedute e possibilità di coordinamento reciproco, oltre che un debito di riconoscenza per il potere che gli ha donato la possibilità di essere sorteggiati.
I magistrati togati, invece, sorteggiati a caso dall’elenco di tutti i magistrati e le magistrate d’Italia, saranno monadi piovute casualmente nel CSM, senza un senso, un progetto né relazioni in grado di difendersi dai ben più agguerriti membri laici di ispirazione governativa.
Questo aspetto crea già le prime, ma non uniche, condizioni per un controllo della maggioranza governativa sulla magistratura.
- L’Alta Corte Disciplinare. Questo organismo è creato ex novo dalla riforma Nordio e sostutuisce, nell’azione disciplinare verso i magistrati, i ruoli attualmente a carico del CSM. Quali sono le caratteristiche principali e i punti critici?
- Di questa Corte potranno far parte, per la parte “togata” solo magistati di Cassazione escludendo clamorosamente tutti i magistrati e magistrate che svolgono questo ruolo ogni giorno in tutta Italia. Il che vuol dire creare una magistratura di serie A ed una di serie B, dove la “supremazia” della Cassazione non è una “primazia” funzionale al sistema processuale ma diventa disciplinare e, per certi versi, ontologica. Questo ambito crea una forma di dipendenza interna alla magistratura che ritengo non sia giustificabile.
Ai membri togati si affiancano i membri “laici”, alcuni nominati dal Presidente della Repubblica, altri sorteggiati da un elenco predisposto dal Parlamento.
- La riforma rimanda alla legge ordinaria la composizione dei collegi dell’Alta Corte Disciplinare. I magistrati requirenti e giudicanti devono essere rappresentati, ma nulla impedisce che siano in stretta minoranza nel singolo collegio. In tal caso la funzione disciplinare nei confronti dei magistrati sarebbe facilmente sotto il controllo della maggioranza governativa anche con funzione intimidatoria, accentuandone il controllo.
- Se la riforma passasse, il ricorso contro una sanzione disciplinare a carico di un magistrato non sarebbe più esercitabile presso un organo terzo come la Corte di Cassazione, come oggi avviene, ma sarebbe di competenza della medesima Alta Corte disciplinare che ha comminato in prima istanza la sanzione, con evidente autoreferenzialità dell’organo.
Quale disegno complessivo emerge dall’analisi, per quanto possibile sintetica, di questi singoli aspetti.
Una magistratura sotto il controllo del governo, con la parte requirente non più collegata per appartenenza e carriera a quella giudicante, quindi delineata come una sorta di “avvocatura dell’accusa” e non come organo terzo vincolato alla ricerca di prove anche a favore dell’accusato; una magistratura quindi forte con i deboli, ma al tempo stesso debole con i forti, ed anzi soggetta al controllo del potere governativo e all’azione disciplinare e organizzativa delle derivazioni del potere medesimo. Come oggi, probabilmente, ma anche molto più di oggi e in maniera più efficace.
Un esempio tra i tanti: un caso che scotta, che coinvolge pezzi di potere politico e di governo, magari per gravissimi fatti di corruzione diventa per un magistrato un caso che potrebbe sottoporlo al controllo disciplinare di una Corte fortemente condizionata da quello stesso potere su cui deve esercitare giustizia.
In ogni caso, nessuno dei problemi più gravi che affliggono il sistema di giustizia italiano, come scritto all’inizio di questo articolo, viene toccato, affrontato, e tanto meno risolto.
Per questi motivi, il 22 e 23 marzo occorre VOTARE NO alla riforma costituzionale della destra italiana.
Il nostro no al referendum sulla giustizia
Da comunisti, non da “costituzionalisti”, o peggio ancora da… manettari
16 Gennaio 2026
Ci pronunciamo per il no al referendum confermativo sulla riforma costituzionale dell’ordine giudiziario promossa dal governo Meloni. Ci impegniamo per il successo del no in un rapporto di fronte unico con altre organizzazioni del movimento operaio (politiche, sindacali, associative, di movimento). Ma lo facciamo partendo da un punto di vista indipendente, classista, anticapitalista, e quindi coerentemente democratico. Senza subordinazioni e genuflessioni alla magistratura borghese e alla retorica costituzionale che l’accompagna.
LA COMUNE DI PARIGI: ELEZIONE E REVOCABILITÀ DEI GIUDICI
Siamo comunisti, non liberali. Non idolatriamo la tripartizione dei poteri come espressione della “democrazia”. Non confondiamo la democrazia borghese con una fantomatica democrazia pura al di sopra delle classi, che in realtà non esiste in nessuna parte del mondo e non è mai esistita nella storia, se non nella testa dei cantori del liberalismo e delle sinistre a questi subalterne.
L’attuale organizzazione della società si basa sulla dittatura dei capitalisti contro la classe lavoratrice e la maggioranza della società. Lo constatiamo ogni giorno. La democrazia borghese è l’involucro democratico di questa dittatura: un paradiso per i ricchi e un inganno per i poveri e gli sfruttati, come diceva Lenin.
Naturalmente non siamo indifferenti alle forme d’esercizio della democrazia borghese, cioè agli spazi e ai diritti di espressione, di organizzazione, di lotta della classe operaia e dei settori oppressi della società. Li difendiamo anzi incondizionatamente da ogni attacco e involuzione reazionaria. Ma sempre partendo da un interesse e da una prospettiva indipendenti. Che è alternativa alla democrazia borghese perché rivendica una democrazia dei lavoratori e delle lavoratrici. Un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione: una democrazia vera in cui la maggioranza della società possa davvero decidere del proprio futuro, attraverso le proprie forme di autorganizzazione democratica e di massa, sulla base della concentrazione nelle proprie mani delle leve fondamentali dell’economia.
In una democrazia vera non ha posto una casta giudiziaria indipendente dalla classe lavoratrice. Non a caso, la Comune di Parigi cancellò il vecchio ordine giudiziario introducendo l’elezione e revocabilità dei giudici da parte del popolo. La Costituzione sovietica del 1918 riaffermò i principi della Comune di Parigi. Il programma internazionale dei comunisti del 1919 rivendicò, nel nome della Comune e dei soviet, la elezione e revocabilità dei giudici. Facciamo nostra questa prospettiva.
MAGISTRATURA E DEMOCRAZIA BORGHESE NELLA STORIA ITALIANA
Non esiste una magistratura al di sopra delle classi sociali. Come non sono al di sopra delle classi né il governo né il Parlamento.
La magistratura applica la legge, e la legge tutela in ultima istanza i diritti di proprietà, cioè i diritti di sfruttamento. Il fatto che la Costituzione “democratica” evochi la parità dei diritti, la tutela del lavoro, il diritto alla casa e alla salute… non cambia il principio di realtà. Semmai dimostra l’ipocrisia della democrazia borghese: la sua funzione di mascheramento retorico dei rapporti sociali reali.
Per realizzare i principi progressivi della Costituzione occorre rovesciare i rapporti di proprietà che la stessa Costituzione borghese tutela. Non può farlo la magistratura, ma solo la classe operaia. E solo con una rivoluzione.
L’indipendenza dell’ordine giudiziario dal potere esecutivo (governo) e dal potere legislativo (parlamento) – anche nella misura che sia davvero tale – non fa della magistratura borghese uno strumento della classe lavoratrice. La classe lavoratrice non esercita alcun controllo sulla magistratura.
Per status sociale, reddito, ambiente, tradizione, la magistratura è a tutti gli effetti una corporazione dello Stato borghese. Così è sempre stato nella stessa storia d’Italia. Fu così nell’Italia liberale prefascista. Così fu durante il ventennio mussoliniano. Così fu nell’Italia postfascista e costituzionale, quando proprio la salvaguardia e restaurazione della magistratura da parte del ministro della Giustizia Palmiro Togliatti fu uno dei passaggi decisivi della ricostruzione dello Stato borghese dopo il crollo del fascismo. L’amnistia per gli aguzzini fascisti e la persecuzione dei partigiani ne fu un indimenticabile risvolto, così come la repressione giudiziaria e poliziesca contro le lotte dei lavoratori degli anni ’50, e poi contro la ribellione del ’68 e dell’autunno caldo.
Naturalmente questo non significa che lo Stato borghese, nei suoi diversi poteri, sia impermeabile alla lotta di classe. Sotto la pressione della lotta di classe un governo borghese può fare concessioni, un parlamento borghese può varare qualche misura progressiva, la magistratura borghese può allentare la propria severità. È ciò che accadde in Italia nei primi anni ’70, come sottoprodotto della grande ascesa di massa e di un nuovo rapporto di forze tra le classi. Ma fu una parentesi breve. La legislazione speciale “antiterrorismo” negli ultimi anni ’70 e negli anni ’80 realizzò una nuova stretta antidemocratica e reazionaria. La magistratura borghese ne fu strumento e garante.
LA NUOVA DINAMICA TRA POTERI DELLO STATO NELLA SECONDA REPUBBLICA
Con la caduta della prima repubblica nei primi anni ’90 si aprì una nuova dinamica tra i diversi poteri dello Stato. La gestazione della seconda repubblica vide un ruolo centrale della magistratura borghese. Le grandi inchieste giudiziarie contro la corruzione del sistema dei partitì (Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano in primis) furono un atto costituente del nuovo equilibrio istituzionale. Non innocente.
Dopo il crollo del Muro di Berlino e lo scioglimento del Partito Comunista Italiano, la grande borghesia italiana cercava una nuova rappresentanza politica e un nuovo ordinamento istituzionale, all’insegna della governabilità della stretta antioperaia che si preparava, e del processo dell’Unione Europea. La cancellazione della legge elettorale proporzionale, il varo dei sindaci-podestà e dei governatori regionali, accompagnarono non a caso lo smantellamento progressivo delle conquiste operaie degli anni ’70.
Le iniziative giudiziarie della magistratura dei primi anni ’90 (Mani pulite) si posero all’interno di questo scenario complessivo. Ed ebbero un effetto indubbio di trascinamento negli anni successivi sui rapporti di forza tra poteri dello Stato. Il peso specifico della magistratura borghese e della sua iniziativa crebbe significativamente, con ricadute sulla politica borghese e sulla nuova alternanza di governo tra poli borghesi, centrosinistra e centrodestra. Lo scontro fra la magistratura e Berlusconi negli anni ’90 e 2000 fu un riflesso di questa dinamica, come lo fu il tendenziale fiancheggiamento del centrosinistra liberale da parte dell’ordine giudiziario.
LA RIFORMA MELONI AL SERVIZIO DI UN PROGETTO BONAPARTISTA
L’attuale riforma dell’ordine giudiziario da parte del governo Meloni punta a risolvere il braccio di ferro tra governo borghese e magistratura borghese a vantaggio del potere esecutivo. Un governo a guida postfascista mirato a un progetto organicamente bonapartista vuole ridimensionare il peso specifico della magistratura borghese nella costituzione materiale dello Stato, per affermare il potere preminente del governo. Cioè il proprio potere.
Tutta la retorica di accompagnamento della “riforma” è emblematico: “il potere appartiene al popolo e dunque al governo che il popolo ha eletto. La magistratura intralcia e limita questo potere, in fatto di immigrazione (centro di smistamento in Albania), in fatto di politica industriale (caso Ilva), in fatto di infrastrutture (ponte sullo Stretto)..? Ebbene questo intralcio va eliminato. Contro il potere dei giudici affermiamo il potere del popolo”.
A questo fine il governo Meloni marcia a passo di carica. Ha varato una riforma costituzionale senza passare per un reale dibattito parlamentare, caso unico nella storia repubblicana. Punta a disarticolare l’organizzazione interna del potere giudiziario sciogliendo il Consiglio Superiore della Magistratura e dando vita a tre organismi distinti; introduce il sorteggio della rappresentanza togata all’interno di tali organismi, minando l’autogoverno della corporazione; sposta a vantaggio della rappresentanza politica di governo l’equilibrio con la rappresentanza togata all’interno di ognuno dei nuovi organismi…
La risultante d’insieme è evidente: mettere il governo al riparo da ogni possibile intralcio giudiziario; superare definitivamente la contraddizione irrisolta tra poteri dello Stato apertasi dopo Tangentopoli in direzione del primato assoluto dell’esecutivo, ad ogni livello istituzionale; sgombrare la via del premierato nazionale.
LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE: UNA BANDIERA IN SÉ DEMOCRATICA USATA PER UNA FINALITÀ ANTIDEMOCRATICA
Questo è il segno dominante dell’operazione. La “separazione delle carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente” (tra giudici e pubblici ministeri) è solo una sua copertura retorica. Ingannevole e paradossale.
In realtà la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici non ha in sé una valenza reazionaria, ma semmai democratica. Non a caso la tradizione del pensiero giuridico democratico, da Calamandrei a Pisapia, ha sempre rivendicato la separazione della carriere, a tutela della parità tra accusa e difesa a fronte di un giudice terzo. Del resto, che la presenza di un’unica carriera favorisca una contiguità d’ambiente tra pubblica accusa e giudici, e un condizionamento dei giudici da parte della pubblica accusa a scapito della difesa, è rivelato ad esempio dal peso abnorme delle custodie cautelari: decine di migliaia di imputati in attesa di giudizio schiaffati in galera, su avallo dei giudici delle indagini preliminari sotto la pressione dei PM. E si tratta per lo più di poveracci.
Da un punto di vista classista, e anche solo democratico, non è una situazione difendibile per i comunisti. Come non è difendibile, ad esempio, l’attuale appellabilità delle sentenze di assoluzione (Garlasco docet): come può esservi una sentenza di condanna “senza ragionevole dubbio” dopo che un imputato è stato assolto in primo grado? Potremmo continuare.
Per questo non ci accodiamo alla retorica giustizialista alla Travaglio cui si subordina tanta parte del liberalismo borghese e buona parte della stessa sinistra cosiddetta radicale: quella retorica che presenta il PM come garante della “giustizia” e della “Costituzione”. Non siamo manettari e non diventeremo manettari alla coda di una corporazione borghese.
IL NOSTRO NO A UN GOVERNO REAZIONARIO
Il punto è che il governo agita strumentalmente una bandiera paradossalmente “democratica” per perseguire e mascherare il proprio disegno reazionario: quello dei pieni poteri nelle mani dell’esecutivo. Ed è indubbio che, al di là dello stesso contenuto di merito della riforma, un successo del governo Meloni nel referendum rafforzerebbe enormemente il suo disegno politico generale. Il disegno che ha nel premierato il proprio baricentro. Del resto, l’esperienza del trumpismo negli Stati Uniti dimostra che tutti i progetti e i regimi bonapartisti mirano ai pieni poteri, anche contro altri poteri della Stato, inclusa la magistratura borghese.
Per questo le ragioni democratiche del no al referendum contro il governo Meloni prevalgono su ogni altra considerazione. E impegnano i marxisti rivoluzionari nella battaglia referendaria, in piena autonomia dalla magistratura borghese ma senza riserve.
Partito Comunista dei Lavoratori
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