di Massimo Caterini

Da una prospettiva marxista, il punto più interessante e allo stesso tempo più problematico non è soltanto l’uso strumentale dell’islamismo da parte dell’estrema destra, ma il fatto che una parte della sinistra cosiddetta antagonista finisca per utilizzare una valutazione sorprendentemente simile, pur partendo da presupposti dichiaratamente opposti. Questa convergenza non è accidentale, è il prodotto di una crisi teorica profonda, in cui l’anti-imperialismo sostituisce l’analisi dei rapporti di classe e diventa criterio quasi esclusivo di giudizio politico.

Nell’estrema destra metapolitica e terzaposizionista, l’islamismo non è mai visto come movimento di emancipazione sociale, ma come forza civilizzazionale capace di opporsi all’Occidente liberale. Alain de Benoist lo afferma in modo esplicito quando sostiene che «l’Islam è oggi una delle poche grandi forze capaci di opporsi all’omogeneizzazione liberale del mondo». In questa formulazione, ciò che conta non è il contenuto sociale o di classe dell’islamismo, ma la sua funzione di argine all’universalismo occidentale, all’individualismo e al liberalismo. Il capitalismo non viene analizzato come rapporto sociale di sfruttamento, bensì come espressione culturale dell’Occidente moderno. L’islamismo diventa così un simbolo di resistenza identitaria, non un’alternativa materiale al capitale.

Aleksandr Dugin spinge questa logica ancora più avanti quando, nella sua visione eurasiatista, afferma che «l’Islam politico, nella sua opposizione all’egemonia americana, è parte del fronte multipolare contro l’impero liberale». Qui l’islamismo viene apertamente collocato in un fronte geopolitico, dove il discrimine non è più tra capitale e lavoro, ma tra Occidente e anti-Occidente. Anche in questo caso, il carattere interno dei movimenti islamisti, autoritario, patriarcale, spesso ferocemente anticomunista, viene sospeso o rimosso, perché ciò che conta è esclusivamente contro chi combattono.

Questa stessa sospensione del giudizio materiale ricompare, in forma speculare, in una parte della sinistra antagonista, che si presenta come internazionalista ma lo è in modo solo apparente. In testi e documenti legati all’area internazionalista radicale, come quelli de Il Pungolo Rosso e del SI Cobas, la centralità viene assegnata alla lotta contro l’imperialismo e all’unità dei proletari, ma senza una distinzione netta tra masse oppresse di tradizione islamica e islamismo politico come ideologia. In un contributo del SI Cobas si legge, ad esempio, che è necessario «battersi contro l’islamofobia occidentalista imperante, battersi per l’unità tra proletari e proletarie arabi e islamici e proletari autoctoni», perché questo darebbe «un contributo di grande importanza alla ripresa del movimento rivoluzionario internazionale e internazionalista». Qui l’intento è chiaramente quello di contrastare la divisione razzista della classe, ma l’islamismo non viene mai analizzato come possibile forza reazionaria interna alle classi subalterne. Questa posizione rende il loro presunto internazionalismo “falsamente internazionalista”, perché privilegia l’alleanza contro l’Occidente rispetto alla valutazione concreta dei rapporti di classe.

Un passaggio analogo emerge nei testi sul conflitto palestinese, dove Il Pungolo Rosso insiste sul fatto che la lotta di liberazione debba essere letta come lotta contro colonialismo e imperialismo, e che rifiutarla significhi «subire l’egemonia dei poteri imperialisti». Anche in questo caso, il criterio decisivo non è il progetto sociale delle forze in campo, ma la loro collocazione nel conflitto globale con l’Occidente. L’islamismo, o le forze che ne sono attraversate, vengono così assolte politicamente in quanto parte del fronte degli oppressi.

Dal punto di vista marxista, è proprio qui che si manifesta la convergenza più inquietante. Quando l’estrema destra afferma che l’islamismo è una barriera contro l’impero liberale e quando una parte della sinistra si presenta come internazionalista ma finisce per difendere l’islamismo come forza anti-imperialista, la struttura del discorso diventa sorprendentemente simile. In entrambi i casi, il giudizio politico non passa più attraverso l’analisi dei rapporti di produzione, dell’organizzazione del lavoro, dell’autonomia proletaria o dell’emancipazione delle donne, ma attraverso un criterio esterno, l’opposizione all’Occidente.

Per la destra radicale questo serve a legittimare una visione del mondo gerarchica, identitaria e autoritaria; per la sinistra falsamente internazionalista serve a colmare il vuoto lasciato dalla sconfitta storica del movimento operaio internazionale. Ma il risultato teorico è analogo: l’islamismo diventa un feticcio politico, non un oggetto di analisi materialista. Esso viene idealizzato come forza altra, capace di rompere l’egemonia occidentale, mentre la sua funzione reale nei rapporti sociali viene messa tra parentesi.

Una critica marxista coerente deve invece rompere questa simmetria. Difendere i proletari di fede islamica dall’islamofobia e dalla repressione statale è un compito elementare dell’internazionalismo, ma questo non implica attribuire all’islamismo politico un carattere progressivo o antifascista. Quando la sinistra rinuncia a questa distinzione, finisce paradossalmente per condividere con la Terza Posizione lo stesso errore di fondo: sostituire la lotta di classe con una narrazione geopolitica, in cui il nemico principale non è il capitale, ma una civiltà astratta chiamata Occidente. È proprio in questo slittamento che si misura, più che una convergenza politica, una comune sconfitta teorica.


Scopri di più da Brescia Anticapitalista

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.