Riprendiamo da “Battaglia Comunista”
Pubblichiamo di seguito il contributo di alcuni compagni su questioni fondamentali dello schieramento di classe e quindi della lotta anticapitalista, per il comunismo. Da angolazioni diverse, trattano degli stessi argomenti, articolando una critica puntuale delle posizioni che imperversano nella cosiddetta sinistra: sinistra sì, ma del capitale. La sua prospettiva, infatti, la colloca su uno dei fronti imperialisti già formati o in formazione: tale posizionamento è una delle eredità più tossiche e letali della controrivoluzione staliniana. Questa sinistra, attivissima contro la strage immane e la violenza esercitate dallo stato israeliano in Palestina, ma in un’ottica borghese, per la stessa ottica rimane muta o quasi di fronte alla violentissima repressione attuata dal fascio-islamismo degli ayatollah in Iran: un’altra vergogna che si aggiunge alle altre collezionate nella sua storia controrivoluzionaria.
Campisti
Dicono che è un termine inflazionato e di moda e lo rifiutano, ma rientrano in pieno in questa definizione. Si parla di loro già da un po’, fin dagli inizi della guerra in Ucraina. Credono di essere antimperialisti, ma dei caratteri dell’imperialismo almeno così come li intendeva Lenin, non hanno capito un acca. Ci dicono che bisogna attualizzare il marxismo ma non sanno neanche loro esattamente cos’è cambiato al punto di spingerci a farlo e a dire il vero, i loro tentativi di attualizzarlo sono esclusivamente mirati a stravolgerlo e svuotarlo di contenuto. Individuano negli Stati Uniti l’unico imperialismo a livello planetario, non vedono la presenza di un blocco antagonista Cina-Russia-Iran con progetti di dominio globale che punta esattamente come loro a mercati, materie prime, fonti energetiche e spazi di influenza, ragionano riducendo il tutto a una questione di buoni contro cattivi e in ultima analisi fanno semplicemente il tifo per coloro i quali vorrebbero si sostituissero agli attuali signori della Terra. Per loro la lotta di classe è acqua passata, parlano per nazioni o per aree geopolitiche, termine che adorano particolarmente. Alcuni di loro, i più folli, danno a queste aree nomi ben precisi, come Eurasia. Probabilmente credono di giocare a Risiko e non capiscono che questo tifo per uno o per l’altro schieramento della borghesia a livello mondiale è un po’ come tifare per quale becchino ti seppellirà. Non stai dalla parte di Putin? Sei filo occidentale. Non stai da quella di Zelensky? Sei filo russo. Non stai coi Mullah o con Hamas? Sei sionista. Ti fa schifo Netanyahu? Sei coi terroristi islamici. Si può continuare per ore. E in questo tragico Risiko la vittima è la classe proletaria, al netto di coloro che le ordinano da quale parte stare. Ma loro continuano a non capire o a fare finta di non capire che fanno solamente il gioco di un padrone piuttosto che dell’altro e che l’unica via di uscita è rifiutare questo modo di pensare e di gettarlo nella spazzatura della storia in quanto prodotto della rinuncia alla lotta di classe e prodotto della penetrazione del nazionalismo all’interno del movimento operaio con la stessa entità corrosiva di un tumore. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, perché se ci fosse la presenza di un movimento realmente antagonista al capitalismo in ogni sua forma – istituzionale o religiosa che sia – per queste posizioni di merda non ci sarebbe spazio e i lavoratori salariati lotterebbero tutti insieme, al di là di ogni tentativo di dividerli, per la loro classe di appartenenza…non per patrie da superare o abbattere, e tantomeno per preti, rabbini o mullah. Mi stavo scordando di dare un nome a questi strani quanto beceri esemplari di animale politico: si chiamano, li chiamano CAMPISTI
La Vespa rossa
CRISI, IMPERIALISMO, LOTTA DI CLASSE
La fase storica attuale è segnata dall’ingresso pieno del capitalismo mondiale in una crisi strutturale che non è più ciclica né transitoria. La caduta tendenziale del saggio medio di profitto, aggravata dall’aumento della composizione organica del capitale, dalla saturazione dei mercati e dall’incapacità del sistema di valorizzarsi senza distruzione massiccia di valore, ha reso cronica l’instabilità dell’intero ordine capitalistico. In questo contesto, le contraddizioni non si risolvono attraverso riforme o riequilibri, ma si accumulano e spingono gli Stati verso forme sempre più aggressive di competizione.
La concorrenza tra capitali si traduce inevitabilmente in concorrenza tra Stati. La retorica del multipolarismo, presentata come superamento dell’egemonia unipolare e come apertura di nuovi spazi di autonomia, è in realtà la forma ideologica di questa competizione generalizzata. Non rappresenta un’alternativa progressiva all’imperialismo, ma la configurazione instabile di un sistema che non riesce più a garantire un ordine unitario e prepara lo scontro armato come strumento di regolazione. Ogni polo imperialista, vecchio o emergente, risponde alla crisi rafforzando il controllo interno, militarizzando la società, disciplinando il lavoro e intensificando la repressione preventiva contro ogni forma di conflitto sociale.
La guerra, in questo quadro, non è una deviazione della politica né il frutto di scelte irrazionali di singoli governi. È uno sbocco strutturale della crisi del capitale quando i meccanismi ordinari di valorizzazione e mediazione risultano insufficienti. La preparazione alla guerra mondiale non avviene solo sul piano militare, ma attraversa l’intero tessuto sociale: politiche economiche di sacrificio, compressione salariale, smantellamento del welfare, controllo poliziesco, criminalizzazione del dissenso. La classe lavoratrice è chiamata ovunque a pagare il prezzo della crisi, prima in termini di peggioramento delle condizioni di vita, poi come forza produttiva e, infine, come carne da cannone.
È in questo contesto che il campismo e il multipolarismo svolgono una funzione ideologica decisiva. Essi disarmano politicamente il proletariato, spostando il terreno dello scontro dalla lotta di classe alla scelta tra Stati. Chiedono ai lavoratori di identificarsi con una nazione, con una sovranità, con un “campo” geopolitico, e di accettare sacrifici e repressione in nome di un interesse nazionale che non è il loro. Il proletariato viene così trasformato in retrovia produttiva della guerra, educato alla disciplina e alla subordinazione, mentre ogni conflitto interno viene delegittimato come destabilizzante o come manovra del nemico esterno.
Le rivolte sociali che esplodono in diversi contesti, come quelle in Iran, non sono anomalie né deviazioni da questo quadro, ma ne sono un prodotto diretto. Nascono quando la crisi della riproduzione materiale rende impossibile la vita quotidiana, quando lo sfruttamento, la repressione e l’umiliazione diventano insostenibili. Proprio per questo entrano in collisione con la preparazione bellica degli Stati, che richiede ordine interno, consenso forzato e assenza di conflitto. La loro repressione non è quindi accidentale, ma necessaria dal punto di vista dello Stato. La loro delegittimazione come “complotto imperialista” serve a cancellarne il contenuto di classe e a giustificare la violenza statale.
Attribuire queste rivolte esclusivamente all’azione di potenze esterne significa rovesciare la realtà materiale. I servizi segreti possono infiltrare, deviare, strumentalizzare, ma non possono creare dal nulla movimenti di massa. Le insorgenze nascono dalle condizioni oggettive della crisi e dallo scontro diretto tra classi. Il complottismo geopolitico non è analisi marxista, ma ideologia funzionale alla conservazione dell’ordine: assolve lo Stato, colpevolizza le masse e rafforza la logica dei campi.
La storia del movimento operaio dimostra che nessuna lotta è mai pura, lineare o priva di contraddizioni. Le rivoluzioni non nascono in condizioni ideali e non si sviluppano al riparo dalle interferenze esterne. Pretendere la purezza come criterio di giudizio equivale a rinviare indefinitamente ogni presa di posizione e, di fatto, a schierarsi con l’ordine esistente. In una fase di crisi sistemica e di preparazione alla guerra, questa posizione diventa apertamente reazionaria, perché contribuisce a disarmare politicamente la classe proprio nel momento in cui lo scontro si acuisce.
L’unica forza sociale che può interrompere la dinamica che lega crisi, competizione imperialista e guerra non è uno Stato né un blocco geopolitico, ma il proletariato organizzato come classe autonoma e internazionalista. Il compito dei comunisti non è scegliere quale imperialismo sostenere, né sospendere la lotta di classe in nome dell’emergenza geopolitica, ma rompere questa logica, stare nelle lotte reali, difendere l’autonomia di classe e lavorare alla ricostruzione di un’organizzazione comunista internazionale.
O la crisi del capitale verrà risolta attraverso la guerra tra Stati, con un nuovo ciclo di distruzione e sfruttamento, oppure verrà aperta la possibilità della guerra di classe contro il capitale stesso. Non esistono terze vie, né multipolarismi emancipatori, né campi progressivi. In un’epoca di crisi strutturale, la neutralità è impossibile: non stare con la classe significa, oggettivamente, stare con la guerra.
MO
IRAN, L’ ALTRO VOLTO DEL PROBLEMA
Il quadro delle forze imperialiste, USA, RUSSIA, CINA va tenuto insieme senza sconti, perché i diversi elementi che emergono non sono separati ma parti di un unico processo storico.
Il regime iraniano è un tipico Stato controrivoluzionario moderno: nasce da una mobilitazione reale delle masse e la utilizza per costruire un nuovo apparato di dominio di classe. Non c’è stato alcun “tradimento” della rivoluzione del ’79: il suo esito era già inscritto nella direzione interclassista e nazional-religiosa che ha schiacciato fin dall’inizio ogni autonomia proletaria. Il massacro del Tudeh [il partito comunista iraniano, ovviamente stalinista, ndr] ne è la dimostrazione storica più chiara. Quel partito non è stato distrutto per errore o per eccesso repressivo, ma perché aveva scelto la collaborazione con un potere clericale-borghese in nome dell’anti-imperialismo e della “fase democratica”. È una lezione già vista altrove: la borghesia, sotto qualsiasi bandiera, non perdona mai.
Lo stesso vale per i Mujahidin del Popolo: non comunisti, ma portatori di una possibile alternativa organizzata. Proprio per questo sono stati annientati. Il messaggio del regime è sempre stato limpido: o noi o voi. Nessuna pluralità, nessuna seconda gamba della rivoluzione, nessuna organizzazione autonoma della classe.
Quando le masse si muovono spinte dalla fame, dall’umiliazione quotidiana, dall’impossibilità materiale di vivere, la scelta non è tra vittoria e sconfitta, ma tra stare o non stare dalla loro parte. Si sta con loro anche quando la sconfitta è probabile, anche quando il prezzo sarà il carcere, la forca, i cadaveri allineati. La Comune di Parigi non conta perché ha vinto, ma perché ha mostrato fino in fondo sia la capacità di autogoverno proletario sia la ferocia senza limiti del potere borghese quando viene minacciato.
In questo quadro va letta anche la questione della spontaneità. La lotta di classe non aspetta che la coscienza organizzata sia pronta. Quando l’organizzazione è assente, distrutta o in ritardo, la storia va avanti comunque e produce forme contraddittorie, ibride, spesso destinate alla sconfitta e per di più sterile. Ma la coscienza di classe non precede sempre il movimento: anzi, spesso nasce, come forma embrionale, dentro la lotta e dentro la sconfitta, nell’esperienza diretta del nemico.
Diventa allora significativo un dato tutt’altro che secondario: nelle mobilitazioni più recenti emergono embrioni di internazionalismo e il riferimento ai consigli come forma di organizzazione. Questo non è un residuo ideologico, ma il riflesso di un bisogno materiale della classe che si muove: coordinarsi dal basso, decidere collettivamente, sottrarre l’iniziativa agli apparati. Come già accaduto in altre occasioni negli ultimi decenni, quando il proletariato ha ripreso a muoversi, le forme organizzative tradizionali vengono scavalcate.
Non è un caso che i sindacati non siano più percepiti come strumenti di organizzazione di classe. La loro funzione storica è cambiata: da organi di difesa sono diventati meccanismi di mediazione, controllo e disciplinamento, pienamente integrati nello Stato e nel capitale. Non si tratta di un problema morale o di “tradimento”, ma di funzione materiale. I sindacati insegnano a negoziare la sconfitta, a frammentare la classe per categorie, a rinchiudere il conflitto nei limiti della compatibilità economica e della legalità borghese. In questo senso non sono solo inadeguati: sono un ostacolo diretto alla presa di coscienza di classe.
Il riemergere dei consigli dimostra invece che la classe, anche dopo decenni di sconfitte e riflusso, impara dall’esperienza. Sa, istintivamente, che le strutture esistenti non la rappresentano più, sa che l’autorganizzazione non è un lusso ma una necessità vitale. Questo vale sotto un regime apertamente repressivo come quello iraniano, ma vale altrettanto nelle democrazie occidentali, dove la repressione è più sofisticata ma non meno reale.
Il compito dei comunisti non è giudicare le rivolte perché “immature” o “destinate al massacro”, ma stare dentro il movimento reale, trarne le lezioni, mantenere la continuità storica del comunismo e lavorare alla ricostruzione dell’organizzazione su basi di classe, senza frontismi, senza interclassismo, senza illusioni religiose o nazionali.
Chi oggi dice “non è il momento”, “non sono pronti”, “andranno al macello”, in realtà ha già scelto: sta dalla parte dell’ordine.
Stare con i vinti non è romanticismo, ma consapevolezza storica: la storia del proletariato non è una marcia trionfale, bensì una lunga catena di sconfitte che prepara la possibilità della vittoria. La rivoluzione non è garantita, ma senza stare nelle lotte reali è garantita solo la sconfitta permanente.