di Alessandro Esotico

Il giudizio storico arriva sempre ex post. Quando i fatti sono già accaduti, diventa facile sentenziare, catalogare, etichettare. Ancora più facile è mistificarli quando si dispone dell’avallo del potere costituito. È noto: la storia viene scritta dai vincitori, nel bene e nel male.

Di tutt’altra natura è il compito che spetta a chi la storia la fa. Le avanguardie, i gruppi rivoluzionari che emergono nei tornanti decisivi della storia, non operano con il senno di poi, ma nel pieno dell’incertezza. La loro forza sta nella capacità di cogliere la direzione del torrente degli eventi e, se possibile, di indirizzarlo.

Tra questi, senza ombra di dubbio, vi furono i bolscevichi guidati da Lenin e Trotsky.

Che Vladimir Il’ič Ul’janov sia stato un rivoluzionario è un giudizio pressoché unanime tra coloro che si definiscono comunisti. Non è certo monopolio di chi, come il sottoscritto, prova – con tutti i propri limiti – a collocarsi nella tradizione della sinistra comunista italiana. Anche gli stalinisti riconoscono in Lenin un rivoluzionario. Le strade si dividono altrove: sulla presunta continuità teorica e politica che essi rintracciano tra il dirigente della Rivoluzione d’Ottobre e il “baffone sergente d’acciaio”.

Il giudizio ex post si fonda su assunti differenti. Da un lato, vi è chi riconosce il carattere proletario della Rivoluzione d’Ottobre ma ne individua la repressione pochi anni dopo; dall’altro, chi la interpreta come l’atto di nascita del primo Stato socialista. In questa disputa, anche l’ideologia più reazionaria può lavorare indisturbata -e di fatti ha lavorato- nello smussare, deformare e screditare una causa, specie quando la marea rivoluzionaria si è ormai ritirata.

Mi chiedevo, però, quale poteva mai essere la posizione dell’attuale compagnieria nei confronti di Lenin se si fosse trovata nel 1917, quando il torrente della storia era in piena.

Qualche tempo fa stavo leggendo alcuni saggi sulla Rivoluzione d’Ottobre. Uno, in particolare, insisteva sull’apparato di propaganda antibolscevico, che accusava Lenin di essere un agente della Germania, incaricato di destabilizzare la Russia dall’interno.

Che la Germania abbia favorito e finanziato, direttamente o indirettamente, il movimento bolscevico è un dato storicamente accertato. Basti ricordare il celebre “treno piombato” che riportò Lenin in Russia.

Berlino ritenne di individuare nei bolscevichi un possibile cavallo di Troia per accelerare la disgregazione di un impero ormai in decomposizione e chiudere così il fronte orientale della guerra.

Proprio per questo, fin dal 1917, l’accusa di essere un “agente tedesco” divenne l’arma polemica centrale contro Lenin e i suoi.

Il Governo Provvisorio, i socialisti patriottici, i menscevichi integrati nell’apparato statale e ciò che restava delle strutture zariste convergevano su una medesima linea: delegittimare Lenin e i bolscevichi in nome dell’antimperialismo e della difesa nazionale.

La retorica era già allora perfettamente rodata: se una rivolta indebolisce lo Stato, allora serve il nemico; se serve il nemico, allora è reazionaria; se è reazionaria, va repressa.

Lenin comprese immediatamente la natura di questa accusa. Ma, da rivoluzionario quale era, capì anche che bisognava sfruttare fino in fondo le contraddizioni interimperialistiche. Se il capitale tedesco decise di favorire il movimento bolscevico, quest’ultimo utilizzò quelle risorse per conquistare il potere, non per asservirsi a un’altra potenza capitalistica, ma per instaurare un controllo proletario dello Stato, nella prospettiva dell’estensione internazionale della rivoluzione. A partire, significativamente, proprio dalla Germania.

Questo non è opportunismo. È metodo rivoluzionario. È lettura dialettica dei processi storici.

E se tanto mi dà tanto, non faccio fatica a immaginare questa stessa compagneria schierata, nel 1917, al fianco di coloro che difendevano la “santa madre Russia”, accusando Lenin di essere una spia, un agente del nemico.

A oltre cento anni di distanza, l’imperialismo si è ulteriormente incancrenito. Viviamo in una fase di guerra permanente, su un piano inclinato che costringe questo sistema sociale sempre più o alla rovina generale o al suo superamento.

Ora, sia chiaro: non intendo sostenere che in Iran esista una situazione anche solo lontanamente paragonabile a quella della Russia prerivoluzionaria del 1917.

Ma i presunti appoggi politici o finanziari degli Stati Uniti alle proteste iraniane spiegano forse la genesi materiale di quelle proteste? Evidentemente no.

Personalmente non mi interessa stabilire chi finanzi chi. Non sono nella stanza dei bottoni. Mi interessa schierarmi con gli oppressi, ovunque essi siano. Perché la storia della lotta di classe ci ha insegnato una cosa fondamentale: l’imperialismo è uno stadio del capitalismo, non una scelta di questa o quella borghesia.

La classe dominante non può e non vuole guardare oltre i propri interessi immediati.

Il compito dei comunisti è inserirsi nelle contraddizioni reali che il sistema produce.

Se in Iran la protesta contro l’inflazione o contro la mancanza di pane fosse persino sostenuta dagli Stati Uniti, a me importa poco. Da comunista, mi concentro sulla protesta che nasce dalla mancanza di pane.

Se in Iran la protesta contro la repressione delle donne fosse persino sostenuta dagli Stati Uniti, a me importa poco.

Da comunista, mi concentro sulla protesta che nasce dalla repressione delle donne voluta dalla teocrazia in salsa islamica.

La difesa dei preti islamici la lascio ai difensori delle sante patrie, degli “assi del bene”. La lascio a quelli che nel 1917 avrebbero volentieri impiccato Lenin, se ne avessero avuto l’occasione, e che oggi lo celebrano come padre del socialismo.

Perché ex post siamo tutti bravi. È nel movimento reale che si vede chi sta con i padroni e chi con gli sfruttati.

I campisti di oggi sono quelli che avrebbero senz’altro puntato il dito contro il treno piombato; nel mio piccolo, io provo a guardare la luna, anche se oggi nubi dense ne oscurano la vista.

Ma se non è qui che si esercita la dialettica, dove potremmo mai trovarla?


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