di Mario Gangarossa

Le fanfaronate di un palazzinaro che ha scambiato i suoi competitors mondiali per puttane da usare e licenziare a suo piacimento non deve ingannarci.

L’aggressività verbale dell’imperialismo americano non è un segno di forza ma di debolezza.

Gli Usa sono un paese in declino.

Con un debito pubblico di 38.441.088.237.227 di dollari (≈ 38,44 trilioni).

Attraversato da profonde tensioni e sull’orlo di una guerra civile.

L’assalto a Capitol Hill non può essere derubricato a “normale dialettica democratica”.

Un paese accerchiato economicamente che ha perso la sua “forza propulsiva” a cui non rimane che la forza militare per rapinare le economie “amiche”, visto che quelle nemiche si sono attrezzate per sconfiggerlo sullo stesso terreno del mercato e della “libera” concorrenza.

La guerra del Vietnam, che per gli americani durò ben 13 anni, fu l’ultima sua vera azione “espansiva”.

Una operazione politica prima che militare mirante a cambiare i rapporti di forza nella regione.

Fu una sconfitta dalla quale gli “yankee” non si riprenderanno più.

111 miliardi di $ dell’epoca – pari a circa 686 miliardi di $ attuali.

58.220 morti e 153.303 feriti.

L’Iraq prima e l’Afghanistan dopo hanno certificato l’incapacità degli Usa a trasformare in dominio diretto politico e economico l’indubbia superiorità militare.

In Iraq, la distruzione dell’apparato baatista non è stato sostituito da un altrettanto funzionale apparato “democratico”.

Lo Stato si è dissolto. I particolarismi etnici e religiosi e perfino tribali hanno preso il sopravvento. A una egemonia si è sostituita una situazione di disordine endemico.

In Afghanistan è andato peggio. La ritirata disastrosa – gestita in maniera bipartisan da democratici e repubblicani – ha lasciato l’intero paese in mano ai nemici talebani.

Gli americani quella lezione l’hanno imparata.

Non invaderanno il Venezuela ne tanto meno l’Iran.

Non sono nelle condizioni di farlo.

Oltretutto, se lo facessero, sarebbe il più grande regalo che potrebbero fare alla Cina che se ne starebbe a guardare un nemico impantanato in una guerra che potrebbe solo indebolirlo.

I circoli imperialisti nordamericani lo sanno bene.

L’ultima riunione dei “volenterosi” sostenitori di Zelensky ha visto gli Usa dare tutte le garanzie possibili, a parole, che nell’epoca dei trattati stracciati e del “diritto internazionale” sbeffeggiato hanno lo stesso valore delle garanzie che diede Berlusconi a Gheddafi.

Ma ha visto anche la loro determinazione – che risale già ai tempi di Biden – a non mettere mai piedi su suolo ucraino.

Armatevi, comprando le armi da noi, e partite.

Nella situazione che si è creata, l’imperialismo nordamericano – imperialismo in crisi e in ritirata strategica – ha una sola carta da giocarsi: il TERRORISMO.

Terrorismo, non per sostituire la loro egemonia a quella del nemico, ma per disarticolarlo e scompaginarlo.

Le ultime sue azioni sullo scenario mondiale. I bombardamenti in Iran, in Nigeria e in Venezuela non hanno lo scopo di esportare la “democrazia”, l’egemonia politica dell’imperialismo dominante.

Sono la reazione di una belva ferita, il colpo di coda di un imperialismo morente, per dirla con le parole di uno che la lotta di liberazione della sua nazione l’ha saputa fare, il ruggito di una tigre di carta.

E se in Iran si soffia sul fuoco della protesta popolare per sperare di buttare giù gli ayatollah, in Venezuela ci si accontenta delle pressioni e dei ricatti nei confronti del governo madurista che, pur decapitato, esiste ancora.

Fate quello che vi pare, purché il petrolio non lo vendete più a Cina e Russia.

Chiusi nella loro cittadella, gli imperialisti di ieri, che sentono sul collo il fiato degli imperialisti di domani, usano la loro potenza militare non più per cambiare i rapporti di forza ma per RICATTARE i potenziali alleati dei loro nemici.

Usano la tattica di Bin Laden e danno ragione a chi pensa che, nell’epoca della guerra mondiale a pezzi, l’unica garanzia per la sopravvivenza di una borghesia nazionale, di uno Stato sovrano, è munirsi di una bomba nucleare, una decina di missili intercontinentali, e rispondere al terrorismo con un terrorismo più convincente.


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