In questi giorni si sente continuamente parlare di “violazione del diritto internazionale”. Lasciando perdere gli squallidi leccapiedi (politici, giornalisti, ecc.) del principale gangster imperialista, per cui “vale fino a un certo punto”, cioè fino a quando conviene a preservare il potere dei padroni, ne parlano anche molti cialtroni dei molti governi sparsi per il mondo, e ne parlano anche molte persone di sinistra, indignate (giustamente) per ciò che è successo a Caracas. Se questo fantomatico “diritto internazionale” esistesse davvero, non solo Cuba (che ha avuto due giorni fa 32 soldati uccisi dai banditi yankee) e il Venezuela dovrebbero dichiarare, con l’appoggio dell’ONU, guerra agli USA (cosa che avrebbe dovuto fare pure l’Iran, lo Yemen, il Qatar e quasi tutti gli altri “stati sovrani” attaccati o invasi dalle varie potenze dal 1945 in poi). In realtà le penose dichiarazioni della vicepresidente venezuelana o di Diaz Canel dimostrano che, di fronte alla brutalità della violenza del più forte, questo appellarsi a questo presunto “diritto”, piegando di fatto la testa, è molto simile al belato di un agnello di fronte al lupo. Non voglio dire che sia del tutto inutile utilizzare anche questo tipo di argomenti per fare aprire gli occhi ai milioni di persone che hanno abboccato all’amo della “legalità internazionale”, ma si deve fare “cum grano salis”, senza seminare soverchie illusioni che sia possibile rispondere alla violenza del capitalismo coi mazzolini di fiori del pacifismo. A questo punto lascio la parola al compagno Massimo Caterini, dei Comitati Internazionalisti Contro la Guerra, per la Guerra di Classe. [FG]
Quando la valorizzazione entra in crisi, il diritto cade: forza, capitale e ipocrisia internazionale, di Massimo Caterini
Da una prospettiva marxista, ciò che emerge non è tanto lo scandalo dell’evento quanto l’illusione che esso infranga un ordine giuridico neutrale. Il diritto internazionale non è mai stato un principio universale sopra le parti, ma una forma storica che organizza i rapporti di forza tra Stati-capitali. È una sovrastruttura che funziona finché riesce a rendere stabile e prevedibile la riproduzione dell’accumulazione su scala globale.
Quando questa riproduzione entra in crisi, il diritto smette di essere uno strumento utile e diventa un ostacolo. La fase attuale del capitalismo è segnata da una crisi strutturale della valorizzazione: sovraccumulazione di capitale, compressione dei profitti, difficoltà di espansione produttiva, competizione sempre più aggressiva per risorse, rendite e posizionamenti strategici. In questo contesto, le borghesie dominanti non riescono più a governare il sistema attraverso le mediazioni “normali” del mercato e delle istituzioni.
È qui che la forza torna in primo piano, non come ritorno a una barbarie pre-moderna, ma come strumento perfettamente moderno e razionale dal punto di vista del capitale. Quando il mercato non garantisce più l’accesso a ciò che serve alla valorizzazione, interviene la coercizione diretta: sanzioni, destabilizzazioni, sequestri, operazioni extragiuridiche. Non perché il diritto venga dimenticato, ma perché viene subordinato apertamente alle esigenze materiali dell’accumulazione.
Gli Stati che non si integrano pienamente nei circuiti dominanti diventano così elementi di disturbo. Non è decisivo che rappresentino o meno un’alternativa socialista; ciò che conta è la loro non funzionalità rispetto agli interessi delle borghesie centrali. In questo senso, il conflitto non è tra legalità e illegalità, ma tra diverse esigenze di valorizzazione del capitale su scala globale.
L’indignazione dei legalitari rivela tutta la sua ipocrisia. Il diritto internazionale viene trattato come universale solo quando serve a disciplinare i deboli; quando invece limita l’azione dei forti, viene sospeso senza esitazioni. Questo non è un tradimento dell’ordine giuridico, ma il suo funzionamento reale: il diritto come linguaggio del dominio, non come vincolo per chi detiene la forza.
Dire che “l’unico diritto è quello della forza” non è una tesi normativa marxista, ma una descrizione storica di ciò che accade quando le forme giuridiche non riescono più a contenere le contraddizioni materiali. In quei momenti, la forza non sostituisce il diritto: ne smaschera la natura di classe. Il capitalismo, messo alle strette dalle proprie contraddizioni, non può fare altro che mostrarsi per ciò che è sempre stato, un rapporto sociale fondato, in ultima istanza, sulla violenza.
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