di Samuele Soddu (da Dazibao)

Dalle dichiarazioni sul nucleare alle visite a Taipei, la Cina vede nelle azioni del governo giapponese una deriva che mette in discussione l’ordine postbellico in Asia-Pacifico

Il 22 dicembre Pechino ha scelto la sede più istituzionale possibile per alzare il tono: la conferenza stampa del portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian. Il tema è esplosivo perché lega due piani che, nella lettura cinese, stanno tornando a saldarsi: la “normalizzazione” del discorso giapponese su deterrenza e forza e l’erosione dei tabù del dopoguerra.

La domanda arriva da Xinhua e mette in fila due elementi: un alto funzionario dell’ufficio del primo ministro, addetto a sicurezza e difesa, avrebbe detto ai reporter che il Giappone “dovrebbe avere armi nucleari”; poi il ministro della Difesa, interrogato sui tre “principi non nucleari”, avrebbe risposto che “tutte le opzioni possono essere discusse”. Lin definisce la frase del funzionario “scioccante” e insiste che liquidarla come “opinione personale” non regge, perché l’ufficio del capo di governo non ha chiarito né smentito in modo netto.

Qui la Cina innesta il primo asse della sua argomentazione: l’obbligo giuridico internazionale come barriera, non come materia negoziabile. Lin richiama esplicitamente la Dichiarazione del Cairo, la Proclamazione di Potsdam e lo Strumento di resa del Giappone per ribadire, in sintesi, l’idea di disarmo completo e di impossibilità di ricostruire capacità “che consentano il riarmo per la guerra”. Subito dopo sposta il centro sul Trattato di non proliferazione (NPT): Tokyo, secondo Pechino, deve attenersi senza ambiguità al divieto di “ricevere, fabbricare, acquisire o trasferire” armi nucleari.

La seconda questione è il danno al regime di non proliferazione come architrave dell’ordine postbellico in Asia-Pacifico. Lin parla di “sfida palese” alla credibilità dell’NPT e di rischio di destabilizzazione oltre la regione, evocando una reazione “della comunità internazionale” e ricordando che in Giappone le frasi avrebbero provocato reazioni trasversali, dai settori del Partito liberal-democratico a gruppi civici. Qui Pechino gioca su una contraddizione: il Giappone si presenta come attore del disarmo, ma in un contesto di competizione strategica e minacce percepite (Cina, Corea del Nord, Russia) la discussione pubblica sulle opzioni torna a riemergere.

Reuters ha sintetizzato il caso del 19 dicembre: dopo le indiscrezioni, il governo ha ribadito l’impegno a non possedere armi nucleari, mentre il capo di gabinetto ha evitato di entrare nel merito della fonte e delle conseguenze politiche. Il Mainichi, uno dei maggiori quotidiani del Giappone, riportando la dinamica, attribuisce come fonte l’ufficio della premier per la frase “penso che dovremmo possedere armi nucleari”, e colloca la risposta del ministro Koizumi nel registro della “discussione senza escludere opzioni”.

Il terzo asse cinese è il più delicato, perché tocca la “capacità latente”: Lin afferma che l’ambizione di rimilitarizzazione della destra giapponese è “evidente” e richiama il tema del plutonio oltre il fabbisogno civile, sostenendo che Tokyo sarebbe in grado di produrre materiale di grado militare. Su questo terreno si muovono anche media statali: CGTN, in un commento del 21 dicembre, parla di scorte fino a “47 tonnellate” di plutonio e lega l’ipotesi di nuclearizzazione alle ricadute su norme come il Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari, sostenendo che un percorso verso l’arma aprirebbe un problema di coerenza con gli impegni di messa al bando dei test. È un testo d’opinione, ma serve a far filtrare il messaggio: per Pechino la questione non è “solo” un dibattito interno giapponese, è una deriva che riguarda l’intera architettura regionale.

La cornice nucleare, però, non viaggia da sola: in queste stesse ore l’attrito sino-giapponese si alimenta sul dossier TaiwanReuters riferisce che Pechino ha presentato una protesta diplomatica a Tokyo per la visita a Taipei di Koichi Hagiuda, dirigente di primo piano del Partito Liberal Democratico (LDP), culminata in un incontro con Lai Ching-te; e colloca l’episodio in una fase già tesa dopo dichiarazioni della premier Sanae Takaichi su possibili risposte in caso di crisi nello Stretto. Jiji Press parla di una continuità di viaggi di parlamentari LDP verso l’isola e segnala, in parallelo, la difficoltà di far partire entro fine anno una delegazione “di amicizia” verso la Cina: un dettaglio che, letto insieme, descrive la riduzione degli spazi di gestione politica del rapporto bilaterale.

Hong Kong e Pechino fanno la loro parte nel framing: il South China Morning Post scrive che Pechino “si oppone fermamente” ai viaggi e quantifica il flusso previsto, citando media taiwanesi: circa 30 legislatori giapponesi in arrivo tra fine anno e inizio 2026, con più delegazioni in contemporanea. Il messaggio implicito è che, se Tokyo vuole alzare il profilo politico su Taiwan, Pechino risponde alzando il costo simbolico e diplomatico su tutto il resto, incluso il linguaggio nucleare.

Nello scontro tra Pechino e Tokyo si inserisce anche Washington. Il Segretario di Stato Marco Rubio, in un discorso tenuto alla stampa, ha affermato “I giapponesi sono un alleato molto stretto degli Stati Uniti. Credo che queste tensioni siano preesistenti. Sappiamo che questa è una delle dinamiche che devono essere bilanciate in quella regione. E credo che siamo fermamente convinti di poter proseguire con la nostra solida partnership e alleanza con il Giappone, e di farlo in un modo che ci permetta di trovare modi produttivi per collaborare con i cinesi – il Partito Comunista Cinese e il governo cinese”.

Insomma, secondo Rubio gli Stati Uniti intendono mantenere una solida alleanza con il Giappone, cercando al contempo un equilibrio regionale che consenta una cooperazione pragmatica anche con il governo e il Partito Comunista Cinese. Come ha aggiunto alla stampa: “Guardate, ci saranno tensioni. Non c’è dubbio. Voglio dire, in fin dei conti, la Cina sarà – è e continuerà a essere un paese ricco e potente e un fattore geopolitico. Dobbiamo avere relazioni con loro. Dobbiamo affrontarli. Dobbiamo trovare gli aspetti su cui possiamo collaborare. E penso che entrambe le parti siano abbastanza mature da riconoscere che ci saranno punti di tensione ora e nel prossimo futuro. Il nostro compito, in quanto parte di una politica responsabile, è trovare opportunità di collaborazione. E ci saranno punti di tensione. Lo riconosciamo tutti. Il nostro compito è bilanciare queste due cose. Penso che entrambe le parti lo capiscano”.


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