di Vincenzo Cimmino (Partito Comunista dei Lavoratori), da Unità di classe, giornale del PCL
Tra il mese di ottobre del 1965 ed i primi mesi del 1966 l’Indonesia venne travolta da un’ondata di violenza mai vista prima, diretta soprattutto contro le organizzazioni di sinistra, in primis il Partito Comunista (PKI), e la numerosa comunità cinese. A sessant’anni da quei massacri di massa da molti definiti come un vero e proprio genocidio, è fondamentale trarre un bilancio anche alla luce dei movimenti di massa che hanno attraversato l’Indonesia nelle scorse settimane.
Un partito di massa: il PKI
All’inizio degli anni sessanta il PKI, Il PKI era il più grande partito comunista del mondo al di fuori della Cina e dell’Unione Sovietica. Contava 3,5 milioni di iscritti; il suo movimento giovanile ne aveva altri 3 milioni. Controllava il sindacato SOBSI, che dichiarava 3,5 milioni di membri, e il movimento contadino BTI, forte di 9 milioni di aderenti. Insieme al movimento delle donne, la Gerwani, all’organizzazione degli scrittori e artisti e al movimento degli studenti, il PKI contava più di 20 milioni di membri e sostenitori attivi. Alle ultime elezioni che si erano tenute nel 1955, nella parte orientale dell’isola di Giava, la più popolata al mondo, ottenne percentuali superiori al 30%. Non è un caso che proprio in quella zona di Giava, poco più di un decennio prima, il PKI avesse tentato un’insurrezione, repressa nel sangue dall’esercito del presidente Sukarno, che ebbe come base di partenza la città di Madiun.
Sukarno, la “Democrazia guidata” ed il ruolo del PKI
Nel 1957 Sukarno introdusse un nuovo sistema politico, basato sulla forte centralità del presidente a svantaggio delle camere parlamentari e dei partiti politici. Il PKI decise di garantire il suo sostegno vedendolo come un potenziale alleato nella lotta contro l’imperialismo e nonostante la dura repressione scatenata contro i militanti del partito da Sukarno alla fine degli anni quaranta. Ciò era dovuto da un lato alla retorica antimperialista della conferenza di Bandung, organizzata proprio dal presidente indonesiano nel 1955, ma soprattutto alla teoria maoista del blocco delle quattro classi, fatta propria dal PKI sin dalla presa del potere in Cina di Mao e del PCC. Secondo questa teoria, derivata dalla teoria stalinista delle due fasi (rivoluzione democratico borghese e rivoluzione socialista) la classe operaia, i contadini, la piccola borghesia e anche la borghesia nazionale “progressista” si sarebbero dovute unire in un’ottica anti feudale e anti imperialista. Aidit, segretario del PKI, si spinse oltre, invocando l’unità anche con i proprietari terrieri “di sinistra”. Banco di prova fu quando, nel dicembre 1957, l’intero tessuto dell’economia indonesiana fu scosso da una massiccia agitazione della classe operaia e dei contadini. Fabbriche, piantagioni, banche e navi furono occupate in risposta alle tensioni tra l’Indonesia ed i Paesi Bassi per il controllo sulla parte ovest della Nuova Guinea. ll PKI insistette che le occupazioni dovessero essere limitate alle compagnie olandesi, cercando di rassicurare l’imperialismo statunitense e britannico che i loro interessi non sarebbero stati danneggiati.
La teoria “delle due fasi” dello stalinismo, adottata anche dal PKI tra gli anni cinquanta e sessanta, sostiene che, nei paesi coloniali e semicoloniali come l’Indonesia, le masse oppresse non devono impegnarsi in lotte che minaccino la borghesia nazionale né avanzare il programma della rivoluzione socialista, ma sostenere la borghesia nazionale e instaurare una democrazia capitalista nazionale. Il blocco con il Kuomintang, partito nazionalista espressione della borghesia cinese, che tra il 1926 ed il 1927 aveva portato ad una sconfitta della rivoluzione cinese ed ai massacri di Shanghai nei quali migliaia di comunisti erano stati trucidati dalle forze del Kuomintang guidate da Chiang Kai Shek, non era servito di lezione.
Come contrappeso alla presenza del PKI, che era diventato il terzo partito comunista al mondo per numero di iscritti dopo quello sovietico e quello cinese, Sukarno rafforzò progressivamente l’esercito. Il sostegno a Sukarno indebolì progressivamente il PKI. L’appoggio costante dato al presidente nel decennio tra fine anni cinquanta e inizio anni sessanta aveva privato il partito di una sua indipendenza politica. Di fronte a ciò, il PKI cercò di aumentare il suo consenso ed il suo radicamento lanciando campagne per la riforma agraria. Sebbene le precedenti elezioni avessero messo in evidenza la relativa debolezza del partito nelle campagne, il PKI sperava di ottenere sostegno tra i contadini poveri. Questo intensificò le tensioni con i proprietari terrieri e i loro alleati, tra cui l’esercito e le organizzazioni religiose. Alla fine del 1964, centinaia di migliaia di contadini agirono per impadronirsi delle terre dei grandi proprietari. Si svilupparono violenti scontri con i latifondisti e la polizia. Per evitare lo scontro rivoluzionario che stava rapidamente prendendo forma, il PKI invitò i suoi sostenitori a prevenire i conflitti violenti con i proprietari terrieri e a collaborare con loro e le forze armate. Ma fu durante tutto il 1965 che lo scontro di classe in Indonesia raggiunse il suo massimo livello. L’anno iniziò con i contadini che occupavano le tenute dei grandi proprietari terrieri e con i lavoratori del petrolio e della gomma che prendevano il controllo delle imprese di proprietà statunitense. Il presidente Sukarno aveva inserito nel suo governo i comandanti dell’esercito, guidati dal generale Nasution, e la leadership del Partito Comunista Indonesiano (PKI) per reprimere il movimento. La dirigenza del PKI fermò le occupazioni, ma il movimento di massa stava diventando sempre più difficile da controllare.
La lunga mano della CIA
Si stima che l’Indonesia sia il quinto paese più ricco del mondo in termini di risorse naturali. Oltre a essere il quinto produttore mondiale di petrolio, possiede enormi riserve di stagno, bauxite, carbone, oro, argento, diamanti, manganese, fosfati, nichel, rame, gomma, caffè, olio di palma, tabacco, zucchero, noci di cocco, spezie, legname e china (per la produzione di chinino). Nel dopoguerra, la borghesia statunitense era determinata a non lasciare che le ricchezze del paese venissero prese dalle mani delle masse indonesiane. Dopo la sconfitta dei francesi in Vietnam nel 1954, gli Stati Uniti temevano che la lotta delle masse vietnamite potesse innescare processi rivoluzionari in tutta la regione del Sud-est asiatico, minacciando il loro controllo sull’Indonesia.
Già nel 1957 e nel 1958, una serie di rivolte secessioniste e di destra furono organizzate dalla CIA, nelle isole ricche di petrolio di Sumatra e Sulawesi, dove il PSI (partito socialista) e il Masjumi (partito islamico di destra) dominavano politicamente. Tra il 1959 e il 1965 gli Stati Uniti fornirono 64 milioni di dollari in aiuti militari sotto forma di sovvenzioni ai generali dell’esercito indonesiano. In preparazione, i funzionari statunitensi avevano trascorso almeno due anni compilando delle vere e proprie liste di proscrizione con i nomi dei militanti del PKI e delle altre organizzazioni della sinistra, politica e sindacale, che furono consegnate ai militari con un’istruzione chiara: sterminateli tutti. Robert Martens, ufficiale in servizio presso l’ambasciata Usa di Giacarta, guidava un gruppo composto da funzionari del Dipartimento di Stato e della CIA che, a partire dal 1962, compilò un dettagliato elenco dei principali dirigenti e quadri del PKI, in cui erano inclusi i nomi dei membri dei comitati provinciali, cittadini e locali del PKI, oltre ai dirigenti dei sindacati, dei gruppi femminili e giovanili sostenuti dal PKI. Nella sola Giacarta la lista comprendeva tra le 4000 e le 5000 persone.
Comincia il massacro
La notte del 30 settembre 1965, un gruppo di ufficiali di grado inferiore, che si autodefiniva “Movimento del 30 Settembre”, uccise diversi alti ufficiali dell’esercito a Giacarta. Ma questa operazione, al quale partecipò un piccolo numero di membri del PKI (la cui base era stata tenuta tragicamente all’oscuro di tutto) si ritorse tragicamente contro di loro. Per l’esercito indonesiano e i suoi alleati, fu l’occasione perfetta per sterminare la sinistra indonesiana. Gli uomini del generale Suharto, che guidò la repressione e subentrerà nei mesi successivi a Sukarno alla guida dell’Indonesia, ricevettero l’ordine di riferire dopo ogni serie di uccisioni, in modo che i nomi potessero essere spuntati dalle liste che la CIA aveva compilato. Almeno un milione di persone furono massacrate nel corso dei sei mesi successivi. Istigate e aiutate dall’esercito, bande di giovani appartenenti a organizzazioni musulmane di destra compirono massacri di massa, in particolare nell’isola di Giava. Sull’isola di Bali, un tempo considerata una roccaforte del PKI, almeno 35.000 persone furono uccise all’inizio del 1966. Lì furono i Tamins, le truppe d’assalto del PNI (Partito Nazionale Indonesiano) di Sukarno, a compiere il massacro. Un giornalista tedesco raccontò di corpi distesi lungo le strade o ammucchiati in fosse, e di villaggi semibruciati nei quali i contadini non osavano uscire dai resti carbonizzati delle loro capanne. Nelle grandi città si verificarono veri e propri pogrom contro la comunità cinese. I lavoratori che scioperarono per protestare contro l’ondata di terrore controrivoluzionaria furono licenziati. Almeno 250.000 operai e contadini furono rinchiusi in campi di concentramento. Si stima che alla fine del 1969 circa 110.000 fossero ancora detenuti come prigionieri politici. Le esecuzioni continuano fino ai primi anni novanta, incluse diverse decine dall’inizio degli anni ottanta, un chiaro segno che il regime di Suharto temeva ancora il proletariato e i contadini poveri indonesiani.
Il PKI e la burocrazia sovietica dinnanzi ai massacri.
Nei primi giorni del massacro, l’Ufficio Politico del Comitato Centrale del PKI ordinò a tutti i membri e le organizzazioni di massa a sostenere Sukarno, che era rimasto al suo posto al governo nonostante la repressione stesse colpendo anche i suoi sostenitori, e a non opporre alcuna resistenza ai militari, prestando il fianco a quello che verrà definito come un vero e proprio olocausto. Lo stesso segretario del PKI, Aidit, che era fuggito, fu catturato e giustiziato dall’esercito il 24 novembre 1965. Ma la burocrazia sovietica fece ben peggio. Il 12 ottobre 1965 al culmine dei massacri, i leader sovietici Brezhnev, Mikoyan e Kosygin inviarono un messaggio di saluti a Sukarno, che aveva dato il suo benestare allo scatenarsi della repressione contro i comunisti. Alla Conferenza Tricontinentale a L’Avana del febbraio 1966, la delegazione sovietica cercò in tutti i modi di bloccare una condanna pubblica del terrore controrivoluzionario che imperversava contro le masse indonesiane.
I marxisti rivoluzionari indonesiani vittime del terrore reazionario di Suharto.
Il Partai Acoma nacque come una scissione dal PKI nel 1948, basandosi sul lascito di Tan Malaka, tra i fondatori nei primi anni venti del PKI che ruppe ben presto con lo stalinismo e venne ucciso dai nazionalisti indonesiani durante la guerra di liberazione dagli olandesi. Come in Vietnam Ta Thu Thau, come in Francia Pietro Tresso, anche in Indonesia i marxisti rivoluzionari pagarono il loro tributo di sangue alla lotta di liberazione. Guidato da Ibnu Parna, sindacalista che fu anche alle elezioni del 1955 l’unico deputato eletto nelle file del Partai Acoma, negli anni cinquanta adottò una tattica entrista all’interno del PKI e prese ben presto contatti con la Quarta Internazionale, alla quale aderì nel 1960. Come il PKI, anche il Partai Acoma fu vittima dell’ondata di terrore di Suharto e i suoi, e tantissimi suoi militanti morirono uccisi o finirono nei campi di concentramento del Nuovo Ordine.
Il tributo di sangue di centinaia di migliaia di militanti comunisti nell’Indonesia di sessant’anni fa non può che essere un monito per le nuove generazioni di avanguardie. Le proteste tra la fine di agosto e gli inizi di settembre, che hanno visto in piazza milioni di giovani e lavoratori indonesiani, sono la dimostrazione di come più di trent’anni di dittatura sostenuta dagli Usa di Suharto non abbiano potuto distruggere la combattività del proletariato e della gioventù indonesiana, che quando presenterà il conto alle classi dominanti lo farà anche nel nome di tutte quelle e di tutti quei militanti comunisti vittime di quello che fu un vero e proprio genocidio col pieno sostegno dell’imperialismo a stelle e strisce.
Vincenzo Cimmino
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