Cina e Russia VS Giappone e Corea del Sud. Thailandia VS Cambogia. Tensioni militari in un’Asia senza padrone e nell’ordine che si frattura.

Di Samuele Soddu

(Riprendiamo da: https://dazibao.substack.com/p/tensioni-militari-in-asia-orientale?utm_source=post-email-title&publication_id=4627927&post_id=181252864&utm_campaign=email-post-title&isFreemail=false&r=59lfuv&triedRedirect=true&utm_medium=email. È un blog che parla di Cina a 360 gradi e soprattutto della sua politica interna, internazionale ed economica con molti articoli settimanali. Imprescindibile per chi è interessato alla politica internazionale.)

Quando Asia Times scrive che la nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti equivale a una “ritirata nazionale”, il messaggio attraversa l’Asia come un terremoto silenzioso. Non perché gli americani stiano davvero lasciando la regione, ma perché stanno ridefinendo in modo brutale ciò che intendono difendere. È la fine della dottrina che per settant’anni aveva sostenuto il Pacifico: non più garanzia generale, ma intervento selettivo. Il perimetro della sicurezza non coincide più con la vecchia linea Acheson del 1950, quella che delimitava la cintura difensiva USA includendo Giappone e Filippine. Oggi la mappa strategica americana è più stretta, più pragmatica, più condizionata da priorità interne che dall’idea di proteggere a oltranza i punti più caldi.

Il paragone con il 1950 è inevitabile. Quando Acheson non incluse la Corea nel perimetro difensivo statunitense, Pechino e Mosca lessero quel silenzio come un via libera. Il continente scoprì nel sangue cosa significhi un confine strategico interpretato male. Oggi, la nuova dottrina non lascia esplicitamente fuori nessuno, ma implica un messaggio simile: Washington proteggerà ciò che ritiene vitale, non ciò che il resto dell’Asia dà per scontato. È un cambiamento che trasforma ogni Stato della regione in un soggetto più solo, costretto ad assumersi un ruolo nella propria difesa.

La guerra lampo tra Thailandia e Cambogia, per esempio, illustra un’Asia che non si sente più protetta da un ordine superiore. I contenziosi di confine, congelati per anni, tornano a bruciare perché la globalizzazione è allo sbando, le opinioni pubbliche agitate e il cane da guardia americano meno presente. Stamattina, alle 10:30, il Khmer Times ha riportato che F-16 thailandesi hanno bombardato villaggi civili cambogiani.

Il generale Thailandese Kung, riferisce Khaosod, ha visitato i primi feriti e dichiarato che “l’esercito continuerà a difendere l’integrità territoriale del paese”. Secondo i media, i cambogiani avrebbero tentato di colpire con un BM-21 un ospedale, “mancando il bersaglio”. E poi c’è Trump, che annuncia: “Farò una telefonata per fermare i combattimenti”. Una frase che sembra più un riflesso mediatico che una strategia.

In parallelo, l’Indonesia gioca una partita tutta sua. Il Financial Times racconta una Washington irritata dal rifiuto indonesiano di allinearsi alle restrizioni sull’export di nichel verso la Cina. Giacarta non vuole essere trascinata nella guerra tecnologica USA-Cina e rivendica la sovranità sul proprio sviluppo industriale. Per gli Stati Uniti è un problema strategico: chi controlla il nichel controlla le batterie, e chi controlla le batterie controlla la mobilità del futuro.

Ma l’Indonesia non vede più l’America come l’unico partner possibile. Ed è proprio questa nuova libertà, o insolenza, a dimostrare quanto sia cambiato il sistema. Tutto sembra tornato ad essere possibile. Gli Stati asiatici fanno le loro mosse con una autonomia che vent’anni fa sarebbe stata impensabile.

Poi c’è il capitolo più sensibile: Giappone e Cina. Qui non si parla più di contenziosi congelati, ma di due potenze che volano a pochi metri di distanza. Negli ultimi mesi si è verificata una crisi dei radar: caccia giapponesi accusano i jet cinesi di aver puntato contro di loro radar di tiro, una mossa considerata ostile. Pechino ribatte pubblicando un audio che dimostrerebbe la provocazione nipponica. Nel mezzo c’è una hotline bilaterale inaugurata nel 2023, che però, come nota il Japan Times, “non è stata attivata”.

Gli Stati Uniti, come da copione, ribadiscono che “l’impegno verso il Giappone è incrollabile”.

Ed è in questo clima che arriva l’episodio più clamoroso: la pattuglia aerea congiunta russo-cinese, come raccontano Wall Street JournalJapan Times e Reuters, vola “vicinissima allo spazio aereo giapponese”.

Il Giappone reagisce subito. Decolli immediati, scramble, intercettazione. Tokyo parla di “situazione di sicurezza estremamente grave”. E non basta. Perché mentre i bombardieri passano tra Okinawa e Miyako, Pechino e Mosca mandano un messaggio che non ha bisogno di essere tradotto: siamo capaci di coordinarci, siamo a pochi chilometri da voi e sappiamo esattamente quanto ci mettete a reagire.

Ed è qui che entra la Corea del Sud. Secondo Al Jazeera, anche Seoul fa decollare i propri caccia quando sette aerei russi e due cinesi entrano nella sua Air Defense Identification Zone.

La Corea interpreta queste manovre come un test permanente: quando si entra nella KADIZ senza preavviso, si misura la velocità di risposta, le regole d’ingaggio, la disposizione delle unità. È un gioco di nervi che si ripete da anni, ma oggi assume un significato nuovo, perché la percezione che gli Stati Uniti possano gestire l’ordine regionale non è più scontata.

La somma di questi fattori compone un quadro d’insieme che assomiglia più alla fine di un’epoca che a un semplice aumento della tensione. L’Asia del 2026 non è più quella dell’inizio del secolo. È un continente che si allinea e si disallinea, dove l’America resta presente ma non onnipresente, dove la Cina gioca la carta della pressione costante, dove la Russia offre il proprio contributo militare per mostrare che non è isolata.

Il risultato è un ambiente in cui ogni volo può diventare un incidente, ogni incidente una crisi diplomatica e ogni crisi un pezzetto che compone la destabilizzazione generale.

La nuova linea Acheson, dice questo: l’ordine non è più garantito.


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